Senza maschera (II capitolo -sesta parte)


casamia dei minuti neutri

Sebbene tu sia continuamente al centro dei miei desideri insoddisfatti, riesco a stare male anche per altre amare ed inevitabili considerazioni: spesso ho la sensazione di mangiare le briciole di un pasto che non ho consumato, oppure mi capita di pensare ad uno stato diverso dalla vita e dalla morte che non sia la mera sopravvivenza.
Così mi accontento di soli progetti e faccio indigestione del tempo che sembra non scorrere mai: tutto ciò, unitamente alla tua assenza di cui purtroppo non posso prevedere la durata, mi provoca un’angoscia infinita che solo il sonno può momentaneamente placare, naturalmente dopo una buona dose di minuti passati ad occhi sbarrati.
Appena sveglio poi ho la sensazione di affogare da un momento all’altro nell’aria viziata della mia camera; eppure non soffro di claustrofobia, anzi, di solito amo gli spazi chiusi perché mi sento protetto dall’incalzare dei minuti non impiegati o neutri (come li chiamo io) e soprattutto dalle responsabilità che di solito alla mia età nel bene o nel male le persone normali fanno credere di assumersi.
Perché essere responsabile, mi dico, nel pieno dello sconforto, e poi di che cosa e davanti a chi? visto che anche tu non sei che un parto della mia mente.
Che cosa ho fatto per innescare questo perverso mecca-nismo chiamato r-e-s-p-o-n-s-a-b-i-l-i-t-à? Nulla.
Eppure mi ci trovo i-r-r-i-m-e-d-i-a-b-i-l-m-e-n-t-e inserito, nonostante il mondo esterno sia quasi del tutto inconsapevole della mia esistenza; se non fosse per la cassetta delle lettere, il postino, il telefono o la dichiarazione dei redditi, potrei tranquillamente vivere su Marte.
E a pensarci ancor meglio potrebbe essere davvero una buona cosa, guarda caso utopistica, la partenza per un mondo, conosciuto o meno non importa, in cui non ci si possa arrogare il diritto di dare ordini o consigli, dove si possa amare e gioire puramente, senza dover dare sempre delle giustificazioni e la fastidiosa impressione di essere sperduti e perdenti.
In tutta sincerità è troppo monotona questa attesa di un futuro senza futuro; è l’ora di chiedersi senza timori se vi può essere qualcosa di più ripetitivo e quindi noioso di un’aggregazione umana in cui le illusioni anticipano i senni di poi e i sogni lasciano spazio, se non si è soltanto degli ipocriti, alla sofferenza e alla fatica.
Non c’è neppure bisogno di laurearsi in matematica per capire che se la società è fatta da tanti uomini ne deriva soltanto una sommatoria di molti zeri.
La guerra e più in generale la morte lo dimostrano inequivocabilmente. “L’Eguagliatrice numera le fosse,/ma quelli vanno, spinti da chimere/vane, divisi e suddivisi a schiere/opposte, intesi all’odio e alle percosse:/così come ci son formiche rosse,/così come ci son formiche nere…” scriveva Gozzano e non scherzava.
Ma allora la società non esiste: perché mi preoccupo tanto di essere al centro di una cosa che non c’è? perché mi faccio condizionare dal niente o pretendo che il niente riconosca i miei sforzi per raggiungerlo, quando lo possiedo già?
E se la società non esiste, non esisto nemmeno io; perché affannarsi quindi in una corsa che non mi vede nemmeno tra i partecipanti? è un po’ come assistere ad una partita di calcio e alla fine affermare: <<Abbiamo vinto o abbiamo perso.>>
Più logico e meno usuale, sempre che esistano almeno i giocatori, è certamente ammettere: <<Hanno vinto o hanno perso.>>
Cosa significa poi vincere o perdere? Se la posta in palio è il nulla.
Il nulla può però contenere l’infinito, l’infinito a sua volta, per una bizzarra alchimia, dovrebbe racchiudere, come alcuni sostengono, l’anima di ogni infelice o felice nullità.
Già l’anima… verrà il tempo in cui le confessioni saranno racchiuse in pillole multicolori (a seconda del tipo di peccato) e le madri premurose andranno dal sacerdote a chiedere prescrizioni per i figli, i mariti, le suocere…
Gli assassini, i ladri, gli adulteri, i truffatori, avranno sicuramente l’esenzione dal ticket; per una nuova categoria, i rapinatori di sogni, ci saranno poi condoni annuali in virtù della straboccante diffusione, specie nei ceti più abbienti.
Così la Chiesa farà presto fallimento e si vedrà costretta a fondare – naturalmente sotto falso nome – la Banca delle anime dove i puri di cuore la depositeranno dietro corresponsione dei Buoni Ordinari della Salute Eterna, cedole annuali con un interesse indicizzato del venti per cento; vale a dire che i fortunati possessori di questi titoli avranno almeno venti possibilità su cento di andare in Paradiso: la qual cosa, specie di questi tempi, non è certo da disprezzare.
In un prossimo futuro certamente si troverà anche il modo di annullare la forza di gravità: così finalmente sarà risolto il problema dei parcheggi.
Poi, per la contentezza dei filologi malinconici, sarà introdotta la coniugazione del verbo “suicidarsi” anche all’im-perfetto, al passato remoto e al trapassato prossimo: si intende che essendo un francesismo, entrerà nelle scuole in via sperimentale, ma poi ne verrà progressivamente estesa l’utilizzazione in via obbligatoria.
Si potrà così morire più volte ed a proprio piacimento; diverrà perfettamente normale affermare: <<Mi suicidavo,>> appunto per specificare che certi atti non si devono compiere, dato che la vita è un bene importante, anche se questa asserzione, a dire il vero, è già della nostra epoca e di conseguenza non credo avrà in seguito molta risonanza.
In compenso, diverrà di uso comune l’espressione “mi suicidai” per intendere che molto, ma molto tempo prima, si era morti in maniera del tutto errata; o ancora “mi ero suicidato” per sostenere che, in fin dei conti, la propria dipartita non aveva quella importanza che al tempo della stessa le era stata attribuita o per spiegare al proprio interlocutore che ahimè… si era caduti in quella censurabile mancanza, ma che nel prosieguo era subentrata una condizione di sincero pentimento.
Un’altra interessante scoperta riguarderà l’incapacità di alcune persone di amare o di essere amate: gli scienziati dimostreranno che il fenomeno dipende dalla deficienza di un certo ormone (vedasi già i preziosi studi sulla lulliberina) e quindi da una vera e propria malattia; a nessuno verrà di conseguenza più in mente di porsi domande del tipo:<<Perché quello/a guarda tutte/i meno la/il sottoscritta/o ?>>.
La situazione sarà chiara per tutti e per porvi rimedio sarà sufficiente assumere un preparato che gli endocrinologi avranno la compiacenza di scoprire.
Frotte di cornuti/e di infedeli (chissà perché questa parola ha una sola desinenza?) si precipiteranno senza indugio dal medico specialista che diverrà sicuramente il professionista con il più alto reddito.
In compenso però nascerà un nuovo balzello che avrà ad oggetto le cartelle cliniche dei pazienti, in omaggio al ben noto ed eterno principio per cui i redditi vanno colpiti alla fonte: il Governo, di cui mi guardo bene di mettere in dubbio l’esistenza, almeno sotto il profilo del prelievo tributario, istituirà la Tasmonor, cioè la tassa sull’amore non ricambiato, che ragioni di equità distributiva consiglieranno deducibile in sede di dichiarazione dei redditi, sempre che gli illustri clinici abbiano fatto le scoperte di cui sopra.
Con il termine disoccupazione si indicherà infine un lavoro ben retribuito; tuttavia l’improvviso benessere porterà con sé sicuramente delle conseguenze soprattutto per i giovani che, non sapendo più cosa acquistare, andranno a barattare le emozioni nei supermercati; chiunque potrà, recandosi all’apposito reparto, scambiare ad esempio una giornata di libidine violenta con un’ora da innamorato oppure un sorriso con un autentico quanto raro attacco di disperazione.
E poi alla fine della nostra magnifica vita ci attenderà sicuramente un funerale telematico: verremo trasformati in kbyte e poi zippati; ciò agevolerà di molto la sepoltura ovviamente dentro ad un numero o ad una parola; chissà se il termine “rimpianto” rimarrà libero per me? me lo auguro di tutto cuore.
Mi domando se arriverò a partecipare di tutte queste meraviglie: se tanto mi dà tanto, potrebbe anche venir la voglia di sopravvivere…
(Continua)

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