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L’ETA’ DELL’ORO


Veduta di Taormina mare

Sicelides Musae, paulo maiora canamus. Oh Muse siciliane, cantiamo temi un po’ più impegnativi!
E’ questo l’incipit della celeberrima Ecloga IV, una delle meno pastorali delle Bucoliche virgiliane, cosa che viene rimarcata già dal primo verso, esprimendo la volontà di discostarsi in parte dall’ispirazione teocritea  (Sicelides Musae) per rivolgersi ad argomenti maiora, più impegnativi. Il tema che qui Virgilio tratta è quello della nascita di un puer, che coinciderà con una nuova età dell’oro, metafora, questa, della pax portata da Augusto quando oramai sono lontane le guerre civili, che così bene rappresentavano invece l’età del ferro. Non si sa di preciso chi fosse questo puer, e moltissime sono state le ipotesi avanzate. I critici vi hanno visto il figlio di Asinio Pollione, oppure il figlio della sorella di Ottaviano. Qualcuno ha pure pensato che il puer altro non fosse che lo stesso Cristo, e proprio da una tale lettura in chiave messianica ebbe origine l’immagine di un Virgilio come profeta del cristianesimo, che tanto influenzò Dante e tutto il Medioevo.
La IV Ecloga testimonia il clima di pax istaurato da Augusto e la fides, la fiducia, nonché la spes, la speranza che le gesta del nuovo princeps possano produrre una vera e propria renovatio nella societas romana troppo afflitta dalle guerre civili. Siamo dinanzi ad una vera età dell’oro, una nuova splendida età dell’oro, un mito antichissimo che Virgilio riprende forse addirittura dagli Etruschi, che parlavano di un magnus annus, un ciclo di tempo lungo millenni in cui si alternavano periodi contrassegnati da nomi di metalli (oro, argento, ferro, bronzo…) e di divinità (Saturno, Apollo…)
Certamente però Virgilio doveva conoscere assai bene il mito esiodeo. E’ per l’appunto il poeta greco Esiodo (VII sec a. C.) a dare una nobile veste letteraria al mito dell’età dell’oro, quella felicissima età nella quale gli uomini vivevano in uno stato di grazia, dividendo la loro esistenza con le divinità, nutrendosi grazie a ciò che la terra spontaneamente produceva per loro. A quei tempi gli uomini non conoscevano la morte, né il dolore, né la fatica del lavoro: una sorta di Paradiso terrestre era l’ambiente che li circondava, un mitico Eden destinato, ahimè, a terminare. Nel momento in cui i mortali rompono il sacro patto stretto con le divinità, ecco spalancarsi dinanzi agli occhi dei mortali l’età del ferro, e da lì la caduta umana divenne inarrestabile: si sprofonda lentamente nel dolore e poi nella morte.  In Esiodo dunque il mito delle cinque età è la rappresentazione della decadenza umana, dalla perfetta e originaria beatitudine all’età dura e spietata in cui il poeta vive. Virgilio, con una bella aemulatio cum variatione, supera il pessimismo esiodeo ed introduce una interessante innovazione: la gens aurea può tornare sulla terra, può ritornare il regno di Saturno, egli ne è veramente fiducioso. Da questo punto di vista l’Ecloga IV rappresenta un tassello importante in quel bel mosaico virgiliano che sarebbe poi stato completato con l’Eneide: l’arte è anche un valido ausilio al potere e questo rientrava a pennello nel programma politico di Ottaviano, che amava offrire agli artisti contemporanei fonti ispiratorie per le loro opere.
Anche in epoche più vicine alla nostra il mito dell’età dell’oro è stato più volte ripreso. Si pensi al regno di Elisabetta I di Inghilterra, il regno della “vergine regina”: Elisabetta e la sua corte incarnano proprio questa età dell’oro. Non a caso l’età elisabettiana è caratterizzata da una grande prosperità e dall’ enorme sviluppo delle arti.
Elisabetta si propone ai suoi sudditi come la personificazione di quella icona divina destinata, nell’Ecloga IV, a portare nuovamente sulla terra ricchezza e falicità: la regina trasformò il suo aspetto al punto tale che non fu più possibile attribuirgli un’età ed un sesso: spesso venne ritratta immobile, bianca come una statua, col volto incorniciato da immobili e corti riccioli. Così come era accaduto nell’età augustea, il mito dell’età dell’oro divenne per Elisabetta un valido strumento per il suo potere: l’immortale veste del suo programma politico.

Giulia Del Giudice

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