Senza maschera (capitolo III -parte undicesima)


Non posso nascondere i fiori dietro la schiena perché si vedrebbe la confezione e poi non vorrei ti infastidisse che qualcuno del teatro potesse vedere la scena.
Li lascerò sui sedili davanti, così quando entrerai se non altro ti farò una sorpresa.
Esci come al solito, con passo calmo e deciso, stringendo gli orli del cappotto come tu sola sai fare, con una naturale regalità che esalta le splendide forme su cui si adagiano, leggere, indefinibili, due spatolate di capelli neri lucidissimi.
<<Ciao, come stai?>>
<<Malissimo, durante lo spettacolo ci sono stati dei momenti in cui ho creduto di svenire… un po’ per i dolori e un po’ per il raffreddore.>>
<<Allora ti porto subito a casa?>>
<<Sì, decisamente… non ce la faccio proprio a stare fuori, spero di mettermi al più presto sotto le coperte.>>
Tutto si svolge senza un bacio, né una stretta di mano, all’insegna della più disinvolta freddezza; d’altronde se desideri un rapporto del genere dovrò abituarmi, non c’è altro da fare: mi domando, ma è solo una considerazione accademica, se gli altri ragazzi ti trattano con la medesima formalità e delicatezza e soprattutto se tu li ricambi.
Prima di conoscerti meglio scambiavo la freddezza con la timidezza; in realtà era soltanto una buona scusa per non andare al di là delle apparenze.
Ricordo sempre quell’espressione di altero disgusto, la prima volta che cercai, con malcelata goffaggine, di appoggiare le mie labbra sul tuo delicato visino; sembrava t’avesse morso una tarantola, tanto avevi le arterie del collo irrigidite nel tentativo di indietreggiare… beh, lasciamo perdere.
Ti appoggi alla maniglia, noti i fiori e sorridi: indugi ad aprire la portiera e così devo invitarti ad entrare, <<Sali su, sono per te!>>
E’ così imbarazzante il rumore del cellophane nell’abitacolo ristretto di un’automobile, specie quando non si sa come giustificare il dono ch’esso ricopre.
<<Avevo almeno cinque o sei motivi per regalarti questi fiori… se vuoi te li illustro…>>
<<No, non c’è bisogno.>> T’accorgi immediatamente del tempo che ho impiegato nel preparare il mio discorsetto e delle speranze che vi ripongo; così ti impietosisci, mettendo da parte la paura e i battiti d’un cuore senz’altro alterati.
<<Va bene, su, dimmeli…>>
<<Se vuoi non ne parliamo. Comunque… il primo è che già volevo regalarteli come “Valentino”, non perché tu fossi…>>
<<Oh, da parte tua sarebbero stati pienamente giustificati, non c’è bisogno che me lo spieghi.>>
<<Hai ragione in effetti il mio comportamento non avrebbe…>>
<<…fatto una grinza. >>
Però… sei proprio sicura di quello che provo, tanto che se te lo chiedessero, penso non avresti difficoltà a mettere una mano sul fuoco; converrai con me che sia un atteggiamento alquanto originale: di solito la gente è pronta a giurare sui propri sentimenti e tante volte neppure su quelli…
Mi piacerebbe davvero poterti smentire, ma purtroppo per me, in questo momento non ne sono capace. <<Il secondo motivo è la festa della donna, o meglio ieri era la festa della donna ma non mi hai dato l’opportunità di vederti e così… il terzo motivo è che ti volevo fare un dispetto perché mi hai detto che non la festeggi.>> A dire il vero non ho mai incontrato una donna che ammetta di festeggiarla…
<<Ah, grazie! e il quarto motivo?>>
<Il quarto motivo proprio non lo ricordo.>>
<<Come non lo ricordi?>> Immagino sia un gran divertimento osservarmi in difficoltà; come ci si sente ad avere una persona nelle proprie mani? è una sensazione di potenza o di piacere?
Vorrei fare almeno per un minuto il cambio con te, per capire che cosa si prova, ma so benissimo che questo è un desiderio patetico e meschino; la verità è che sto annaspando come una marionetta a cui siano stati ingarbugliati i fili.
<<Ho un attimo di defaillance…>>
<<Come un attimo di defaillance?>>
<<Sono completamente andato.>>
<<Beh, allora dimmi il quinto motivo.>>
<<Oh, il quinto motivo lo puoi immaginare da te…>> e dovrebbe essere una meravigliosa rivincita non pronunciare le parole “ti amo”; invece mi sento l’ultimo degli sconfitti perché queste due fatidiche, piccole paroline, mi stanno distruggendo la vita, la coscienza, l’incoscienza, la dignità, l’orgoglio.
Le trovo impresse dappertutto: in una giornata di sole, nelle gocce di pioggia, nella musica che ascolto, nei film che guardo, nei libri che leggo; ogni fenomeno vivente, ogni oggetto grida ed irradia un solo nome. <<Sei davvero splendida e non soltanto per me… che c’è? non parli?>>
<<…ho avuto anch’io un attimo di defaillance.>>
Non m’illudo, so che cosa vuoi dire, le tue speranze mi stanno passando davanti; escono dai tuoi occhi a fiotti, come le lacrime, ma non sono stille di pianto; sono ricordi… “Se avesse mantenuto quelle promesse…”; sono attese che ti sembra di toccare con un dito…”Non è possibile che in teatro non s’accorgano di quello che valgo… col tempo… sì, col tempo arriverà anche l’amore che ho sempre cercato… e con esso la felicità, le soddisfazioni professionali e tutto ciò che mi spetta.”
E’ bello sognare ad occhi aperti specie se gli occhi sono belli come i tuoi, con quelle ciglia all’insù che potrebbero catturare anche i miraggi più restii; le muovi spesso, quelle ciglia, talvolta per convincerti di essere nel giusto o anche per disprezzarti, quando sai bene di essere nel torto; quelle ciglia rappresentano spesso il tuo solo interlocutore e sanno risponderti con espressioni di alterigia o di stizza e perché no, anche di dolore.
Cosa pagherei per vederle anche innamorate, seppure per un solo, brevissimo istante.
(Continua)

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