La Scuola dei poeti toscani (Prima parte)

Ponte vecchio

S. Re-L. Simoni. L’invenzione letteraria. Volume primo. Carlo Signorelli editore. Milano. 2001

R. Luperini-P. Cataldi-L. Marchiani-F. Marchese. La scrittura e l’interpretazione. Dalle origini al manierismo. Volume primo. Palumbo editore. Firenze. 2000.
AA. VV., La letteratura italiana in Cd-Rom, G. D’Anna editore- La repubblica Edizioni. Milano. 1999.
S. Guglielmino-H. Grosser. Il Sistema Letterario. Duecento e Trecento. Giuseppe Principato editore. Milano. 1994
E. Gioanola, Storia della Letteratura italiana. Dalle origini ai giorni nostri. Librex editore, Milano, 1992.
A. Momigliano, Antologia della letteratura italiana. Volume primo. Dalle origini al Quattrocento, Giuseppe Principato editore. Messina-Milano, 1937.
C.A.Calcagno, La scuola dei poeti toscani, in I grandi classici della poesia italiana, Duecento, p. 90 e ss., Bottega d’arte di Penna d’Autore, 2006, Torino.
P. Renucci, Guittone d’Arezzo e i cavalieri gaudenti, in Storia d’Italia, vol. III, Dalla caduta dell’Impero romano al secolo XVIII. Il pensiero, l’arte, la letteratura, Einaudi, 1974, Torino.
            Prestissimo i canzonieri manoscritti della poesia siciliana cominciarono a circolare in Toscana, forse anche prima della morte di Federico II.
            Copisti e poeti locali contribuirono gradualmente, con molte incertezze e differenze tra un luogo e l’altro, a trapiantare nel volgare toscano le rime provenienti dalla Magna Curia[1]: del resto alla Corte di Federico II erano certamente presenti rimatori toscani che già univano il volgare toscano a quello siciliano[2].
            Infatti i codici che ci hanno trasmesse le rime dei siciliani[3], hanno pure conservato le liriche dei poeti lucchesi, senesi, fiorentini, aretini e pisani, detti appunto siculo-toscani, che sono stati tramite del passaggio della poesia sicula in Toscana.
            In questa regione però detta poesia si infarcisce delle parole dei singoli vernacoli[4] ed è proprio questo “imbastardimento” che preparerà la strada a quel linguaggio che poi Dante andrà ad utilizzare così bene. 
            La poesia toscana[5] è inoltre un portato comunale e quindi della borghesia che cerca di soppiantare la nobiltà con uomini[6] e cultura propria: perciò pur conti­nuando a coltivare la tematica dell’amor cortese, sviluppa sempre più l’afferma­zione che cortesia e nobiltà non sono eredità di sangue e di stirpe, ma conquista individuale[7].
             Inoltre i poeti toscani continuano quel processo di spiritualiz­za­zione dell’amore e di moralizzazione, per cui esso diventa spinta alla conquista della virtù non cavalleresca quanto decisamente morale.
            I poeti toscani della poesia siciliana sembrano prediligere la forma facile e cantabile della canzonetta[8], con innesti spesso efficaci di modi popolari e borghesi: in questo ambito viene accolto il tipo metrico della ballata (o canzone a ballo)[9], non usata dai siciliani ma dai provenzali.
            In questo tipo di poesia facile (trobar leu = poetare chiaro) si distingue particolar­mente Bonagiunta Orbicciani[10], notaio in Lucca, attivo intorno al 1250, ammiratore di Jacopo da Lentini, di cui imita la casistica della nascita e degli effetti del sentimento d’amore, con predilezione per le note psicologiche dell’oppressione amorosa, sentita però sempre, con anticipazioni stilnovistiche, come esperienza privile­giata ed esclusiva.  
            I rimatori toscani sembrano rifarsi alla poesia occitanica anche introducendo frequenti paragoni col mondo animale, secondo il “bestiario” adottato dai provenzali, e insistendo sul tema della primavera e del giardino delizioso.
            Particolare attenzione merita la produzione dei poeti fiorentini, dal momento che è proprio qui che si sta preparando il terreno per la stagione stilnovistica e dantesca; si fa riferimento alla cosiddetta “poesia di transizione” e a poeti come Chiaro Davanzati[11], Monte Andrea e Compiuta Donzella[12], prima poetessa della letteratura italiana.
            È anche da citare Ciacco dell’Anguillaia la cui famosa “villanella” deve essere riportata ai <<contrasti>> ossia ai dialoghi della scuola siciliana.


[1]Che era peraltro una corte “mobile”. Il che significa che l’influenza politica e culturale della scuola è più evidente nei luoghi toccati da Federico II.  
[2] Il Contini rileva in questo senso che il termine di Siciliani vale ad individuare i rimatori che appartennero alla corte di Federico II o le gravitarono intorno.
[3] Trovano posto nella più estesa e organica silloge sulle nostre origini che è il Canzoniere vat. 3793(=A). Detto canzoniere è diviso in fascicoli: dal IV al XII accanto a liriche d’autore anonimo trovano posto le composizioni di Ruggeri Apugliese (giullare senese), del pisano Galletto, di Mazzeo, di Re Enzo, di Percivalle Doria di Genova, di Paganino da Serzana, di Campagnetto da Prato, di Messer Osmano, di Neri de’ Visdomini (poeta fiorentino), di Neri Poponi,(poeta fiorentino) di Don arrigo (di Castiglia) e di Messer Folco di Calavra.
[4]  Per questa “contaminazione” lo stesso Dante muoverà accuse a Guittone.
[5] Una disamina di questa poesia (detta municipale) in contrapposizione a quella della Magna curia (elaborata da doctores illustres) è fatta da Dante nel primo libro del De Vulgari Eloquentia.
[6]I reggitori e burocrati del Comune.
[7] Questo era un motivo già evidente nella poesia provenzale, ma veniva esposto in forma astrattamente accademica e speculativa.
[8] Componimento poetico del XIII secolo dall’andamento piano e dimesso e dal tono volutamente un po’ popolare, composto di versi vari, più frequente­mente brevi (settenari ed ottonari), con inserimento di versi tronchi e sdruccioli.
[9] Componimento d’origine provenzale e di ispirazione lirica, legato in origine al canto e alla danza: giunge in Italia attorno al XIII secolo; da principio lo schema era vario ed indeterminato; era formata da una o più strofe, dette stanze, e da un ritornello, detto ripresa, che veniva cantato all’inizio della ballata e poi ripetuto dopo ogni stanza; con gli stilnovisti in seguito si preciserà meglio e si dividerà in una strofa introduttiva (appunto il ritornello o ripresa) seguita da una stanza divisa a sua volta in due piedi (che hanno un eguale numero di versi e di rime) e una volta (parte della stanza che ha struttura analoga a quella del ritornello). I versi più comunemente usati nella ballata sono endecasillabi misti a settenari; le rime possono essere disposte in vario modo, ma è regola che l’ultimo verso della volta rimi con l’ultimo verso della ripresa.
[10] Incontrato da Dante nella sesta cornice del Purgatorio, in cui dimorano i golosi, riconosce i limiti della propria poesia e di quei poeti che non giunsero a far poesia nei nuovi modi del “dolce stil novo”. Dante attraverso questo poeta vuole insegnarci che senza ispirazione non ci può essere poesia.
[11] Rimatore fiorentino (seconda metà del XIII sec. e per il Momigliano morto prima del 1280). Ebbe rapporti letterari con Guittone d’Arezzo. Scrisse d’amore e fu un estremo rielaboratore di temi e modi tradizionali. Di lui si ricorda anche un sirventese (poesia narrativa di avvenimenti contemporanei) sulla sconfitta dei Guelfi nel 1260 a Montaperti (argomento come diremo anche della più famosa opera di Guittone). 
[12] Nome con cui è indicata una rimatrice fiorentina (XIII sec.) la cui esistenza storica, a lungo messa in dubbio, si tende ora ad ammettere: nulla però si sa di lei. I codici ne conservano tre aggraziati sonetti. Il più interessante è da considerarsi <<Alla stagion che il mondo foglia e flora>>.
Alla stagion che il mondo foglia e flora,
accresce gioia a tutti i fini amanti:
vanno insieme ali giardini allora
che gli augelletti fanno nuovi canti:
la franca gente tutta s’innamora,
ed in servir ciascun traggesi innanti,
ad ogni damigella in gioi’ dimora,
a me n’abbondan marrimenti e pianti.
Ché lo mio padre m’ha messa in errore,
e tienemi sovente in forte doglia:
donar mi vole, a mia forza, signore.
Ed io di ciò non ho disio né voglia,
e in gran tormento vivo a tutte l’ore:
però non mi rallegra fior né foglia.
In merito a questo sonetto il Momigliano scrive:<<Dei suoi tre sonetti merita d’esser conosciuto almeno questo, che è chiuso con una malinconica grazia fra una ghirlanda di fiori e di foglie! (vv. 1 e 14). L’ultima terzina è di una sobrietà da vero poeta; e tutto il sonetto adombra in poche linee di misurata tristezza il dramma di un’anima raccolta e pensosa>>.

Senza maschera (Capitolo V-Epiloghi-ultima parte)

Affresco

Questa sera avremmo dovuto vederci.
Non voglio sapere con chi uscirai: io continuo ad aspettarti nell’anima e tu ci verrai tutte le volte che rimarrai sopra pensiero, perché accadrà per quanto tu voglia apparire euforica e tranquilla.
Metterai quel profumo che non ho capito se sa di te, ed i tuoi capelli saranno ancora più gonfi e meravigliosamente ondulati.
Salirai sulla tua “fuoriserie” e ti chiederai dove stai andando, mentre De Gregori ti angoscerà il cuore.
Io intanto berrò qualcosa per stordirmi. 

*.*.*.*

É andata proprio così: voglio dire che mi sono stordito con una birra che non ubriacherebbe nemmeno un bambino, ma io volevo essere inebetito e credo di essere riuscito a potenziarne gli effetti.
Se tu potessi misurare il mio dolore, scopriresti che va fuori scala; ci deve essere una finalità per questo stato di cose: probabilmente ho bisogno di espiare molte colpe, già quaggiù, l’inferno nell’altra vita evidentemente per me non è abbastanza.
Oppure sono già morto e come ha immaginato qualcuno, un demone ha preso possesso del mio corpo; deve essere però un diavolo sfortunato… perché non gliene va bene una.

5

Con il futuro insomma abbiamo perso anche quei pochi valori che rimanevano, e quel che è peggio, tu sei anche diventata anche un po’ sboccata, cosa che non avrei mai creduto…
Ma comunque…
Questo file è dedicato al tuo volto che dopo un breve saluto si gira dall’altra parte.
Questo file è dedicato alla mia voglia di piangere successiva al saluto.
Questo file è dedicato al tuo volto che non saluta più e resta girato dall’altra parte.
Questo file è dedicato al mio successivo mutismo che ti fa tanto arrabbiare.
Questo file è dedicato alla periferica non pronta e alla linguetta del floppy che grazie a Dio basta sollevare per salvare le parole: non sono molto in vena di tollerare altri rifiuti.
Questo file è dedicato al picchiettio della tua mano già stanca di me appena ti abbraccio.
Questo file è dedicato alle tue scuse per una fuga dopo esserti accertata che ti amo ancora.
Questo file è dedicato alla tua tristezza che non sono mai riuscito ad impedire.
Questo file è dedicato alla tua indifferenza, figlia legittima di un amore finito.
Questo file è dedicato agli sms che ti ho inviato nella fantasia e che si sono dispersi nell’etere immaginario della mia anima.
Questo file è dedicato agli sms che non ti invierò.
Questo file è dedicato alla musica che ti fa pensare ad un altro.
Questo file è dedicato all’altro con i miei migliori auguri.
Questo file è dedicato a se stesso: è una diga mentale di numeri che per una magia a me sconosciuta si tramuta in pensieri ed emozioni.
Al di là ci sei tu ed il mio lutto.

6

Un sogno finito

La melodia
si è spezzata
ed il pifferaio
non è più magico
o forse tu
non sei mai stata
un topo
ma solo una passante
distratta da un attimo
di nostalgia.
A dire il vero
i topi
sono tutti morti
come vuole la fiaba
e pure l’esecutore
li ha seguiti
ipnotizzato
dal suo inganno.
Tu cammini
lontana
nella città
ormai deserta
e la natura
compone sola per te
note infinite.

 

Fine

 

Senza maschera (Capitolo V-Epiloghi-parte ventitreeesima)

Statuetta di Paestum

Ieri sera sulla superstrada riflettevo su quella mattina in cui mi hai detto: <<Non potremmo fare l’amore senza impegno?>>.
Allora mi era sembrato un tentativo per trattenermi, dato che facevo finta (ma tu non potevi saperlo) di non volerne più sapere di te.
Mi sbagliavo: avrei dovuto capire che volevi semplicemente indicarmi l’unica strada percorribile.
Mi sono cullato nell’illusione che ci fossero altre vie per amarti: la tua tristezza di ogni volta dopo l’amore mi ha fatto pensare che anche tu le ricercassi.
Nei tuoi progetti invece io non sono – e non sono mai stato – nemmeno un’idea: lo capisco tutte le volte in cui mi sputi in faccia che la tua vita fa schifo e che non trovi alcun conforto nel fatto che io straveda per te, anzi, come dici tu, la cosa ti fa ancora incazzare.
Non perché non mi puoi avere (o non mi vuoi?), ma  in quanto rappresento una delle tante cose a cui ti sei abituata a rinunciare.
*.*.*.*
Le pasticche sono ancora nel mio stipetto… per ogni evenienza… non si sa mai…
Eppure ho creduto tu fossi davvero la metà ritrovata, tutte le volte che ci annusavamo e chiudevamo gli occhi in apnea per catturare un po’ del nostro essere reciproco che ci sfuggiva  dopo la fase di inspirazione.
Era irresistibile allora accarezzarci, naso contro naso, nell’attesa di un bacio e semplicemente avvicinare le labbra per mostrare gli incisivi di sotto, magicamente scoperti ed offerti dal e nel desiderio.
Era naturale allora trattenerti la nuca con i polpastrelli e cercare di baciarti, inebriato dal profumo dei tuoi capelli, più a lungo e più nella possibile profondità, mentre liberavi la tensione del labbro inferiore e mi facevi entrare con la lingua in un incavo rilasciato, caldo e morbido; e poi stringerti e far scivolare contemporaneamente le mie labbra sul collo fino alla clavicola, e poi passare a massaggiarti sui bordi elettrici del bacino, là dove i nervi tiravano già verso il pube e tu contraevi il ventre con la velocità scomposta, incontrollabile e possente della centrifuga di una lavatrice.
Una lavatrice, simbolo per qualcuno, della maternità, per me della fulminea necessità di scendere ancora verso la tua intimità.
Già umida nella divincolante attesa…
 

*.*.*.*
Nel cuore ormai ti disegno amore mio, ma non c’è proporzione tra le tue grazie e la mia voglia di descriverti.
In effetti hai il collo più lungo ed è diversa l’attaccatura del seno, le tue spalle non sono poi così rotonde ed il pube non è certo così vicino all’ombelico.
Ma io ti guardavo godere dal basso e la mia lingua avrebbe voluto restringerti per raggiungere ogni poro.
Ed i tuoi seni s’illuminavano impedendo ai miei occhi di andare al di là dei capezzoli.
Avrei voluto aprire nel tuo corpo mille labbra come le tue da cui succhiare il segreto della vita.
Se questa tastiera si trasformasse in una bacchetta magica, tu saresti oro amore mio e le mie parole vile metallo che un alchimista potrebbe trasmutare.
Ma un sogno chiude i miei occhi ed anche i tuoi, il buio comune dura un istante e vola via verso una luce che non posso contenere, né fissare troppo a lungo… arriva al cervello il suo profumo dalle radici increspate della tua anima.
Vorrei baciarle fino all’apice per mordere il fascino… più facile sarebbe contare uno ad uno i  tuoi capelli che mi attirano da lontano: tendere una mano è lo scopo di ogni giorno in cerca di te.
Sei bosco magico che ride del mio cavallo imbizzarrito e smarrito, sei radura insidiosa dai verdi brillanti, di muschio bagnato e compatto che mi circonda a dismisura, sei il movimento della luna che ondeggia lenta tra le stagioni, sei il mare che è sempre azzurro quando si screzia di blu, sei un mi bemolle che si allunga all’infinito sul distorsore della vita, sei la felicità del sole che invita l’alba a cambiare colore, sei l’alba che cattura ed invita a sperare in un nuovo sole, sei il mio passo che si fa più frettoloso per attenderti ancora, sei la gioia di ogni frase che mi accende, arpeggio e melodia, sei la fronte corrucciata di una farfalla senza identità, leggera ape laboriosa rimasta a pensare sullo stesso fiore che si consuma, sei il corpo della terra: friabili i capezzoli si raggrumano verso il cielo.
Ed io li accarezzo con l’impazienza tremante di un vasaio innamorato dell’umida creta.
(Continua)

I poeti siciliani

Qui riposa Federico II

S. Re- L. Simoni. L’invenzione letteraria. Volume primo. Carlo Signorelli editore. Milano. 2001

R. Luperini-P. Cataldi-L. Marchiani-F. Marchese. La scrittura e l’interpretazione. Dalle origini al manierismo. Volume primo. Palumbo editore. Firenze. 2000.

AA. VV., La letteratura italiana in Cd-Rom, G. D’Anna editore- La repubblica Edizioni.  Milano. 1999.

S. Guglielmino-H. Grosser. Il Sistema Letterario. Duecento e Trecento. Giuseppe Principato editore. Milano. 1994

E. Gioanola, Storia della Letteratura italiana. Dalle origini ai giorni nostri. Librex editore, Milano, 1992.

A. Momigliano, Antologia della letteratura italiana. Volume primo. Dalle origini al Quattrocento, Giuseppe Principato editore. Messina-Milano, 1937.
C. A. Calcagno, I Poeti Siciliani, in I Grandi Classici della Poesia Italiana, Duecento, A.L.I. Penna d’Autore, Torino, 2006

             

La poesia lirica italiana nasce in Sicilia intorno alla metà del secolo XIII, con un secolo e mezzo di ritardo rispetto alla poesia occitanica, modello ineludibile per i nostri poeti, tutti funziona­ri della Magna Curia (la Corte imperiale di Palermo[1] di Federico II[2] e dei suoi figli Manfredi ed Enzo).

 

            Il grande imperatore promosse ogni forma culturale[3], ma perché nascesse la poesia era necessario il concorso di un autentico talento, quello appunto di Jacopo (Giacomo) da Lentini, protonotario di corte, ossia primo segretario o cancelliere di Corte[4].

            Dal momento che quest’ultimo forse scrisse le sue liriche fra il 1233 e il 1240, si attribuisce a questo periodo l’inizio della scuola dei poeti siciliani.

            Altri poeti vicini o della scuola siciliana tuttavia sono sicuramente da ricordare.  

            Il primo è Cielo d’Alcamo che si ritiene fosse un giullare campano o uno studente siciliano della scuola salernitana (pochissime ed incerte notizie si hanno comunque sul suo conto)[5].

            Secondo una nota dell’umanista Angelo Colucci appartiene a Cielo D’Alcamo il famoso contrasto (dialogo) Rosa fresca aulentissima, ricordato da Dante nel De vulgari eloquentia, scritto in un dialetto meridionale tra il 1231 e il 1250.

            Composto di 32 strofe di cinque versi, pare un testo destinato alla rappresentazione scenica, ed è il dialogo tra un giullare seduttore e una ragazza che, dopo qualche resistenza, finisce per capitolare.

            Segue un modello consueto della letteratura popolare del tempo, ma con una notevole consapevolezza della rappresentazione psicologica.

            Il componimento Rosa fresca aulentissima ch’apari inver’ la state riprende modelli tematici e stilistici già presenti nella letteratura provenzale, che ci testimoniano la familiarità del poeta con la cultura del suo tempo.

            Tuttavia, a differenza di altri, Cielo inserisce nel testo forme e battute proprie del linguaggio popolare, che hanno una forte connotazione realistica. Ciò induce a supporre che con lui sia cambiato, almeno in parte, il pubblico cui l’opera è destinata: non solo uomini di corte, e dunque di cultura, ma anche uditori di ceti più bassi, di fronte ai quali il dialogo può essere cantato o, tra l’altro, sceneggiato.

            L’abilità con cui stile alto e stile umile sono alternati e fusi esclude, tuttavia, che si possa pensare ad un autore “popolare”: siamo di fronte, semmai, ad un accorto uso di modi popolareggianti da parte di un letterato, di un uomo colto che si compiace di sperimentare diverse forme espressive.

            Si deve menzionare ancora Giacomo Pugliese di cui ci resta il canzoniere più nutrito.

            Segue poi Rinaldo d’Aquino: personalità di rilievo, forse parente di San Tommaso. È autore sia di testi in stile elevato, sia di poesie di tono popolaresco come la celebre canzonetta Già mai non mi conforto, o “lamento del crociato“.

            La critica, soprattutto quella romantica, ha attribuito a lungo la presenza di questa vena popolare a una presunta spontaneità del poeta, ma essa appare oggi piuttosto il frutto di una meditata scelta stilistica, che rispetta i canoni retorici del tempo e testimonia la formazione dotta dell’autore.

            Ma ancora si segnala Odo delle Colonne[6], il più vicino ai provenzali.

            In ultimo, ma non ultimo, Pier della Vigna da Capua che si dedicò invece con maestria alla prosa aulica, un genere di discorso tipicamente diplomatico e fu anche autore di pregevoli opere in latino.

            Ma ci furono anche poeti delle regioni settentrionali che ci avvertono che l’attributo siciliano va preso come un semplice riferimento topografico.

            In ogni caso la fioritura della poesia siciliana fu intensa ma breve, essendo già terminata nel 1250, quando Federico morì (anche se di vera e propria fine della scuola siciliana si può parlare solo con la morte di Manfredi nel 1266).

            Federico voleva che i suoi poeti creassero poesia d’amore in volgare siciliano anche perché egli desiderava sganciarsi del tutto dalle influenze ecclesiastiche e pontificie: la corte doveva essere il luogo della gioia oltre che del sapere, centro produttivo di cultura, non soltanto strumento di una concezione del mondo e di un potere trascendenti.

            Lo stesso imperatore ed i figli (Enzo, Federico D’Antiochia, Enrico e Manfredi) furono autori di versi[7], dando per primi l’esempio di quel dilettantismo che caratterizza i poeti siciliani a differenza di quelli provenzali[8]: i primi infatti erano funzionari, notai o magistrati della corte che facevano poesia come attività di ricreazione rispetto alla loro reale attività.

            Per tale motivo i siciliani non sono affatto, in quanto poeti, al servizio di un sovrano, e per questo non trattano mai argomenti politici: della lirica trovadorica cercano e interpretano soltanto il tema amoroso e l’amor cortese.

            La scelta tematica comporta anche una scelta di stile: è una poesia monostilistica, senza concessioni al trobar clus e alle sperimentazioni di vario genere: la mira fondamentale è quella dell’armonia, della perfezione tecnica, della musicalità.

            Si direbbe che questa poesia, scritta per la lettura e non per il canto[9], abbia assorbito in sé le esigenze armoniche della musica, perfettamente equilibrata nella scansione regolare delle quartine e delle terzine.

            Vocaboli e costrutti latini, francesi, provenzali, scelti tra i più raffinati, furono innestati sul tronco del dialetto siciliano e certo giovarono al fine di quell’aulicità di dettata che permise ai testi della Scuola di imporsi, come modelli esemplari di stile, anche in aree culturali lontane: soprattutto in Toscana.

            Anche nella poesia siciliana, come nella poesia trovadorica, l’amore è presentato nella forma idealissima dell’omaggio del poeta alla donna, non più, però, domina nel senso feudale di signora della corte, a cui l’ossequio d’amore è rivolto come da vassallo a padrona, ma signora in senso interiore[10], oggetto altissimo di una mira senti­mentale assoluta, senza riferimenti concreti: per cui si può dire che sia l’Amore stesso[11], più che la donna, il vero argomento di questa poesia.

            Dal momento che questi poeti sono funzionari di alto livello, assimilati per grado e funzioni alla nobiltà di sangue, la tematica amorosa riguarda spesso gli effetti dell’amore sull’animo del soggetto: e sono effetti, appunto, di nobilitazione, di innalzamen­to dell’ani­mo, di accostamento ai privilegi della “virtù”, e della “fortuna” (due termini largamente presenti, di netta anticipazione rispetto allo stilnovismo).

            Siamo anche qui in presenza di una poesia molto stilizzata e convenzionale[12], ma ciò non toglie che questi poeti, a cominciare da Jacopo Da Lentini, danno vita ad una ricca fenomenologia degli effetti amorosi sull’animo, con invenzioni metaforiche di grande efficacia.

            Giacomo Pugliese e Rinaldo D’Aquino hanno però anche tratti di poesia non riconducibili al greve intellettualismo della Scuola e certamente rilevatori di nativa sensibilità alla vita reale.

            Ma l’importanza autentica della scuola siciliana, al di là di ogni giudizio di valore sulla consistenza di questa poesia, sta nell’invenzione di un linguaggio letterario: il volgare passa di colpo dall’uso parlato alla più raffinata organizzazione della scrittura poetica.



Jacopo da Lentini

Amor è uno desio che ven da core[13]

Amor è un[o] desio che ven da core

per abondanza di gran piacimento;

e li occhi in prima genera[n] l’amore

e lo core li dà nutricamento.

 

Ben è alcuna fiata om amatore

senza vedere so ’namoramento,

ma quell’amor che stringe con furore

de la vista de li occhi ha nas[ci]mento:

 

ché li occhi rapresenta[n] a lo core

d’onni cosa che veden bono e rio,

com’è formata natural[e]mente;

 

e lo cor, che di zo è concepitore,

imagina, e [li] piace quel desio:

e questo amore regna tra la gente.

L’amore è un desiderio che proviene dal cuore

per eccesso di piacere;

e sono gli occhi a generarlo

ed il cuore lo nutre.

 

È vero tuttavia che un amante

ama senza vedere l’oggetto del suo innamoramento[14],

ma l’amore che avvince con la stretta della passione

ha origine dalla vista degli occhi:

 

perché gli occhi riportano al cuore

l’immagine d’ogni cosa buona e cattiva,

così come essa è al naturale;

 

e il cuore, che accoglie tale immagine,

la rielabora, e si compiace di quello che è ormai un desiderio:

e le persone sono dominate da questo amore.

 




[1]Punto d’incontro tra civiltà diverse (araba, cristiana, ebraica) e precorritrice del fenomeno, destinato ad avere rigoglioso sviluppo durante il 1400 e il 1500, del mecenatismo, ossia della protezione e dell’incoraggiamento dato dai Signori agli “intellettuali”, e quindi dello sviluppo della cultura.

[2] Imperatore del Sacro Romano Impero e re di Germania.

[3] Si interessò vivamente di filosofia, di diritto, di scienze naturali, di astronomia; inoltre parlò correttamente sette lingue.

[4] Jacopo da Lentini, visse fra il 1210 e il 1260 circa (per alcuno morì fra il 1246 e il 1250), fu notaio imperiale di Catania e poeta considerato da molti il caposcuola del cenacolo poetico siciliano.

Si dice che sia stato l’inventore del sonetto.

Dante ne cita una canzone nel De Vulgari Eloquentia come se egli fosse un caposcuola. 

Lo chiama “‘Il Notaro” per antonomasia e lo considera l’esponente tipico della poesia di corte (Divina Commedia, Pg. XXIV, 56).

I versi del Lentini, pur imbevuti di manierismo cortese, sono pieni di ampiezza espressiva e tematica e nelle liriche amorose esprimono ardore e spontaneità.

Di Jacopo ci restano una quarantina di componimenti: numerose le canzoni, di varia struttura, talora unissonaus, al modo provenzale, cioè con rime costanti.

I suoi temi si raccolgono intorno a un sentimento amoroso pur nella ispirazione di moduli e strutture provenzali (come nel sonetto Meravigliosamente o Amore è un desio che ven da core) ma sa trovare anche personali accenti (si legga in particolare il sonetto Io m’agio posto in core a Dio servire).

[5] Cielo sarebbe il diminutivo di Michele (Celi) mentre Alcamo, che è una cittadina siciliana, indicherebbe la provenienza del poeta.

[6] Rarissime e incerte sono le notizie biografiche. Molto apprezzato nel XIX secolo perché meno legato ai canoni della scuola siciliana più incline ai motivi naturali del canto popolare, mostrò vivacità ritmica nei versi.

[7] Federico coltivò sia la versificazione volgare sia quella latina.

[8] Che erano poeti di mestiere e vivevano come cortigiani del frutto del trobar.

[9] La poesia provenzale, come quella in lingua d’oil, era invece sempre accompagnata dalla musica.

[10] È interessante notare, però, che in Provenza la situazione descritta idealmente nella poesia era davvero simile a quella reale, poiché quella regione era suddivisa in tanti piccoli feudi, ciascuno retto da un Signore, che stabiliva con i suoi fedeli un rapporto di vassallaggio corrispondente a quello che la donna stabiliva nei confronti dei suoi innamorati; ma questo non è il caso della corte di Federico II, assai più centralizzata. Il modello feudale appare qui fittizio: è, più che altro, spunto e terreno per sperimentare nuove forme poetiche, per esercitare e raffinare lo stile; contemporaneamente, offre agli scrittori l’occasione per affermare la propria collocazione di intellettuali che si dedicano all’esercizio letterario per passione, e in tale esercizio mostrano la loro abilità e sapienza. Così essi rivendicano, insomma, il prestigio legato ad una precisa condizione socioculturale.

 [11] Svuotato dell’aura religiosa che esso ebbe in origine ma arricchito di molte implicazioni dottrinali.

[12] La donna ha sempre gli stessi tratti fisici e psicologici: testa bionda, chiaro viso, distaccata alterezza, enigmatica chiusura alla pietanza (pietà) per l’amante.

[13] Si tratta di un sonetto (schema ABAB ABAB CDE CDE) che fa parte di una “tenzone poetica” intervenuta tra il Lentini ed altri due poeti della scuola siciliana. Il tema su cui si dibatte concerne la natura, l’essenza e gli effetti dell’amore. Il Mostacci sostiene che si tratti di un’entità invisibile di cui però il poeta si chiede l’origine. Pier Delle Vigne è d’accordo sulla invisibilità, ma ritiene che l’amore si faccia comunque sentire nel cuore; il Lentini nella lirica qui riportata afferma invece che sia un’esperienza dei sensi e soprattutto visiva: penetra proprio dagli occhi e trova nutrimento nel cuore che rielabora il desiderio fino a che questo non si trasforma in furore e domina l’innamorato con un pensiero fisso. È questo un topos che rimarrà nella poesia lirica fino al Petrarca, ma che poi si ritroverà anche nell’epica (si pensi all’Orlando Furioso dell’Ariosto) e che trova i suoi fondamenti nel notissimo trattato De amore di Andrea Cappellano, ed in particolare nell’asserzione sull’amore: “Si muove per veduta e per grandissimo pensiero di persona ch’abbia altra natura”. 

[14] Qui Lentini cita la tesi del cosiddetto “amore da lontano” che viene portata avanti in modo sublime dal trovatore provenzale Jaufre Raudel (vedasi ad esempio la lirica “Poiché il getto della fonte”).