L’eremita (Seconda parte) (Scena unica-parte novantasettesima)

Camminamento di acquedotto romano in Pont D

L’eremita
Faccio fatica ad impiegare il poco tempo che mi rimane. È davvero un paradosso… sto attendendo qualcosa, ma non so che cosa sia e soprattutto non ho alcuna certezza che debba avvenire. Chissà perché… ma nonostante tutto sono convinto che dopo l’attesa cambierà la mia vita e sarò un altro uomo… o perlomeno riuscirò a condurre la mia vita come la conducono gli altri. Come se questa vita fosse solo una prova  di una vita vera e da buon borghese, una di quelle vite che quando muori qualcuno si dispiace più o meno a lungo… Non riesco a fare meno di essere sarcastico, ma è solo una difesa, rido solo di me stesso per non aver afferrato le occasioni che Dio mi ha mandato

Abelardo
Tu pensi ad una vita sola e quindi non puoi fare a meno di innervosirti… di credere che a te il buon Dio non abbia riservato le stesse possibilità di ricongiungerti all’Amore. Ma l’Amore è la nostra essenza, non si perde e non si acquista… è la nostra anima immortale.
Ti trovi in fondo ad un pozzo, ma le pareti sono lastricate di stelle che non riesci a riconoscere… guardati attorno, abitua i tuoi occhi un po’ per giorno all’oscurità… e ti accorgerai presto che il buio è ciò che sta uscendo dal tuo corpo, piano piano sempre più luminoso, che anche tu alla fine non sei e non sarai che una stella delle pareti del pozzo per qualche altra anima in difficoltà.
Questa è l’occasione che attendi. L’inizio promettente della luce che hai dentro e che ora può ammirare soltanto Dio.  È una luce che esiste da sempre e di cui a poco a poco tu prenderai coscienza. Non c’è un limite di tempo, ma il tempo della volontà e del desiderio che saprai coltivare dentro di te.
La vita non ha senso in sé, lo acquista quando è vissuta, quando reca un senso a quella degli altri uomini. Ma bisogna diventare luminosi, bisogna che il prossimo ci riconosca così come ci riconosce Dio da prima dei tempi… bisogna che l’ansia di eternità si trasformi in benevola e disinteressata dispensatrice della speranza. Ci vuole una semplicità nata tra i chiodi del Golgota per liberarsi e liberare dal buio.

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Senza maschera (Capitolo V-Epiloghi-parte ventiduesima)

pace

<<Ti odio…>> questa parola assume spesso dei significati diversi: quando cedi le armi e ci riconciliamo di solito  sostituisce un impronunciabile ti amo.

<<Ti odio quando vuoi farmi pena!>> Ma ho soltanto pena in fondo al cuore, amore mio, pena infinita e senza fine.
<<Ti odio quando fai la lagna!>>
<<Ti amo, ma ti detesto.>> Mi detesto anch’io amore mio, per non riuscire ad essere amato da te come vorrei, per non capire come tu vorresti essere amata o non amata.
<<Vorrei essere con te. In un letto…>> ed io ti attendo nell’anima perché so che il tuo rimarrà soltanto un desiderio, ma essere desiderato è già molto per me, è tutto quel  che ho sempre cercato.
<<Non uscirò né questa sera, né mai!>> I primi tempi della nostra storia, se c‘è stata una storia visto che a tuo giudizio “non stiamo” e quindi non siamo mai stati insieme, mi chiedevi di uscire di frequente ed io di massima rifiutavo. Oggi mi rendo conto benissimo del fatto che ti umiliavo, ma tu continuavi a venirmi a cercare, e consideravi quella serata in cui facevamo l’amore come qualcosa di speciale. Se avessi mantenuto quelle abitudini forse mi cercheresti anche adesso che sono a tua completa disposizione.
<<Forse ci vediamo venerdì, ma poi tanto non esco.>>
<<Io non sono come te… non mi consolo con le parole… io sono pratica.>> Come fai ad essere sicura di come sono io? io che mi sfioro solo al pensiero dei tuoi baci e dei tuoi capelli…
<<Se ti dico che voglio vederti è qualcosa di irrazionale… poi se ti vedo è altra benzina sul fuoco…>>
<<Non essere patetico, se mi vuoi perché non hai altro, è meglio lasciar perdere…>>
<<Lo vedi che non mi ascolti mai? Io posso non abbandonarti, ma tu ed io non siamo in grado di andare d’accordo ed io non lo sopporto!>>
<<Lasciami stare… oggi non è proprio giornata!>> Quasi ogni giorno per te non è giornata.
<<Io non ti parlo più…nessuno può permettersi di alzare la voce con me!!>>
Ora credo davvero che non tornerai indietro ed io nemmeno lo desidero; troppa sofferenza ci vuole per riallacciare il legame che poi è così precario; mi hai preso per stanchezza e spero che questo mio stato duri a lungo tanto da dimenticarti.
<<Non sei patetico, sei di coccio… ti amo da morire, ma non voglio parlarti più.>>
E come fai ad amarmi da morire se non mi parli più? se non abbiamo mai parlato insieme sul serio? che cosa ami da morire di me? non riesco a comprenderlo. Potremmo anche fingere di essere muti, ma sarebbe un insulto per quelli che lo sono veramente. Pensa se fossimo muti davvero? non potresti nemmeno dirmi che mi ami da morire, anche se a dire il vero tu ora me lo hai solo scritto. Ed io che cosa me ne faccio di un messaggio elettronico che enuncia frasi astratte, che non potranno trovare esplicazione alcuna nella mia vita? ma questo è anche un tuo problema.
<<Va bene, è finita… sono stanca di bla, bla, bla>>.
<<Tu non sei niente… anzi sei meno di niente… sei un gran bastardo>>.
<<Degli altri non mi frega niente,  ma te ti odio>>.
<<Mi hai riempito il cervello di fregnacce>>
<<Hai preteso… dico… preteso… che io avessi bisogno di te… e quando ho avuto bisogno di te…  mi hai sempre lasciato nella merda>>.
<<I miei sentimenti sono cazzi miei, tu non sei un amico, non sei un conoscente…non sei niente… non esisti>>
<<Ti odio e ti ammazzerei… ti ammazzerei a schiaffi>>.
<<Se potessi ti sparerei…>>
<<Se io non ti do nulla allora non perdi nulla… non mi scocciare più!>>
<<Sono stufa di vedermi continuamente rinfacciato il tuo amore!>>
<<Basta…ti lascio… sono almeno due o tre giorni che non ti lascio…meglio così sennò ti adagi… a dire  il vero mi sembri già adagiato…>>
<<Mi offende il fatto che tu voglia fare l’amore con me…tu non mi capisci, non mi conosci…ti odio anche umanamente…sei un figlio di puttana!>>
<<Ti amo e non ne conosco la ragione, ma la nostra è davvero una storia sbagliata.>>
<<Ti amo, ma la mia posizione rimane immutata, non voglio avere più niente a che fare con te.>>
<<Ci sono cose insuperabili… mi dispiace… ed io mi attengo alle mie decisioni… devo essere coerente.>>
<<Mi dispiace… a volte mi manchi talmente da non riuscire a trattenermi. Perdonami.>>
<<Le storie che non hanno futuro si tagliano… io non taglio te, ma la storia.>>
<<Hai avuto le tue occasioni… oramai ne riparliamo in un’altra vita…>> ma potrebbe non esserci un’altra vita amore mio.
Risparmio le mie repliche che peraltro sono state inutili, o meglio uno dei modi più tristi per fare lievitare la bolletta.
Quanto mi hanno addolorato queste frasi (per fortuna talvolta contraddittorie o interpretabili anche a mio favore) che vai digitando ormai meccanicamente (forse con la scrittura intelligente?): l’ultima ha davvero un che di tombale, non c’è che dire.
Ho studiato una vita per essere accettato, e mi pare di non aver imparato nemmeno l’ABC; quasi dovessi assorbire un’altra lingua dall’alfabeto ancora misterioso e che in fondo non mi hai mai voluto davvero insegnare.
Perché amore mio sei stata una padrona così esigente, hai preteso così tanto dal mio poco intuito?
L’amore si impara e si costruisce con pazienza e dolore (questa è una diceria messa in giro da tutti quelli che sono stati lasciati…).
Sul fatto che io mi dimostri spesso ottuso siamo comunque d’accordo in due, sennò non ti avrei perduto.
Ma probabilmente non ti ho mai avuto, almeno non nel senso in cui intendevo ed intendo io.

(Continua)

Sulle origini della lingua e della letteratura italiana (Prima parte)

Valnontey
– S. Re-L. Simoni,  L’invenzione letteraria. Volume primo. Carlo Signorelli editore. Milano. 2001

– Lingua francese,”Microsoft® Encarta® Enciclopedia Online 2009 http://it.encarta.msn.com © 1997-2009 Microsoft Corporation. Tutti i diritti riservati.
– R. Luperini – P. Cataldi – L. Marchiani – F. Marchese, La scrittura e l’interpretazione. Dalle origini al manierismo. Volume primo. Palumbo editore. Firenze. 2000.
– AA. VV., La letteratura italiana in Cd-Rom. G. D’Anna editore- La repubblica Edizioni.  Milano. 1999.
– S. Guglielmino – H. Grosser, Il Sistema Letterario. Duecento e Trecento. Giuseppe Principato editore. Milano. 1994
– E. Gioanola, Storia della Letteratura italiana. Dalle origini ai giorni nostri. Librex editore. Milano.1992.
– A. Momigliano, Antologia della letteratura italiana. Volume primo. Dalle origini al Quattrocento. Giuseppe Principato editore. Messina-Milano. 1937.

La lingua italiana deriva per trasformazione dal latino parlato dal popolo; ma occorre precisare che è il latino parlato a trasformarsi con più duttilità, mentre il latino scritto, quello usato per finalità letterarie e culturali, è di gran lunga più statico, tende, grazie soprattutto all’opera dei chierici, ad autoriprodursi e a cristallizzarsi[1]:ciò è molto importante perché determina il mantenimento di una cultura unitaria in Europa ma nello stesso tempo determina anche l’allontanamento della lingua parlata da quella scritta.

         Nelle varie aree (Italia, Francia, Spagna ecc.) che avevano fatto parte dell’Impero romano e avevano avuto come lingua ufficiale ed imposta il latino, sorgono per una serie di fattori[2] quelle lingue che vengono chiamate neo-latine o romanze[3].
         Per l’Italia bisogna tener conto dell’influsso che esercitano in questa trasformazione del latino parlato le dominazioni dei popoli germanici (i Goti di Teodorico[4], i Longobardi[5], i Franchi che peraltro coltivano anche il latino scritto[6]) nell’area settentrionale e quella degli Arabi soprattut­to in Sicilia[7].
         Tenendo conto della differenza – per così dire, istituzionale – tra la lingua scritta (di destinazione culturale) e lingua parlata (di destinazione pratico-comunicativa) si arriva via via ad una situazione di “bilinguismo”; vale a dire: il popolo, il volgo parla una lingua che è risultato della trasformazione plurisecolare del latino, e che viene appunto detta “volgare”, mentre per le destinazioni ufficiali (editti, liturgia, ecc.) viene usato appunto il latino.
         Ad un certo punto (IX-X sec.) però si ha la chiara consapevolezza sia della distanza che c’è fra latino scritto e volgare sia – e soprattutto – del fatto che il volgare è una lingua “completa” e funzionalmente autosufficiente; e ciò grazie all’apporto dei dotti che ne pongono le regole per l’uso scritto: l’utilizzazione tuttavia inizialmente ha una ragione pratica o religiosa[8], solo in un secondo tempo, come già abbiamo accennato più sopra, nascerà quella che noi chiamiamo letteratura.
         È importante sottolineare come le considerazioni sopradette smentiscano la tesi cara alla critica romantica, secondo cui la nascita delle lingue volgari fu il frutto di un’autonoma e spontanea elaborazione “dal basso”, sorta dal profondo della coscienza popolare senza la mediazione della cultura classica e degli intellettuali di professione: insomma, una specie di slancio vitale che spazzò via una tradizione ormai fiacca e isterilita, sostituendola con forme più libere e pronte ad accogliere la sensibilità di un mondo nuovo.
         Al contrario, la mediazione e il filtraggio ci furono, fino a produrre, soprattutto nell’area romanza, un bilinguismo in cui latino e volgare non si configuravano come opzioni alternative, ma come soluzioni complementari e integrate da utilizzare di volta in volta a seconda dei contesti, dei generi e dei destinatari.
         In questo ordine di idee va collocato il cosiddetto Indovinello veronese risalente ad un giorno imprecisato tra la fine del secolo VIII e del secolo IX: un chierico della cattedrale veronese scrive tre righe sul margine superiore del manoscritto che aveva davanti (un libro liturgico spagnolo).
         La terza riga è una breve formula di invocazione in latino, ma le altre due sono di altro genere e contengono dei versi spiritosi (una specie di indovinello per gli altri monaci), un’analogia tra il lavoro dei campi e quello dello scrittore.
Se pareba boves, alba pratalia araba,
 
(lo scriba) si spingeva davanti i buoi (le dita che reggono la penna), arava un campo bianco (il foglio di pergamena)
albo versorio teneba, et negro (?) semen seminaba 
reggeva un bianco aratro (la penna d’oca), e seminava nero seme (l’inchiostro)
Gratia tibi agimus, potens sempiternus Deus.
ti ringraziamo, potente sempiterno, Dio.
 
I primi due versi dunque contengono caratteristiche che non sono più latine ma rimandano ad un linguaggio della vita di tutti i giorni, un linguaggio <<neolatino>> per la prima volta fissato nella scrittura.
       Il passaggio dal latino all’italiano si nota dalla mancanza di desinenze (il sistema è andato ormai in crisi): albo versorio sta per album versorium; negro sta per nigrum (qui la i latina è sostituita dalla é); sono cadute le desinenze verbali di terza persona singolare, pareba, araba, teneba, seminaba, sostituiscono le forme parebat, arabat ecc.; boves e semen sono forse  latinismi o piuttosto forme neolatine proprie dell’area friulana.

[1] Fenomeno questo che è proprio di tutte le lingue letterarie.
[2] Venir meno dell’autorità centrale, scambi commerciali, contatti o dominazioni straniere.
[3] E il termine sottolinea il ceppo originario; si tratta del portoghese, del ladino, del catalano, del castigliano, del provenzale, del francese d’oil, del sardo e dei volgari italici.
[4] Forse il primo esempio di convergenza tra ideale monastico e vocazione letteraria era stato Aurelio Cassiodoro, discendente di una famiglia dell’antica nobiltà romana colta, che dopo aver servito come ministro a Ravenna il goto Teodorico, aveva abbandona­to la sua carica per ritirarsi nella natia Calabria e dare vita alla comunità di preghiera e di studio del Vivarium; qui Cassiodoro scrisse, fra le altre cose, quelle Istituzioni che costituirono un vero ponte di collegamento tra la cultura classica e quella cristiana medievale, con la spiegazione delle cosiddette “arti liberali” del Trivio e del Quadrivio, fondamento per molti secoli dell’istruzione scolastica. Con Cassiodoro a Ravenna ritroviamo il grande filosofo Severino Boezio che ha scritto il De consolatione philosophiae, uno dei testi più famosi del Medio Evo.
[5] Questo popolo fu progressivamente conquistato da quella civiltà che aveva sopraffatto, accettando in parte la lingua ed il diritto dei latini. A Pavia, capitale del regno, fu addirittura fondata una scuola di grammatica latina, mentre furono stretti i collegamenti con il monastero di Bobbio: presso la Corte di Desiderio operò Paolo Diacono; anche Verona vide fiorire un importante scriptorium presso la sede episcopale.
[6] In ambito culturale Carlo Magno capì l’importanza dell’i­struzio­ne nonostante non fosse, come i suoi conti e funzionari del resto, nemmeno in grado di scrivere correttamente; favorì soprat­tutto la cultura dei religiosi, poiché voleva valersi del clero per incivili­re i popoli barbari dell’impero; negli scriptoria dei monasteri, protetti e arricchiti dall’imperatore, venivano riprodotti testi sacri e profani dell’an­tica Roma, miniati con grande maestria e trascritti nelle nitide lettere latine che si usano ancora oggi. Si tratta della limpida ed elegante scrittura carolina, in sostituzione della brutta ed illeggibile scrittura merovingia. Ma l’imperatore non disdegnò nemmeno l’acculturamento dei laici dal momento che aprì nella stessa sua corte una scuola, detta Accademia palatina, alla quale chiamò dotti da tutta Europa, come il monaco Alcuino, autore di notevoli opere teologiche e poetiche, che diresse l’Accademia predetta; lo storico longobardo Paolo Diacono; il tedesco Eginardo, biografo dell’impe­ratore e molti altri. Sul modello della Palatina sorsero altre scuole presso arcive­scovadi e monasteri, per l’istruzione degli ecclesia­stici e dei laici; l’insegnamento era ordinato nelle sette arti liberali del Trivio (grammatica, retorica, dialettica) e del Quadrivio (aritme­tica, geometria, musica e astronomia).
[7] Ma l’influenza araba attraverso i commerci e i traffici si estende comunque ben al di là dei territori conquistati.
[8] Con il concilio di Tours dell’813 si fa obbligo agli ecclesiastici di rivolgersi ai fedeli nella loro stessa lingua.

Senza maschera (Capitolo V-Epiloghi-parte ventunesima)

4

Quanto è passato amore mio, forse cent’anni o anche di più… e noi non ci siamo più incontrati, a questo punto le pilloline avranno di certo cambiato colore o si saranno polverizzate nell’atmosfera già avvelenata per conto suo.
Ma sarebbe comunque interessante offrirti ancora un epilogo o forse tre, in omaggio se non altro alla new economy, perché come potrai leggere, se avrai l’avventura di ritrovarti queste righe sotto mano (e che? pensi che non te li manderò in un modo o nell’altro?), le cose non sono poi tanto cambiate… almeno per me.
Oggi, per soffrire, utilizzo il telefonino ed è tutto solo più immediato: gli attacchi di disperazione dipendono però da una pila al litio che dura sempre meno; e, dopo un anno o due, sento come la necessità di comprarne una nuova.
La riproduzione o la ricerca di un vitale dolore e l’istinto di conservazione si combattono ancora dentro di me e spesso si uniscono in un inestricabile e patetico gioco.
Certo tu non ci sei più nel mio cuore, almeno non come un tempo… gli anni mi hanno fatto dimenticare anche come sei, o meglio come eri…(bugia!)
Ma se all’epoca fosse esistito il cellulare  le cose sarebbero andate più o meno così…
…in precedenza possedevi un altro numero.
La cosa strana è che non lo ricordo, chissà per quale meccanismo di rimozione.
E forse col tempo riuscirò a dimenticare anche te.
L’istinto di sopravvivenza reca risorse insospettabili.
Nel frattempo però posso soltanto rammentare che all’epoca erano sorti i primi problemi di gelosia, perché lo facevano squillare in tanti (anche il tuo ragazzo del resto ne era infastidito, per non dire di peggio); forse per questo ne ho rimosso il ricordo, nonostante tu avessi giurato e spergiurato che si trattava di semplici conoscenze… cui peraltro non avresti voluto rinunciare.
Da allora e forse per qualche tempo ti sei data molto da fare perché cambiassi idea sui tuoi rapporti con le persone: la mia opinione contava qualcosa evidentemente, o forse non avevo ancora un’opinione che potesse darti in qualche modo fastidio.
Tu ci pensavi all’amicizia, così dicevi, in modo diverso da me, io la associavo a quelle telefonate e alle frequentazioni successive che immaginavo.
Le donne quando sono innamorate o perlomeno interessate escono infatti con la più grande naturalezza e a tutte le ore del giorno e della notte: quando la storia volge al termine, accampano al contrario mille pretesti legati apparentemente ai più sacrosanti motivi; ma tu sei così desiderabile che certo avrai avuto sempre una buona ragione per non dover cercare delle scuse… di averti in esclusiva insomma ci ho creduto per poco.
O meglio all’inizio non ci volevo credere, poi ci volevo credere, ma sentivo che la realtà era ben diversa.
È possibile comunque che io non ricordi bene nemmeno le mie associazioni mentali o che queste siano iniziate soltanto in un momento successivo.
Da principio mi sentivo a tratti baldanzoso; il tuo interesse per me non poteva che essere l’effetto di un’infatuazione di cui approfittare nel breve tempo in cui me ne avresti dato l’opportunità: eri (e sei) troppo bella e pericolosa…
Mi aspettavo che il sogno svanisse come neve al sole e che non lasciasse traccia, non che si logorasse fino a strapparsi e a strappare anche me, come è di fatto avvenuto.
Tanta sicurezza proveniva anche dal fatto che non volevo soffrire, e non soffrivo perché non volevo desiderarti come oggi ti desidero.
Allora mi limitavo a pensare che avresti potuto essere la donna della mia vita: non avevo ancora riflettuto abbastanza sul fatto che, se ti avessi avuta e perduta, avrei potuto anche uccidermi…bugia…mi sarei ucciso un po’ per tutte le donne di cui mi sono innamorato, tanto che adesso, non lo dico per vantarmi, sono diventato praticamente immortale.
Non so se ci hai fatto caso, ma con la nuova tecnologia, i ruoli si sono invertiti almeno nell’immaginazione e per qualche tempo…
Miracolo del terzo millennio che mi ha reso ardito.. o sarà forse che il tempo corre e diminuiscono anche le opportunità della fantasia?
Meglio quindi forzarle la mano o piuttosto accettare alcuni compromessi che ad un’altra età non riuscivo nemmeno ad immaginare.
In effetti in un primo tempo mi è sembrato addirittura ineccepibile che facessi l’amore con altre persone anche se, in tutta onestà, non ho alcuna prova che questo sia accaduto.
Non la ritenevo una mancanza nei miei confronti, ed alla sera il pensiero che tu uscissi con soggetti non meglio identificati od identificabili non mi turbava.
Ora purtroppo mi feriscono pensieri diversi, specie se ripasso il campionario di sconfortanti sms con cui hai voluto che facesse i conti prima l’etere e poi il mio tastierino…
<<Era meglio se fossimo nati muti, sarebbe stato tutto più facile!>>
<<Noi non andremo mai d’accordo, litigheremo sempre!>>
<<Noi litighiamo sempre.>>
<<Noi non litighiamo soltanto quando stiamo in orizzontale.>>
<<Noi non stiamo insieme>> e questo riesci a dirlo anche mentre sono dentro di te a provare e a farti provare sensazioni molto intense.
<<Noi non staremo mai insieme.>>
<<Io ti amo, ma questo non cambia la situazione…>>
<<Sei un uomo senza né capo né coda.>>
<<Ti credi Napoleone?>>
<<Ma chi ti credi di essere?>>
<<Non ho voglia di risponderti.>>
<<Sei un egocentrico egoista.>>
<<Sei patetico!>>
<<Io non sono nata per soffrire come te…anche se soffro è perché ci sono costretta.>>
<<Quando ti lascio in realtà vuol dire che non ti voglio parlare.>>
<<Sei una lagna, che palle! sempre con questa cosa della morte!>>
(Continua)

La letteratura della Francia romanza (Ultima parte)


Castello valdostano
 – S. Re-L. Simoni,  L’invenzione letteraria. Volume primo. Carlo Signorelli editore. Milano. 2001

– Lingua francese,”Microsoft® Encarta® Enciclopedia Online 2009 http://it.encarta.msn.com © 1997-2009 Microsoft Corporation. Tutti i diritti riservati.

– R. Luperini – P. Cataldi – L. Marchiani – F. Marchese, La scrittura e l’interpretazione. Dalle origini al manierismo. Volume primo. Palumbo editore. Firenze. 2000.

– AA. VV., La letteratura italiana in Cd-Rom. G. D’Anna editore- La repubblica Edizioni.  Milano. 1999.

– S. Guglielmino – H. Grosser, Il Sistema Letterario. Duecento e Trecento. Giuseppe Principato editore. Milano. 1994

– E. Gioanola, Storia della Letteratura italiana. Dalle origini ai giorni nostri. Librex editore. Milano.1992.

– A. Momigliano, Antologia della letteratura italiana. Volume primo. Dalle origini al Quattrocento. Giuseppe Principato editore. Messina-Milano. 1937.

– M.L. Meneghetti, La nascita delle letterature romanze, in Storia della Letteratura italiana dalle Origini a Dante. Le origini, il Sole24, Milano, 2005.

 

            Al costituirsi di una poesia d’arte nell’Italia romanza giovò, probabilmente molto più dell’epica francese, la lirica provenzale, fiorita in Provenza ed in altre regioni del sud della Francia (Aquitania, Limosino, Alvernia)  fra i secoli XI e XIII.

 

            Nata nelle corti[1], la lirica occitanica ne rispecchiò gli ideali <<cortesi>>, ossia quel complesso di valori che l’alta società feudale compendiava nel termine cortesia: <<la lealtà, la liberali­tà, la misura o discrezione, il valore delle armi e, loro corona­mento, l’amore inteso come passione irresistibile, dedizione assoluta, che non conosce limiti nelle distinzioni sociali, né quelli della morale religiosa, che è anzi esso stesso fonte e supremo criterio di morale>> (Accame Bobbio).

             Si trattava di  un vero e proprio codice di comportamento che regolerà la relazione tra gli amanti nell’Europa occidentale durante tutto il Medioevo. Influenzato dagli ideali della cavalleria, l’amor cortese fu celebrato tra l’XI e il XIII secolo nelle canzoni dei Trobadours[2], che ne codificarono le norme principali.

            I trovatori appartengono a ceti diversi, ma la comunanza di vita nella corte e i riconoscimenti ottenuti grazie alla fama poetica finiscono col minimizzare le differenze dovute alla nascita, creando una specie di integrazione sociale.

            La produzione cortese è ricchissima, e non è esclusivamente maschile: si contano infatti almeno diciassette poetesse in lingua d’oc.

            In base al codice cortese la lirica che ha prevalentemente carattere amoroso[3] (pur senza escludere i temi dell’impegno politico e morale), trae modelli di comportamento e di linguaggio dall’ambiente feudale.

            Il poeta è un “vassallo” che si sottomette alla donna amata[4], la serve e attende da lei il beneficio[5]. I suoi ideali sono ancora la fedeltà, il coraggio, l’eroismo, ma altra diventa la loro destinazione: il poeta si consacra alla dama, la onora e le è devoto fino al sacrificio.

            Questo sentimento abbraccia ogni aspetto della sua personalità, lo coinvolge profondamente e si traduce in un continuo impegno a migliorare se stesso.

            In tal modo il poeta ingentilisce il suo animo e lo guida verso la conquista della perfezione morale.

            L’amore cortese, è anche inteso come insieme umano di passioni, desideri, sofferenze e frustrazioni. Attraverso la lirica il poeta impara a conoscere se stesso e ad analizzare la propria anima. All’eroe che la tradizione epica aveva innalzato, il trovatore insegna l’umiltà, la generosità, la devozione e il rispetto umano.

            I princìpi di questa concezione dell’amore sono tanto precisi che si trovano definiti in veri e propri trattati (come le trentuno tesi del “De Amore” del francese Andrea Cappellano[6]): l’amore può vivere solo in animi nobili, esenti da meschinità o vizi, e deve restare “segreto” (una volta che gli amanti si sono dichiarati); l’innamorato ha il dovere di nasconderlo, di “schermarlo”, così l’identità della donna viene celata con un nome fittizio (il cosiddetto senhal); il matrimonio è inconciliabile con l’amore[7], che si nutre di ostacoli e riceve maggior forza dall’impossibilità di possedere la donna amata.

            Su questi motivi di fondo si sviluppa una vastissima gamma di ramificazioni tematiche e formali.

            Alla lode della donna e alle riflessioni del poeta sui propri turbamenti amorosi si accompagna l’uso metaforico del linguaggio feudale, l’insistenza su allusioni oscure, che rivelano l’identità dell’amata solo a chi è in grado di decifrarle.

            Addirittura a volte questa poesia, per eccesso di sottigliezze intellettuali­stiche, si fa contorta ed oscura, configurando il trobar clus (=<<poetare chiuso, ermetico>>) in opposizione al trobar leu (“poetare chiaro, aperto”)[8].

            Per la mancanza di un autentico palpito umano la lirica amorosa dei provenzali dà quasi sempre la sensazione dell’artificio, e risulta monotona e fredda sia nelle stilizzazioni della donna e del paesaggio, sia nella resa degli stati d’animo dell’amante: del resto a livello di contenuto essa non ha mai uno sbocco concreto[9], perché la conquista della “domina” significherebbe un soverchiamento delle gerarchie feudali.

            Le va però riconosciuto il merito di aver fornito per prima all’Europa un esempio di poesia romanza costruita con propositi di alta raffinatezza formale, secondo il concetto dell’arte come operazione tanto più nobile quanto più sensibile agli strumenti di un ricco obrador (laboratorio) tecnico.

            Bisogna ancora rilevare che alcuni suoi rappresentanti (Bertrand De Ventadorn[10], Bertrand De Born[11], Arnaut Daniel[12], Guglielmo IX di Aquitania, Giraut De Bornelh, Jaufre Rudel[13]) talvolta riuscirono ad immettere nel convenzionale repertorio della scuola accenti di schietta poesia, che risuoneranno nella migliore lirica italiana, dagli stilnovisti a Petrarca.

            In altre parole, in quest’ultimi poeti (ricordati in parte anche da Dante), l’abilità formale giunge ad una straordinaria perfezione tecnica, grazie alla quale lo schematismo delle situazioni passa in secondo piano, e il riferimento al rituale di vassallaggio perde di concretezza e si trasforma in uno spunto per raffinate sperimentazioni di stile.

            La poesia occitanica fu presto conosciuta in Spagna, in Germania[14] e nelle corti del nord Italia attraverso l’opera dei trovatori tra la fine del XII secolo e l’inizio del XIII, dopo che sulla Provenza si fu abbattuta la crociata promossa da Innocenzo III contro gli Albigesi.

            I poeti italiani tuttavia non ottennero grandi risultati dall’imitazione, anche se alcuni anticipano temi e forme  di successive e più adulte esperienze.

            Si ricorda qui soprattutto Sordello da Goito[15]  ed il suo <<sirventese>> In morte di Ser Blacas, in cui risuonano vigorosi accenti polemici contro la cupidigia e la faziosità dei signori d’Italia.

 

Carlo Calcagno



[1] Addirittura si ritiene che il primo poeta cortese sia stato proprio un feudatario, Guglielmo IX, duca d’Aquitania (1071-1126 o 1127).

[2] <<Trovatori e trovieri>> detti dal verbo trobar, indicante la ricerca poetica e quindi equivalente al nostro <<poeta>>.

[3] Di fin’amor come si diceva in lingua provenzale. Nel sistema ideologico che sta alla base del romanzo l’amore non è invece elemento imprescindibile.

[4] Che viene chiamata midons la cui radice è da ritrovarsi nel latino dominus.

[5] Che quasi sempre si riduce ad uno sguardo o ad un sorriso.

[6] Chierico alla corte in Poitiers di Eleonora duchessa di Aquitania.

[7] In base a tale regola, l’amante di una donna sposata doveva dimostrare la propria devozione compiendo gesta eroiche e scrivendo componimenti amorosi, che venivano recapitati anonimamente all’amata.

Tale canone risale forse alla saison del 1174, presieduta da Maria di Champagne (figlia di Eleonora di Aquitania), ove si asserì che l’amore “tra marito e moglie è impossibile, poiché i coniugi hanno il dovere di prestarsi ai reciproci desideri e non rifiutarsi scambievolmente nulla, mentre gli amanti si concedono favori liberamente e non spinti da necessità legale”.

[8] Intorno al 1170 alcuni trovatori cominciano a prediligere una lingua difficile, fatta di espressioni complicate, spesso ellittiche e contrastanti, a volte fin nelle sonorità. Si tratta di una vera e propria forma di ermetismo che prende il nome di trobar clus, ovvero creazione “chiusa”, “oscura”. Emblematica, a questo proposito, la definizione che il trovatore Raimbaut d’Aurenga dà della propria attività poetica: “Cars, bruns et teinz motz entrebesc, / pensius pensanz” (Parole preziose, scure e cupe, io intreccio, pensosamente pensoso). Al trobar clus si contrappone lo stile più accessibile del trobar leu il cui massimo rappresentante è Guiraut de Bornelh. C’è poi, infine, il trobar ric, che si ispira al trobar clus e che predilige la sontuosità della lingua e il virtuosismo della versificazione; il rappresentante più significativo di questa tendenza è Arnaut Daniel. Tutti questi termini sono stati poi spesso utilizzati anche per parlare della lirica dei secoli successivi.

[9] Salvo che nei primi autori di alto lignaggio come ad esempio Guglielmo IX di Aquitania.

[10] Trovatore del sec. XII, attivo alla corte di Eleonora d’Aquitania. Ha lasciato una quarantina di componimenti poetici.

[11] Bertrand de Born è un famoso cavaliere trovatore che  istigherà il giovane re Enrico III contro il fratello Cuor di Leone che era entrato in gran pompa a Limoges e, per volere della madre Eleonora, vi aveva contratto matrimonio simbolico con la Santa protettrice Valeria, patrona di Aquitania: nella chiesa di Saint-Etiènne Riccardo, in segno di legame con i suoi vassalli, si mise al dito l’anello della Santa.

[12] Poeta provenzale nato in Dordogna (Francia), nel vescovado di Périgord, e fiorito tra il 1180 e il 1210. Fu tra i maggiori seguaci di quel genere di poesia ermetica e tecnicamente ardua (trobar clus) che ebbe in Marcabruno il proprio iniziatore. Considerato da Dante, nel De vulgari eloquentia (II 2, 9), come il trovatore più importante dopo Giraut de Bornelh e senz’altro il maggior compositore in lingua d’oc di poesie d’amore, Arnaut Daniel è celebrato in Purg. XXVI 115-26 come il principe non solo dei poeti (compreso lo stesso Giraut), ma anche dei prosatori volgari. I termini con i quali, per bocca di Guido Guinizzelli, viene espresso questo primato (“Versi d’amore e prose di romanzi / soverchiò tutti …”, Purg. XXVI 118-19) hanno indotto in passato alcuni studiosi a ritenere possibile che Arnaut abbia composto anche alcuni romanzi, andati poi perduti (ipotesi oggi completamente accantonata). Al virtuosismo metrico-stilistico della poesia arnaldiana Dante rende un esplicito omaggio anche in De vulgari eloquentia II ix-x, dove dichiara di aver derivato la tecnica compositiva della sua sestina Al poco giorno e al gran cerchio d’ombra da quel tipo di stanza, usato da Arnaut in quasi tutte le sue canzoni, indivisa e priva di rime al suo interno (cobla dissoluta), nella quale ogni verso rima con il suo corrispettivo della strofa successiva (coblas unissonans).

[13] Trovatore provenzale, morto prima del 1164. Originario del Sanitonge e principe di Blaye, fu in relazione con Alfonso Giordano di Tolosa e Ugo Bruno VII di Lusignano. Secondo l’autore della sua Vida, Jaufre Rudel prese parte alla seconda crociata (1147) per raggiungere in Siria la contessa di Tripoli Melisenda, figlia del conte Raimondo I, della quale si era innamorato per fama, senza averla mai vista. Ammalatosi durante il viaggio, morì, appena arrivato, tra le braccia dell’amata. A questo episodio della biografia di Jaufre si riferisce la citazione di Petrarca in TC IV 52-53 “Giaufrè Rudel, ch’usò la vela e ‘l remo/a cercar la sua morte…”. Alla leggenda rudeliana dell‘amor de lonh Petrarca sembra alludere anche in RVF 53, 103 “se non come per fama uom s’innamora”.

[14] Qui si sviluppa il movimento definito Minnesang (da Minne, “amore ideale”, e Sang, “canto”), tra i cui rappresentanti si ricorda Walther von der Vogelweide (1170 ca-1230 ca), Raimon de Miraval (1191-1229).

[15] Poeta assai amato e stimato da Dante Alighieri che lo celebra con accenti altissimi nel canto VI del Purgatorio. Nato a Goito vicino a Mantova nei primi decenni del secolo XIII fu buon trovatore e raggiunse i suoi maggiori successi poetici intorno alla metà del secolo.

Visse presso numerose corti: a Ferrara presso Azzo d’Este, a Verona presso Riccardo di San Bonifacio; qui si invaghì della moglie di lui Cunizza, sorella di Ezzelino da Romano, con pericolose conse­guenze perché poi la rapì o ne agevolò la fuga.

Trovò cortese ospitalità presso la corte provenzale di Raimondo Berlinghieri IV, dove operò come poeta ma soprattutto come politico, dimostrando abilità ed energia.

Fu presso Carlo I d’Angiò, che accompagnò nella discesa in Italia, ottenendo alcuni castelli in Abruzzo.

Fu poi imprigionato dal re e liberato per la mediazione di Clemente VI. Morì nel 1269 o poco dopo. Nella sua permanenza in Provenza perfezionò la conoscenzadella lirica, egli aderiva alla scuola tolesana per quanto riguarda la poesia d’amore, scuola che considerava la donna come una necessaria guida all’elevazione dell’uomo.

Non abbiamo documenti della sua poesia in volgare. D. fu forse attratto dalla sua poesia politica dove si evidenziano fierezza di sentimenti e indipendenza di pensiero, con le quali egli polemizza contro la corruzione e l’ignavia di tanti potenti del tempo. In particolare D. conobbe un poemetto didascalico “Ensegnamen d’onor” (un trattato di cortesia ed etica cavalleresca che contiene fiere invettive contro i potenti che hanno perso le vere doti del signore) e specialmente il “Compianto in morte di Ser Blacas” in cui Sordello dà una rassegna politica dei signori d’Europa (Federico II, i re di Francia, di Navarra e di Spagna, i signori di Provenza) cui unisce sarcasmo per la loro codardia, invitandoli a cibarsi del cuore di Ser Blacas per acquistarne la virtù ed il coraggio. Non sappiamo perché D. lo ha inserito in questo canto, non è un pigro né un “morto per forza”; forse è semplicemente un tardi-pentito (solo nella maturità infatti abbandonerà la spregiudicatezza dell’avventuriero per dedicarsi all’austerità).

L’ETA’ DELL’ORO

Veduta di Taormina mare

Sicelides Musae, paulo maiora canamus. Oh Muse siciliane, cantiamo temi un po’ più impegnativi!
E’ questo l’incipit della celeberrima Ecloga IV, una delle meno pastorali delle Bucoliche virgiliane, cosa che viene rimarcata già dal primo verso, esprimendo la volontà di discostarsi in parte dall’ispirazione teocritea  (Sicelides Musae) per rivolgersi ad argomenti maiora, più impegnativi. Il tema che qui Virgilio tratta è quello della nascita di un puer, che coinciderà con una nuova età dell’oro, metafora, questa, della pax portata da Augusto quando oramai sono lontane le guerre civili, che così bene rappresentavano invece l’età del ferro. Non si sa di preciso chi fosse questo puer, e moltissime sono state le ipotesi avanzate. I critici vi hanno visto il figlio di Asinio Pollione, oppure il figlio della sorella di Ottaviano. Qualcuno ha pure pensato che il puer altro non fosse che lo stesso Cristo, e proprio da una tale lettura in chiave messianica ebbe origine l’immagine di un Virgilio come profeta del cristianesimo, che tanto influenzò Dante e tutto il Medioevo.
La IV Ecloga testimonia il clima di pax istaurato da Augusto e la fides, la fiducia, nonché la spes, la speranza che le gesta del nuovo princeps possano produrre una vera e propria renovatio nella societas romana troppo afflitta dalle guerre civili. Siamo dinanzi ad una vera età dell’oro, una nuova splendida età dell’oro, un mito antichissimo che Virgilio riprende forse addirittura dagli Etruschi, che parlavano di un magnus annus, un ciclo di tempo lungo millenni in cui si alternavano periodi contrassegnati da nomi di metalli (oro, argento, ferro, bronzo…) e di divinità (Saturno, Apollo…)
Certamente però Virgilio doveva conoscere assai bene il mito esiodeo. E’ per l’appunto il poeta greco Esiodo (VII sec a. C.) a dare una nobile veste letteraria al mito dell’età dell’oro, quella felicissima età nella quale gli uomini vivevano in uno stato di grazia, dividendo la loro esistenza con le divinità, nutrendosi grazie a ciò che la terra spontaneamente produceva per loro. A quei tempi gli uomini non conoscevano la morte, né il dolore, né la fatica del lavoro: una sorta di Paradiso terrestre era l’ambiente che li circondava, un mitico Eden destinato, ahimè, a terminare. Nel momento in cui i mortali rompono il sacro patto stretto con le divinità, ecco spalancarsi dinanzi agli occhi dei mortali l’età del ferro, e da lì la caduta umana divenne inarrestabile: si sprofonda lentamente nel dolore e poi nella morte.  In Esiodo dunque il mito delle cinque età è la rappresentazione della decadenza umana, dalla perfetta e originaria beatitudine all’età dura e spietata in cui il poeta vive. Virgilio, con una bella aemulatio cum variatione, supera il pessimismo esiodeo ed introduce una interessante innovazione: la gens aurea può tornare sulla terra, può ritornare il regno di Saturno, egli ne è veramente fiducioso. Da questo punto di vista l’Ecloga IV rappresenta un tassello importante in quel bel mosaico virgiliano che sarebbe poi stato completato con l’Eneide: l’arte è anche un valido ausilio al potere e questo rientrava a pennello nel programma politico di Ottaviano, che amava offrire agli artisti contemporanei fonti ispiratorie per le loro opere.
Anche in epoche più vicine alla nostra il mito dell’età dell’oro è stato più volte ripreso. Si pensi al regno di Elisabetta I di Inghilterra, il regno della “vergine regina”: Elisabetta e la sua corte incarnano proprio questa età dell’oro. Non a caso l’età elisabettiana è caratterizzata da una grande prosperità e dall’ enorme sviluppo delle arti.
Elisabetta si propone ai suoi sudditi come la personificazione di quella icona divina destinata, nell’Ecloga IV, a portare nuovamente sulla terra ricchezza e falicità: la regina trasformò il suo aspetto al punto tale che non fu più possibile attribuirgli un’età ed un sesso: spesso venne ritratta immobile, bianca come una statua, col volto incorniciato da immobili e corti riccioli. Così come era accaduto nell’età augustea, il mito dell’età dell’oro divenne per Elisabetta un valido strumento per il suo potere: l’immortale veste del suo programma politico.

Giulia Del Giudice