La letteratura della Francia romanza (Parte terza)


 – S. Re-L. Simoni,  L’invenzione letteraria. Volume primo. Carlo Signorelli editore. Milano. 2001

Lingua francese,”Microsoft® Encarta® Enciclopedia Online 2009 http://it.encarta.msn.com © 1997-2009 Microsoft Corporation. Tutti i diritti riservati.

– R. Luperini – P. Cataldi – L. Marchiani – F. Marchese, La scrittura e l’interpretazione. Dalle origini al manierismo. Volume primo. Palumbo editore. Firenze. 2000.

– AA. VV., La letteratura italiana in Cd-Rom. G. D’Anna editore- La repubblica Edizioni.  Milano. 1999.

– S. Guglielmino – H. Grosser, Il Sistema Letterario. Duecento e Trecento. Giuseppe Principato editore. Milano. 1994

– E. Gioanola, Storia della Letteratura italiana. Dalle origini ai giorni nostri. Librex editore. Milano.1992.

– A. Momigliano, Antologia della letteratura italiana. Volume primo. Dalle origini al Quattrocento. Giuseppe Principato editore. Messina-Milano. 1937.

– M.L. Meneghetti, La nascita delle letterature romanze, in Storia della Letteratura italiana dalle Origini a Dante. Le origini, il Sole24, Milano, 2005.

Al <<ciclo delle leggende classiche>> appartengono invece una serie di romanzi, in versi ed in prosa, della storia o della mitologia delle età classiche; Enea, Alessandro e Cesare si comportano però qui come cavalieri del Medioevo cristiano e cortese.

Questa produzione testimonia la continuità della cultura latina nel Medioevo romanzo: negli esempi più tardi viene utilizzata, infatti, la prosa proprio per attribuire fede e moralità alla narrazione.

Si parla di ciclo perché queste narrazioni hanno ad oggetto un personaggio in diverse fasi della vita ovvero più personaggi della stessa famiglia (ad esempio la famiglia reale di Francia, la dinastia dei custodi del Graal, il ciclo delle Crociate legato alla figura di Goffredo di Buglione) : alcune parti della narrazione, specie quelle relative alla nascita dei personaggi, venivano, per la verità, costruite ex novo.

Più storie a partire dal XIII secolo vengono raccolte in manoscritti ciclici miniati anche di grande pregio: così che si possa allargare il cerchio dei fruitori ai più diversi livelli sociali.

Un esempio notevole di utilizzazione italiana dei modelli francesi del <<ciclo classico>> è certamente l’Istorietta Troiana, databile alla fine del XIII secolo.

 

Nella produzione in lingua d’oil va pure rilevata la presenza dei cosiddetti fabliaux (= favolelli)[3], eredi della tradizione satirica latina trapiantatasi appunto nella lingua volgare: avevano come pubblico quello degli aristocratici, ma servivano per rappresentare figure del mondo non cortese (villani, borghesi, basso clero) che si pensavano degni soltanto di raffigurazione caricaturale e grottesca.

I protagonisti della narrazione potevano essere anche animali: così nel celebre Roman de renard (<<Romanzo della volpe>>), di matrice colta e clericale, si descrivono con una narrazione in versi avente toni da epopea, le vicende di numerosi animali parlanti (lupo, leone, cane), tra i quali spicca, per astuta intraprendenza, la volpe, simbolo di astuzia, anarchia ed indifferenza per le regole del buon vivere.


Resta da segnalare, nell’ambito della letteratura in lingua d’oil, il filone didattico-allegorico.

Fra i testi più fortunati che lo rappresentano troviamo il Roman de la Rose (<<Il romanzo della Rosa>>), poema sul tema dell’amor cortese[4].

Si tratta di un’opera in due parti, scritta nel corso del XIII secolo da due poeti francesi, il più vecchio Guglielmo De Lorris (per i primi 4.000 versi otto sillabici composti forse nel 1237 o verso il 1240) ed il più giovane Giovanni De Meung (per i successivi 18.000 che si possono datare attorno al 1280).

La prima parte, attribuibile al De Lorris è il racconto dei sentimenti personificati (ad esempio la Bella accoglienza e la Nobiltà d’animo, rappresentanti l’autore) che cercano con le parole di cogliere nel giardino dell’Amore (che rappresenta la vita cortese) una Rosa (simboleggiante la donna amata, difesa dalla Ritrosia e dalla Mala-Bocca); dopo un alternarsi di insuccessi e speranze, l’amante non riesce a soddisfare la propria passione amorosa.

La seconda parte, composta dal De Meung, è la descrizione dei vari episodi attraver­so cui l’autore riesce a raggiungere la Rosa, ben custodita in una torre.

Entrambi gli scrittori si servono di procedimenti didattico-simbolici tipicamente medievali, e non di rado cadono nel sensualismo più potente; ma il De Meung, meno fornito di sensibilità narrativa, tende alla compilazione enciclopedica, infarcendo il discorso di nozioni scientifiche relative ai vari settori dello scibile medioevale; inoltre la sua composizione si allontana dal tema di fondo: agli ideali cortesi viene sostituita l’esaltazione degli aspetti più materiali dell’amore, la figura femminile diventa oggetto di pesanti attacchi, mentre a valori come la carità o la rinuncia si preferiscono agi e ricchezze.





  [1] Un romanzo in prosa che racconta l’amore contrastato ma a lieto fine di Florio, figlio del re di Spagna, e Biancofiore una nobildonna romana.

  [2] Poemetto in ottave (il metro dei cantari popolari) del 1339 che narra  dell’amore tragico di Troiolo (figlio di Priamo) per Criseide, figlia dell’indovino Calcante.

  [3] Raccontini in versi, spesso otto sillabici, intesi a rappresentare aspetti e figure della vita contemporanea con giocoso, ed a volte osceno, realismo. Furono molto popolari in Francia a partire dal XII secolo. Della vasta produzione sono pervenuti circa 150 testi, di cui soltanto per una ventina si conoscono gli autori. Il loro materiale fu utilizzato nella narrativa europea dal XIV al XVI secolo: se ne ritrovano tracce nelle opere di Geoffrey Chaucer, Giovanni Boccaccio, William Shakespeare e Molière.

[4] L’opera avrà vasta eco nelle letterature europee fino al Rinascimento. In Italia ne comparve una traduzione in forma ridotta nel Fiore, una raccolta di sonetti a sfondo satirico che alcuni studiosi attribuiscono a Dante, mentre in Inghilterra il poeta Chaucer ne tradusse circa un terzo.

A sera/ I passi nostri

A sera

Come una carezza
si scioglie
questa giornata
che la mano di Dio
ha posato
sul nostro capo

 

I passi nostri

Tornerà come il vento
questo incanto
che mai si annuncia
come la neve
sulla spiaggia
a destare  meraviglia.
E noi guarderemo
il litorale ancora
dei passi nostri
come in un cerchio
d’amore.

Senza maschera (capitolo IV -parte quattordicesima)


<<Ha telefonato una ragazza… non sono stata a chiederle chi fosse… comunque ha detto che richiama.>>
<<Sarà stata Francesca>> per annunciarmi che oggi non possiamo vederci; oramai non mi aspetto altro, ho capito a sufficienza… speriamo che richiami, sennò le telefono io, facendo finta di niente.
E’ tardi, avrebbe dovuto telefonare da un pezzo, non riesco più ad aspettare; comporre il numero pesa enormemente, ma non ho altra possibilità, le mani e il cuore vanno per conto proprio: è come se non avessi più un cervello…
<<Mi bastava pensare a Lilì per capirlo. A Lilì che con tutti ci stava e pensava soltanto alle scarpe da ballo. Sarebbe stato così facile pigliarla e innamorarla. Sarebbe stato come un gioco. Non entrava nel sangue a nessuno, Lilì…>>
Pavese è morto da più di cinquant’anni, ma le sue parole sono vive più che mai: evidentemente le persone prive di quel non so che, appartengono ad ogni epoca; diversamente come potrebbero esistere i vincenti?
<<Pronto…>>
<<Francesca…>>
<<Ti avevo chiamato prima…>>
<<Ah eri tu?>>
<<… ma tua madre ha detto che eri uscito…>>
<<Sono andato a fare la passeggiata di mezzogiorno… quando è bel tempo vado sempre…>>
<<Ti avrei richiamato io… ma aspettavo che finissi di mangiare.>> Ah… accidenti a me e alla fretta!
<<Senti, volevo chiederti se hai voglia di venire a teatro. Volevo invitarti perché… perché così… tra l’altro danno una delle cose migliori in cartellone quest’anno…>>
<<Puoi scegliere tra stasera e domani sera.>>
Io non passo ancora quarantotto ore in queste condizioni… la scelta è obbligata. <<Stasera, va bene stasera!>>
<<Allora, confermo per questa sera.>>
Di’ la verità, sapevi bene che non avrei resistito, che due giorni di attesa non li avrei tollerati; pagherei non so che cosa per scalfire quella tua insopportabile sicurezza, per avere la forza di dire mi dispiace non posso, né stasera, né domani sera, ho degli impegni, ci risentiamo; insomma, per comportarmi come te, che lo fai sembrare così naturale ed inevitabile.
<<Sai, lunedì sera è venuto a teatro il tuo amico… sì, quello che conosce Strehler; mi ha chiesto:”lei è Francesca?” ed io ho risposto di sì, con lui c’era anche una signora così gentile, ma chi è? sua moglie?>>
<<No, è la sua compagna.>>
<<Uhm… subito ho pensato che fosse un conoscente dei “miei”, dopo si è presentato e sono diventata di tutti i colori… credevo avesse letto il mio nome sulla targhetta invece… tra l’altro quella sera c’era molta confusione,  amici dell’università che non mi aspettavo, anche mia mamma…>>
<<Allora avrà visto la scena?>>
<<Beh, questo non lo so.>>
<<Che veniva a teatro lo sapevo. E della tua presenza l’avevo informato io…>>
<<Beh, questo l’avevo capito.>>
<<Ma che ti avrebbe anche parlato non potevo certo immaginarlo; le mie descrizioni erano comunque troppo precise, perché non ti individuasse… spero la cosa ti abbia fatto piacere.>>
<<Sì, è stato un incontro piacevole. L’hai più rivisto?>>
<<No, in questi giorni, non ho avuto occasione.>> Se fossi Pinocchio il naso si allungherebbe fino a bucare la cornetta; certo che l’ho rivisto, lo sono andato a cercare di proposito il giorno dopo ed era davvero entusiasta.
<<L’ho vista… le ho anche parlato… quella, dietro ne ha cinquantamila!>> Detto così, con un amplio quanto eloquente roteare delle mani ed una espressione del volto tanto soddisfatta da sembrare una mezzaluna.
Se mi avesse frustato, avrei provato meno dolore.
<<Davvero le ha parlato?>>
<<E come no? l’ho individuata al primo colpo… veramen-te… mi ha aiutato un po’ Roberta, io avevo puntato un’altra perché non l’avevo vista; appena me l’ha indicata però non ho avuto dubbi: i capelli lunghi e fluenti e che corpo… bella, bella, poi senza un filo di trucco, un petto meraviglioso, il portamento fiero… di profilo non è bellissima… però di ragazze così non se ne vedono molte…>>.
<<Una su centomila!>> E pur nella tristezza mi sentivo molto orgoglioso della mia scelta.
<<Beh., ora non esageriamo… ne ho avute di meglio. Le ho detto:”Lei è Francesca?” e mi ha risposto:”Sì, come fa a saperlo? l’ha letto sulla targhetta?” “No, guardi, sono miope… ora capisco perché Enrico ha scritto quelle belle poesie per lei… lo sa che le ha incise anche Strehler ?” “Sì, lo so.” “Scrive molto bene Enrico…” “Lo so.” “Domani vado a trovare Strehler…” “Beato lei!” “Vada, vada, signorina, non la voglio distogliere dal suo lavoro, buonasera…” è andata proprio così, anche Roberta ha detto:”Che bella ragazza!”>>
<<Francesca sarà stata contenta…>>
<<Quando le ho parlato di te… le si sono illuminati gli occhi… vedrai, vedrai… son sicuro che non le sei indifferente.>>
<<Speriamo… io non sono per niente ottimista in proposito.>>
<<Sareste una bella coppia… sei un bel ragazzo e non sfigureresti… ma quelle son donne… dovresti avere il mio carattere… non hai abbastanza grinta… ti sei proprio gettato in un’avventura!>>
Considerazioni amare ma vere: basta la tua voce a telefono per capirlo; arrampicarsi sui vetri sarebbe molto più facile che conquistarti con il mio sentimento; quanto darei per essere uno di quelli che ti hanno presa e ti prendono forse ancora, senza amore e senza rimpianto, come una donna qualsiasi. <<Allora, ci vediamo stasera, a che ora?>>
<<Vieni tra le otto e le otto e mezza, perché dopo c’è troppa confusione… mi trovi in sala… se sono in galleria mi fai chiamare.>>
(Continua)

Senza maschera (capitolo III -parte tredicesima)

<<Voglio dire… gli altri si preoccupavano di non farsi vedere con te… io ho lasciato una ragazza con cui stavo da tre anni per te.>>
 <<Però… anche tu sei un bel tipo!>> Un’espressione di disgusto si è improvvisamente disegnata su quelle labbra che tanto desidero; sembra tu abbia bevuto caffè amaro o qualcosa di peggio.
<<Ancora oggi mi ha telefonato un’amica dei tempi del liceo e mi ha chiesto di andare a sciare con lei… io le ho detto di no sul muso perché non mi interessava, nessuna mi interessa, soltanto tu!>>
<<Che ragazze ci sono oggi! io, di invitare un ragazzo, non lo farei mai!>>
 <<Lei lo ha fatto perché mi conosce, sa che tipo sono. Come vedi le occasioni le avrei, ma non mi importano.>>
<<Ed io sono responsabile anche di questo… potresti vedere altre ragazze… vivere delle storie… non si può andare avanti così, devo prendere una decisione…>>
<<Se è per me posso aspettare, sono due anni che aspetto… cosa vuoi che rappresenti un mese più o un mese meno.>> Parole vuote in cui nemmeno io credo: sono un elastico teso all’inverosimile, non posso più aspettare.
<<Eppure non riesco a capire… qualche anno fa desideravo un uomo con gli occhi azzurri e i capelli biondi… ora mi rendo conto che il principe azzurro non esiste; l’amore si costruisce giorno per giorno, ma non riesco ad andare oltre…>>
<<Oh, i principi azzurri esistono… vedrai che ne incontrerai molti… dici così perché io non ti interesso, ma ci sono persone con più requisiti di me di cui sicuramente potresti innamorarti.>>
<<E dove sono queste persone?>> tagliente, e nonostante l’apparente sfiducia, parti dal presupposto che queste persone esistano. <<In campagna la gente mi incontra sempre da sola, chiedono spesso perché io non abbia il ragazzo, e sbuffano:”Ha studiato” come per dire “Chissà cosa pretende questa qui!”; io rispondo che non voglio qualcosa di speciale: sarebbe sufficiente un ragazzo che mi volesse bene.>>
Hai davvero coraggio a raccontare a me queste cose, sembra quasi ti diverta a girare il coltello nella piaga.
<<Io non ho più ideali, non ho alcuna speranza, ma la mia vita va bene così, ho molti impegni: l’amico per andare ai concerti, quello per andare al cinema…>>
<<Io non vorrei assolutamente alterare il tuo sistema di vita; mi basterebbe sapere che sei mia…>> insomma una cosa da poco… <<e poi qualunque cosa tu facessi andrebbe bene, ti chiederei soltanto un po’ di tempo per me, nient’altro… ti chiedo soltanto di condividere qualche interesse con me.>>
<<Ma non saresti geloso?>>
<<No, mi basterebbe anche qualche momento insieme per fare le mie cose con entusiasmo: quando si è appagati da una storia d’amore basta un niente per dare alla vita un’altra fisionomia.>>
<<Uhm, io sarei gelosissima dell’uomo che amo! non ti darebbe fastidio?>>
<<Magari fossi gelosa di me… vorrebbe dire che mi vuoi bene… ma tu non lo sarai mai…>>
<<Ma non ti faccio mai venire rabbia?>>
<<Sì, ma in fin dei conti quel che mi dispiace veramente è che non vuoi passare qualche momento con me.>>
Hai un sorriso disarmato, non sai più cosa dire perché mi rassegni alla realtà; ma poi ti riprendi. <<No, no… io avrei bisogno di uno schiavetto… ti farei soffrire… finiresti per subire anche le cose più ingiuste… a me vien voglia di chiamare le persone a distanza di mesi…>>
<<Certe cose comunque non le accetterei… se tu vedessi altri ragazzi non l’accetterei!>>
<<Accetteresti, accetteresti anche questo, me lo hai detto prima non ricordi? e ne soffriresti!>>
<<No, se tu vedessi altri… non lo sopporterei!>> ti guardo negli occhi con la poca risolutezza che mi rimane, come un bimbo che stringe i pugnetti dietro la schiena; so che non mi credi, ma probabilmente non ti poni neppure il problema visto che non esiste questione.
<<Non si può andare avanti così… devo prendere una decisione… non voglio farti del male…>>
<<Tu non mi fai del male: sono io che ho scelto di volerti bene, penso a te tutto il giorno, mi addormento con te e mi sveglio tutte le mattine con lo stesso pensiero.>>
<<Ah, andiamo bene!>>
<<No, non devi avere rimorsi…>> e mi rendo conto di averla detta grossa, ma la tua replica è davvero imprevista.
<<Non è questione di avere rimorsi, anche perché se fossero così intollerabili vorrebbe dire che di te non mi importa e allora saprei cosa fare, ma non è giusto che ti accontenti di questa situazione.>>
Saranno un po’ fatti miei, se tollero o meno questa situazione; il discorso è un altro: sei tu a non poterne più e questo è solo un altro modo tanto falso quanto garbato (lo devo ammettere) per farmelo capire.
<<E cosa dovrei volere di più? un bacio? sì, un bacio lo vorrei ma…>>
<<In questo momento… non avrebbe… senso>> <<…non avrebbe… senso>> constatazione quasi simultanea, ma non per questo meno dura da digerire; vorrei non averti mai incontrata per non sperimentare l’impotenza, questa sensazione di inevitabilità…
<<Mi viene in mente il protagonista di una bella commedia che hanno rappresentato a teatro da poco; tutte le sere, prima di addormentarsi fa l’esame di coscienza e si domanda:”Oggi sono stato più merda o più vigliacco… oggi sono stato più merda o più vigliacco…” in questo momento mi sento  un po’ così.>>
Ed io non so proprio come cosa rispondere, non capisco se stai recitando oppure se sei sincera… non so più nulla. <<Quando ti posso chiamare?>>
<<Non so… lunedì vado al cinema… gli altri giorni… i soliti impegni… no, aspetta, sono libera mercoledì.>>
<<Allora per vederci… ti chiamo mercoledì?>>
<<No, non dirlo quando telefoni, non lo voglio sapere, sennò devo tornare a casa dall’università, perché so che chiami…>>
<<Allora ti chiamo mercoledì.>>
<<Uffa, adesso mi sento prenotata come una cosa, un pacco… ma se devo essere cattiva lo voglio essere sino in fondo… prendo il mio omaggio floreale… ciao!>>
Scendi e mi lasci sbigottito a cercare una spiegazione per quest’ultima frase; è del resto un angoscioso ritornello che si ripete malinconicamente ogni volta che finisce un incontro: non mi rimane che attendere mercoledì.
(Continua)

Senza maschera (capitolo III-parte dodicesima)


<<Vedrai che tutto si sistemerà. Questo lavoro lo farai ancora per poco… una volta che sarai laureata…>>
<<Il mio desiderio è quello di rimanere nell’ambito del teatro, in una posizione di responsabilità.>>
<<Non vedo cosa lo possa impedire. Hai costanza, la fatica non ti spaventa, per non parlare poi della tua moralità. Sono tutti valori che contano e che prima o poi vengono fuori…>> ma che ne so io della tua moralità?
È curioso ma tutte le volte che attraversiamo questo incrocio, discorriamo sempre degli stessi argomenti; sarà forse la conformazione del piano stradale, talmente rettilineo da apparire lanciato verso grandi mete; o più probabilmente, i particolari giochi di luce che si intrufolano nelle aiuole spartitraffico, nei vicoli tra casa e casa, all’interno della stessa automobile, regalando un’atmosfera onirica e distensiva.
Tu guardi distratta la strada ed io sono un lampione fra i tanti che fanno luce per te. <<E’ vero, io cerco di fare tutto da me… non sono mica come certe che sono piene di raccomandazioni… a me piacerebbe tenere aggiornato l’archivio del teatro: l’archivista deve andare in pensione e così vorrei fare la richiesta… anche a casa tengo un archivio… è una cosa che mi è sempre interessata.>>
<<E’ una bella cosa…>> anche se, a dire la verità,  non so nemmeno di che cosa stai parlando.
Accidenti al raffreddore, fra pochi istanti scenderai e un’altra serata sarà conclusa; posteggio rassegnato sulla salita dove si affaccia il tuo portone e come al solito subentrano gli imbarazzanti quesiti, se spegnere o meno il motore, se levarsi o non levarsi la cintura di sicurezza; e sono tanto più pressanti, visto che questa sera stai male e non vorrei dare l’impressione di volerti trattenere.
<<Come va?>>
<<Ora sto meglio, dolori non ne sento più, è rimasto soltanto il raffreddore.>> Come al solito non sappiamo resistere alla discussione e i vetri dell’auto divengono sempre più opachi: alcune persone escono ed entrano dal portone ed hanno un atteggiamento molto curioso, chissà cosa penseranno… è proprio vero che le apparenze ingannano.
<<Tutti i miei vicini questa sera si sono dati convegno fuori dal palazzo!>>
<<Dopo la chiacchierata di domenica speravo che qualcosa fosse cambiato… ma tu, imperterrita, continui a non chiamare. Perché a Natale mi hai chiamato? l’altra volta te l’ho chiesto ma non mi hai risposto.>> Mai far sentire in difetto una donna su ciò che più si desidera…
<<Beh, qualcosa mi sembra d’aver detto…>> lo so quello che hai detto, lo so bene, ma non voglio accettarlo, non riesco a credere che tu sia così inaccessibile.
<<Sì, ma sei stata molto generica.>> Bugia, sei stata anche troppo specifica, è che la verità fa male e nonostante ciò vorrei la ripetessi per vedere, se per caso, muta almeno un accenno, una sfumatura…
<<A Natale ti ho chiamato perché mi avevi offerto la tua amicizia.>>
<<Era un’offerta ipocrita ed interessata!>>
<<Allora diciamo che l’avevi confezionata bene!>> sai che soddisfazione… adesso l’ipocrita sei tu.
<<Diciamo piuttosto che hai avuto un momento di debolezza… di solitudine… può succedere a tutti… non te ne faccio mica una colpa… il fatto è che ai miei sentimenti per te non credi assolutamente, vero?>>
<<Non è vero, tu sei… tu sei tutto quello che ho: non credo ci sia mai stata un’altra persona veramente innamorata di me.>>
<<Se ci credessi soltanto un poco non ti comporteresti così… se fossi innamorata…>>
<<E’ vero, se fossi innamorata, sarei totalmente votata all’uomo che amo!>> Come luccicano appassionati i tuoi occhi mentre protendi le mani verso di me quasi a voler spiegare la illimitatezza del sentimento di cui saresti capace.
<<Ho sempre in mente una frase di quella sera… sì… che se lui si fosse sposato non avrebbe potuto che scegliere te, come madre dei suoi figli…>> peccato che poi ha sposato un’altra… mi dispiace davvero…
<<Beh, intanto diamogli un nome: si chiama Fabio, ci conosciamo fin da piccoli, veniva in campagna dalle mie parti, aveva un’altra ragazza, quella che poi ha sposato… era innamorato di me… sì lo era, sennò non avrebbe fatto certe cose… però mi diceva che non avrebbe mai rotto quel rapporto… e un giorno mi ha comunicato che era finita, mi ha lasciata e si è sposato nonostante non provasse amore per lei… o almeno così mi diceva.>>
<<Se non ama sua moglie non  vedo che problema ci sia…>> e francamente mi sfugge perché dici che ti ha “lasciata” se stava con un’altra, forse sono troppo beghino per capire.
<<C’è! Per me il matrimonio è troppo importante… è sacro!>> Non ti ho mai visto così arrabbiata: la mia superficialità è un boomerang e allora cerco di salvare il salvabile. <<Ma no… io volevo dire dal punto di vista suo… se era un disonesto prima del matrimonio non vedo perché avrebbe dovuto cambiare in seguito.>>
<<Io negli uomini non credo più. Sono ormai abituata a fare la donna di scorta… i ragazzi con cui esco di solito hanno la ragazza e si vergognano a portarmi in certi posti, perché hanno paura di incontrare persone che conoscono… tutti dicono che vengono con me, ma che la loro ragazza non la lascerebbero mai.>>
<<Allora io sarei uno sprovveduto… guarda che  non lo sono, né mi sento come gli altri.>>
<<Non ho mai pensato tu lo fossi. Io penso le cose migliori di te: quest’estate eri un po’ così, ma si trattava di un momento particolare…>> ti mette in imbarazzo aggiungere che ero innamorato di te?
<<Magari posso sembrarlo sprovveduto, ma non lo sono, diciamo che sono uno che sa quello che vuole e tu non sei l’unica ragazza al mondo.>> Mi guardi con aria interrogativa, non con gelosia, ma semplicemente come uno psichiatra guarderebbe un paziente, senza la benché minima partecipazione emotiva.
(Continua)

Senza maschera (capitolo III -parte undicesima)


Non posso nascondere i fiori dietro la schiena perché si vedrebbe la confezione e poi non vorrei ti infastidisse che qualcuno del teatro potesse vedere la scena.
Li lascerò sui sedili davanti, così quando entrerai se non altro ti farò una sorpresa.
Esci come al solito, con passo calmo e deciso, stringendo gli orli del cappotto come tu sola sai fare, con una naturale regalità che esalta le splendide forme su cui si adagiano, leggere, indefinibili, due spatolate di capelli neri lucidissimi.
<<Ciao, come stai?>>
<<Malissimo, durante lo spettacolo ci sono stati dei momenti in cui ho creduto di svenire… un po’ per i dolori e un po’ per il raffreddore.>>
<<Allora ti porto subito a casa?>>
<<Sì, decisamente… non ce la faccio proprio a stare fuori, spero di mettermi al più presto sotto le coperte.>>
Tutto si svolge senza un bacio, né una stretta di mano, all’insegna della più disinvolta freddezza; d’altronde se desideri un rapporto del genere dovrò abituarmi, non c’è altro da fare: mi domando, ma è solo una considerazione accademica, se gli altri ragazzi ti trattano con la medesima formalità e delicatezza e soprattutto se tu li ricambi.
Prima di conoscerti meglio scambiavo la freddezza con la timidezza; in realtà era soltanto una buona scusa per non andare al di là delle apparenze.
Ricordo sempre quell’espressione di altero disgusto, la prima volta che cercai, con malcelata goffaggine, di appoggiare le mie labbra sul tuo delicato visino; sembrava t’avesse morso una tarantola, tanto avevi le arterie del collo irrigidite nel tentativo di indietreggiare… beh, lasciamo perdere.
Ti appoggi alla maniglia, noti i fiori e sorridi: indugi ad aprire la portiera e così devo invitarti ad entrare, <<Sali su, sono per te!>>
E’ così imbarazzante il rumore del cellophane nell’abitacolo ristretto di un’automobile, specie quando non si sa come giustificare il dono ch’esso ricopre.
<<Avevo almeno cinque o sei motivi per regalarti questi fiori… se vuoi te li illustro…>>
<<No, non c’è bisogno.>> T’accorgi immediatamente del tempo che ho impiegato nel preparare il mio discorsetto e delle speranze che vi ripongo; così ti impietosisci, mettendo da parte la paura e i battiti d’un cuore senz’altro alterati.
<<Va bene, su, dimmeli…>>
<<Se vuoi non ne parliamo. Comunque… il primo è che già volevo regalarteli come “Valentino”, non perché tu fossi…>>
<<Oh, da parte tua sarebbero stati pienamente giustificati, non c’è bisogno che me lo spieghi.>>
<<Hai ragione in effetti il mio comportamento non avrebbe…>>
<<…fatto una grinza. >>
Però… sei proprio sicura di quello che provo, tanto che se te lo chiedessero, penso non avresti difficoltà a mettere una mano sul fuoco; converrai con me che sia un atteggiamento alquanto originale: di solito la gente è pronta a giurare sui propri sentimenti e tante volte neppure su quelli…
Mi piacerebbe davvero poterti smentire, ma purtroppo per me, in questo momento non ne sono capace. <<Il secondo motivo è la festa della donna, o meglio ieri era la festa della donna ma non mi hai dato l’opportunità di vederti e così… il terzo motivo è che ti volevo fare un dispetto perché mi hai detto che non la festeggi.>> A dire il vero non ho mai incontrato una donna che ammetta di festeggiarla…
<<Ah, grazie! e il quarto motivo?>>
<Il quarto motivo proprio non lo ricordo.>>
<<Come non lo ricordi?>> Immagino sia un gran divertimento osservarmi in difficoltà; come ci si sente ad avere una persona nelle proprie mani? è una sensazione di potenza o di piacere?
Vorrei fare almeno per un minuto il cambio con te, per capire che cosa si prova, ma so benissimo che questo è un desiderio patetico e meschino; la verità è che sto annaspando come una marionetta a cui siano stati ingarbugliati i fili.
<<Ho un attimo di defaillance…>>
<<Come un attimo di defaillance?>>
<<Sono completamente andato.>>
<<Beh, allora dimmi il quinto motivo.>>
<<Oh, il quinto motivo lo puoi immaginare da te…>> e dovrebbe essere una meravigliosa rivincita non pronunciare le parole “ti amo”; invece mi sento l’ultimo degli sconfitti perché queste due fatidiche, piccole paroline, mi stanno distruggendo la vita, la coscienza, l’incoscienza, la dignità, l’orgoglio.
Le trovo impresse dappertutto: in una giornata di sole, nelle gocce di pioggia, nella musica che ascolto, nei film che guardo, nei libri che leggo; ogni fenomeno vivente, ogni oggetto grida ed irradia un solo nome. <<Sei davvero splendida e non soltanto per me… che c’è? non parli?>>
<<…ho avuto anch’io un attimo di defaillance.>>
Non m’illudo, so che cosa vuoi dire, le tue speranze mi stanno passando davanti; escono dai tuoi occhi a fiotti, come le lacrime, ma non sono stille di pianto; sono ricordi… “Se avesse mantenuto quelle promesse…”; sono attese che ti sembra di toccare con un dito…”Non è possibile che in teatro non s’accorgano di quello che valgo… col tempo… sì, col tempo arriverà anche l’amore che ho sempre cercato… e con esso la felicità, le soddisfazioni professionali e tutto ciò che mi spetta.”
E’ bello sognare ad occhi aperti specie se gli occhi sono belli come i tuoi, con quelle ciglia all’insù che potrebbero catturare anche i miraggi più restii; le muovi spesso, quelle ciglia, talvolta per convincerti di essere nel giusto o anche per disprezzarti, quando sai bene di essere nel torto; quelle ciglia rappresentano spesso il tuo solo interlocutore e sanno risponderti con espressioni di alterigia o di stizza e perché no, anche di dolore.
Cosa pagherei per vederle anche innamorate, seppure per un solo, brevissimo istante.
(Continua)

Senza maschera (II capitolo-decima parte)

Mamma

E’ possibile che io sia davvero come tutti gli altri, pronto solo a pretendere un sentimento che non ho fatto alcunché per coltivare? eppure è così, e non riesco a comportarmi diversamente. <<Mi chiedo perché a Natale mi hai chiamato?… La sera di Natale non è un giorno come gli altri!>>
Ti risenti quasi io non volessi capire. <<Credi che non ci siano altri ragazzi che mi cercano, le mie soddisfazioni, se volessi, me le prenderei! da te volevo  qualcosa di diverso…>>
A parte che il condizionale ti va un po’ stretto… ma che cosa desideravi da me? se non permetti nemmeno che io ti veda o ti senta, se devo elemosinare ogni appuntamento come l’ultimo degli accattoni e quando finalmente ti concedi, si fa per dire, è come se l’incontro fosse già finito?
<<E allora perché adesso non mi chiami?>>
<<Perché io su tutte le cose ci rifletto: da una parte ho voglia di chiamare e dall’altra ho paura d’illuderti, di farti soffrire… così mi blocco.>>
<<Guarda che io soffro di più se non mi chiami: io ti voglio bene a prescindere da quello che pensi tu di me; non m’illudi, sto decisamente più male se non ti sento.>>
<<Un amico una volta mi ha detto che sono proprio stupida… forse è vero, sono soltanto una stupida.>>
<<Sei tutt’altro che stupida… no, non sei stupida>> anche perché se lo fossi io sarei più stupido di te ad essermi innamorato di una stupida, ed è un’ipotesi che mi spiacerebbe prendere in considerazione.
<<Andiamo, è tardi…>>
<<Hai ragione, è buio e fa anche freddo.>>
Immagino che la notte non sia mai scesa più gradita alla nostra timidezza.
<<Quest’estate non eri il solo a stare male, quando sono andata a Lecce sembravo un cadavere, mi avevi sconvolta…>>
<<Avevi i motivi per esserlo: in tre giorni ti ho fatto passare dalla più completa estraneità ad una proposta di matrimonio… però ci credevo davvero!>>.
<<E’ proprio questo il fatto che mi sconvolgeva… gli uomini si dividono solitamente in due categorie: quelli che vengono con te senza dirti niente e sai già cosa cercano… e quelli che dicono:”Sei la donna della mia vita!” e poi vogliono le stesse cose della prima categoria… della tua sincerità invece io non ho mai dubitato… per questo mi terrorizzavi…>>
<<Io ero pienamente convinto.>>
<<Come facevi ad esserlo? è questo che mi sconvolge… voglio dire… non mi conoscevi… e ancora adesso non sai niente di me.>
<<Chi è innamorato non ha bisogno di conoscere, sente e va dietro alle sue emozioni.>>
<<Sarà che io non sono mai stata innamorata…>>
<<E poi io mi fido delle prime impressioni… e difficilmente mi sbaglio…>>
<<Anche in Francia pensavo con rammarico che non t’avevo potuto conoscere, stavo male.>>
<<Pure io ho passato un agosto tremendo… non avevo più voglia di vivere… è stato allucinante.>>
<<A parte che comunque ho delle idee tutte particolari sul matrimonio… mi sposerò solo quando sentirò veramente di amare qualcuno.>>
<<Ah, se per questo sono d’accordo con te… mi sembra giusto>>  ed anche molto triste.
<<Lo so anch’io che persone come te si incontrano forse una sola volta nella vita.>> Sembra quasi tu ripeta, come un automa, le parole di un’altra, senza la benché minima partecipazione… non parliamo poi di convinzione.
Mi fai una rabbia che ti strozzerei: un giorno ti pentirai di avermi svalutato in questo modo! stai tranquilla… ora mi calmo, sono consapevole che non accadrà, è stato solo un residuo dell’orgoglio che ancora mi è rimasto; so bene che sei troppo impegnata ad amare te stessa per avere rimorsi o cose del genere.
<<Cosa perdi a darmi qualche opportunità in più di vederti? non significa ipotecare il futuro: voglio dire, se poi ti innamorerai di me io sarò l’uomo più felice della terra, ma se non dovesse accadere… pace!>> una pace a cui non voglio pensare e di cui entrambi conosciamo l’inevitabilità.
<<Anch’io sarei molto felice se potessi innamorarmi di te… è quello che voglio…>> detto con l’aria di riferirsi all’amore in generale, non certo alla mia persona; aspiri soltanto ad innamorarti… poi di chi, non lo sai nemmeno tu, o forse sì?
<<Capisci non rischi niente a darmi queste opportunità: tanto lo so che se non ti innamori, con me non esci.>>
<<Infatti…>> pronunciato con un certo compiacimento e con tutta la lucida, calma e compiaciuta perfidia di cui una donna può essere capace.
<<Senti, provi fastidio al pensiero che io scriva racconti per te?>>
<<Un po’… so che tutto quello che dico o che faccio verrà registrato, analizzato… sei incredibile… lo fai per prendermi in giro?>>
<<No, non lo faccio per prenderti in giro, è che tutta la settimana sono seduto al mio computer… allora cerco di imprimere questi momenti il più possibile nella mia mente per avere una tua immagine con cui dialogare… anche se tu non ci sei… so di essere soltanto in compagnia di me stesso… ma almeno ho qualcuno, qualcosa da raccontarmi…>>
Credo che tu abbia poco da replicare a una risposta così assurda; forse stai pensando che siano le parole di un ipocrita o di un folle o più semplicemente di un uomo solo; ma non trovi di meglio che chiuderti nel più assoluto silenzio.
E sulle ali del tuo eloquente mutismo arriviamo sotto casa: hai fretta di scendere!
Mi lasci con una frase davvero poco confortante.<<Ci sentiamo in settimana… ma non ti prometto che chiamerò… perché poi non mantengo la promessa.>>

(Continua)

Senza maschera (II capitolo-nona parte)


<<…No, mi dispiace io una volta mi sono fidata e non direi proprio che sia andata a buon fine… adesso con i ragazzi ho un rapporto diverso…>>.
E quale sarebbe questo “rapporto”? si fonda forse sul piacere di vederli letteralmente sbavare… oppure, si basa sull’innocente desiderio di divertirsi un po’, quando prende lo sghiribizzo; tanto, si sa, agli uomini interessa solo una cosa… non è vero?
Ma che ne sai tu di quello che può pensare un uomo mentre ti guarda negli occhi, anche se si tratta di una mezza tacca come me; probabilmente  pensi che tutta la categoria sia formata da imbecilli o da bestie… in ogni caso ricordati che sono bestie furbe, non certo ingenue come il sottoscritto; loro sanno cosa potrebbe significare innamorarsi di te… e allora… allora non possono che comportarsi di conseguenza…
<<Beh, non tutti i ragazzi sono uguali, anche se ne hai trovato uno che ti ha fatto soffrire non è detto che gli altri si comportino nello stesso modo… magari sono peggio… scherzo! ma io non mi darei per vinta se fossi in te…>> mai dato un consiglio più falso ed allo stesso tempo inutile.
<<Un ragazzo una volta mi ha detto che per lui ero irraggiungibile.>>
<<E’ vero anche a me dai la stessa impressione.>> E lo stesso senso di impotenza; può darsi che anche lui ti amasse… quante occasioni sprecate bella mia, e chissà quanti infelici hanno infranto ed infrangeranno le loro speranze contro la tua coerente neutralità, magari anche convinti, come io lo sono, di affermare verità sacrosante come “vedrai che te ne pentirai…” oppure “un giorno resterai sola…”
Ipotesi a dir poco irreali, tentativi patetici di ferirti o di indurti al ripensamento, ma  quali ferite, quali ripensamenti… se hai capelli fragranti e sottili che ti trasportano in qualsiasi luogo reale o irreale dove tu voglia andare?
E che importa se le ali s’inspessiscono, giorno dopo giorno, con microscopiche trame d’egoismo, in fin dei conti sono perfettamente invisibili e il tuo incedere delizioso non ne sente comunque il peso…
<<In effetti già a tredici, quattordici anni, i ragazzi mi venivano dietro perché ero già cresciuta, ed io non consideravo nessuno; ma era solo una difesa, non mi piacevano le mie amiche che ogni anno si spartivano i ragazzi… quest’estate tu vai con questo ed io con quell’altro…>>
<<Immagino.>> Come dovevi essere pulita senza il cinismo degli anni che oggi la mancanza di trucco non riesce a nascondere; forse se t’avessi conosciuta a quel tempo…
<<Poi non mi capivano: voglio dire, anch’io leggo i giornaletti, i fotoromanzi, ma quando uscivo con le mie ami-che, portavo un libro e loro mi guardavano stupite. Così, con questo atteggiamento tutti si sono allontanati da me.>>
E ne hai sofferto vero? Ti sentivi “diversa”, un po’ come mi sentivo io. <<Beh, almeno uno che ti vuol bene c’è…>>
<<Questo lo so…>>
<<Non varrà molto… ma c’è.>>
<<Non è vero che tu vali poco… e poi io faccio i confronti, vedo come ti comporti e come si comportano gli altri… io i confronti li faccio…>>
Sì, hai ragione e io come mi comporto?
Così mi sento dire dagli amici di oggi al tuo riguardo: <<Ricordati che le donne vogliono essere stuprate… se non fisicamente almeno a livello psicologico… le donne vivono con l’uomo un rapporto sadomasochistico… più le fai soffrire e le fotti, più son contente… e poi…  la dignità senza la vita piuttosto che la vita senza dignità! il resto è prostituzione!>>
Forse dovrei cambiare qualcosa…
<<Sono stanca di andare avanti così… solo per prendere… senza dare niente, non ne posso più! non riesco a manifestare le mie emozioni, sembro fredda ed insensibile, ma non lo sono, dentro provo tante sensazioni che non riesco a tirare fuori…>>
Ora mi sconcerti, amore mio, non sai che questo è il più grande atto d’affetto che tu possa regalarmi? Stai confidando a me, al tuo burattino più affezionato (almeno così credo, ma potrei anche sbagliarmi…), la voglia di amare, le tue aspirazioni più segrete… ma allora meriti rispetto e il discorso potrebbe ancora mutare: basta una sola frase, quando è pronunciata con il cuore, a risollevare il morale e le speranze anche dell’innamorato più cinico.
<<Non ti dico questo per torturarti lentamente…  ma perché con te mi sento di parlare.>>
Mi fai sentire d’un tratto ottuso ed egoista: non riesco a comprendere che prima di essere amanti dovremmo essere amici e sorrido.<<Rido di me perché dico certe cose e ne penso delle altre; d’ora in poi non posso più fingere… devo correre il rischio che tu possa spaventarti… io ti voglio bene e non puoi impedirlo… nessuno mi può impedire di provare certi sentimenti per te… capisci nessuno…>> 

(Continua)

Senza maschera (II capitolo-ottava parte)

<<Il tuo racconto non l’ho letto tutto… ho dato uno sguardo soltanto alla parte tra virgolette… per vedere come andava a finire… ieri sera poi mi sono addormentata… stamattina non ho avuto tempo… >>
<<Stai dicendo sul serio o scherzi?>>
<<No, è vero, ho sfogliato solo alcune pagine: e dal momento che ho una visione parziale non ne voglio parlare… me lo sono imposto!>>
Esprimi davvero un’infantile risolutezza con le ciglia inarcate e le mani che stringono insistentemente le bordature del cappotto.
Io mi ritrovo tra i denti un sorriso amaro e forzato.
Peccato che il tramonto abbia portato con sé un velo di foschia, sarà difficile ammirare il panorama anche questa volta; il mare e la spiaggia regalano pur sempre un magnifico colpo d’occhio: pure i lampioni sono decisamente aristocratici nell’affacciare le loro tremule luci su uno dei salotti più belli che io abbia mai visto.
<<Stavo sbagliando strada… parlando, parlando… abbiamo rischiato di ritrovarci al punto di partenza… sono proprio uno sbadato!>>
Ingrano velocemente la retromarcia e pochi attimi dopo imbocchiamo la strada dai famosi tornanti, per fortuna al momento innocui.
Ci fermiamo nuovamente accanto alla magnifica chiesa, con le pareti chiare e le linee essenziali che si impongono sull’acciottolato nero della piazzetta antistante, regalando a chi ha, come noi, la fortuna d’arrivare quassù, una sensazione di euforica padronanza sull’intero paesaggio marino.
Scendiamo e lentamente ci avviamo. <<E qui che volevo arrivare, stavolta non c’è il ghiaccio, ma in compenso la foschia limita molto la visuale: vorrà dire che ci torneremo una terza volta… almeno lo spero… però… nonostante tutto a ponente si riesce a vedere il promontorio… è bello vero?>>
<<Sì… è un peccato che ci sia foschia… sai, la voglia di fare l’attrice mi è passata.>>
<<Lo immagino, sei una donna realista, senza grilli per la testa… io invece vago sulle mie nuvolette…>>
<<Ci fossero più persone come te! conosco un ragazzo che si è laureato in ingegneria con centodieci e lode e gira sempre per il mondo per congressi… ma con lui non riesco a fare un solo discorso.>>
<<Tipico degli ingegneri.>>
<<Figurati che un giorno mi ha detto che doveva andare ad un congresso a Parigi e che non sapeva se avrebbe trovato il tempo di visitare la città… ti sembra possibile?>>
<<Parigi è bellissima… è vero, quelle persone vanno un po’… con il paraocchi, ma sono loro che fanno andare avanti il mondo>> o perlomeno costruiscono i ponti…
<<Questo lo so…>> come ad intendere che se alla fine dei conti proprio dovessi scegliere… non avresti poi soverchi dubbi.
Ed hai ragione perché i falliti come me non interessano di certo; sì, giusto per sottrarsi per un po’ al tran tran quotidiano, posso pure andar bene, sempre che, s’intende, non faccia richieste inopportune; ma per un rapporto serio… suvvia, non scherziamo: i pagliacci stanno al circo o così le scimmiette ammaestrate; è sufficiente un sorriso o una minuscola nocciolina perché si vendano l’anima e riescano pure a scrivere racconti. Se sapessi quanto mi detesto!
<<Queste ville sono bellissime!  mi piacerebbe proprio averne una.>>
<<A chi lo dici!>>
<<Ma no, non dicevo in generale… intendevo… averne una qui… a me le case grandi danno un senso di grande solitudine.>>
Che cosa importa possedere un castello se non hai poi un amore per riempirlo?
 “Sulla riva del fiume desolato/fra le alte erbe le chiesi:/-Dove vai, fanciulla, riparando/la tua lampada con il mantello?/La mia casa è buia e solitaria/prestami il tuo lume!/Lei sollevò per un istante gli occhi/bruni, e fissò il mio volto/nella luce incerta del tramonto./Disse:-Sono venuta al fiume/per far galleggiare/la mia lampada sulla corrente/quando la luce del giorno/piano svanisce ad occidente./Rimasi solo fra le alte erbe/a osservare la timida fiamma/della sua lampada, che inutilmente/galleggiava nella corrente./Nel silenzio della notte, le chiesi:/Fanciulla, le tue luci sono tutte accese,/dove te ne vai con la tua lampada?/La mia casa è buia e solitaria/prestami il tuo lume!/Lei sollevò i suoi occhi bruni/sul mio viso, e per un momento/rimase incerta; e infine disse:/-Sono venuta a dedicare/la mia lampada al cielo./Io rimasi a guardare il suo lume/consumarsi nel vuoto inutilmente./A mezzanotte, nel buio senza luna,/le chiesi:-Fanciulla, che cerchi/portando la lampada stretta al cuore?/La mia casa è buia e solitaria/prestami il tuo lume!/Lei si fermò un istante a pensare,/e fissava il mio volto nel buio./-Ho portato il mio lume, rispose,/-A unirsi alla Festa delle lampade./Io rimasi a guardare/la sua piccola lampada, inutilmente perduta fra i lumi”.
Tagore insegna… non a caso gli hanno dato il premio Nobel… non vuoi sapere che cosa? Beh, te lo dico lo stesso.
Tagore insegna che quando compongo il tuo numero o per chissà quale colpo di fortuna riesco a vederti, a qualsiasi ora del giorno o della notte, trovi sempre una buona scusa per escludermi dal quel tuo mondo che a me sembra così unico e affascinante, anche se in fondo inutile, come del resto il mio. Tagore insegna che a te non interessa l’amore di un uomo solo, ma ricerchi invece l’ossequio della vita e non gradisci nemmeno il suono di queste mie parole, tese a strapparti quel maledetto fascino indifferente dagli occhi.

(Continua)

Senza maschera (II capitolo-settima parte)

Olympia- Alessandra Cavo
Per il momento comunque preferisco agire piuttosto che pensare al domani: è meglio che esca almeno un’ora prima, perché la domenica a quest’ora c’è il grande rientro; non vorrei proprio trovarmi imbottigliato, senza la possibilità di avvertirti; è un’ipotesi a che non voglio nemmeno prendere in considerazione.

 Sono già in autostrada, la giornata ride meravigliosamente; il sole è ancora talmente caldo che mi costringe ad aprire il finestrino; spero di non prendere l’influenza, finora mi ha graziato e non vorrei mai…
Stranamente, oggi sembra che da casa non si sia mosso nessuno, non c’è il minimo rallentamento; così arrivo davanti al teatro mezz’ora prima del pattuito, mezz’ora che si prean-nuncia con un languore di sguardi persi nel vuoto.
Sei un poco in ritardo, ti avvicini con l’eleganza di sempre. <<Ciao, mi dispiace d’averti fatto aspettare… ma devi attendere ancora qualche minuto: ho da parlare…>>
Ti giri e rientri: non posso fare a meno di guardare i lunghi e lucidi capelli, i polpacci, allenati come quelli di una ballerina, ma anche sottili al punto giusto.
Esci salutando un bellimbusto con un farfallino nero che mette in mostra un ossequioso e largo sorriso; giri su te stessa rimanendo un attimo in sospensione sulle punte, proprio come una ballerina, probabilmente per confermare quanto precedentemente concertato e finalmente dirigi il solito passo sicuro verso di me.
<<Come stai? Sei stanca?>> domande che non cercano replica; qualsiasi cosa tu dicessi otterresti soltanto una sonora rispostaccia; mi sento talmente geloso che ogni civile contegno sarebbe improponibile: a pensarci bene però è un atteggiamento tra il buffo e patetico, su di te non posso vantare alcun diritto, ma la gelosia non bada certo a tali “sottigliezze”.
<<Sì, abbastanza… dovevo mettermi d’accordo per gli spettacoli della settimana prossima… lavorare il lunedì per le mie colleghe è sempre un pasticcio perché hanno famiglia>>
<<Per te invece non c’è problema!>>
<<Difatti.>>
Come mi piacerebbe invece se questo lunedì uscissi con me o almeno potessi venire a prenderti, dopo il lavoro: è improponibile il solo pensiero.
<<Cosa vuoi fare?>>
M’arriva uno sbuffante non so a cui replico con la famigerata rispostaccia covata in gola a lungo e anche nervosamente: <<Se dici così, ti porto immediatamente a casa!>>
<<No, no, è una bella giornata, c’è ancora il sole…  magari facciamo un giro a piedi…>>
La città in effetti non mi è mai sembrata così bella ed irreale, anche se la luce obliqua mi costringe a tirar giù l’aletta parasole; vorrei che il tempo si fermasse e che il tramonto potesse appartenere solo al passato, presto invece arriverà la notte e con essa il ritorno.
<<Indovina dove ti sto portando?>>
<<Nel posto dell’altra volta.>>
Sono proprio infantile a rivolgere certe domande, di cui poi mi compiaccio da solo: tu lasci fare, hai capito quanto io sia ingenuo e cosa possa venirne da una persona talmente abituata al suo isolamento da non concepire altro piacere, se non quello della propria voce.
<<Stavolta vorrei finire quella passeggiata… non c’è ghiaccio che possa fermarci…>>
<<Va bene… non c’è nulla che possa fermarci…>> che a parte la sgrammaticatura, equivale ad un “non hai bisogno di tutte queste manfrine per chiedermi qualcosa… in fondo una passeggiata è una cosa normale, andassimo al martirio! prendila con più calma…a volte mi sembri davvero un invasato!
E lo sono cara mia, sono invasato di te, meraviglioso ed intelligente demonietto: vanamente tento di esorcizzarti sullo schermo del mio calcolatore, ma non riesco… ogni parola è una minuscola goccia d’acqua caduta nell’inferno; brucia in un attimo, nella speranza d’essere seguita da altre gocce, altre illusioni che a loro volta arderanno in un fuoco convulso, irri-nunciabile, doloroso e allo stesso tempo dolcissimo… il fuoco della mia anima, senza origine né fine, inebetito e urlante come quello di un qualsiasi altro, esile, insignificante ammasso di nervi; nervi tesi verso una meta irraggiungibile e segreta, banale in fondo e insieme straordinaria, unica e infinitamente ripetibile.

(Continua)

Un sorriso (Atto unico-parte ultima)

Madonna con Bambino del Quattrocento

Un uomo

Quel che sento non mi sorprende, credo sia in linea con tutti i tuoi consigli e di certo con gli inviti a cogliere la vita in un dato modo.
E se anche non fossi una suora, per me non cambierebbe granché; la mia capacità di amare e di innamorarmi ormai è  un’idea, e lo sarebbe anche se tu avessi dato segni di gradimento.
E l’immaginazione, lo ribadisco, non cercava neppure un nome, non ne aveva bisogno.
In fondo quello che provo con te nasce dagli occhi, ma si alimenta nel cuore, ed il cuore da diversi minuti va per i fatti suoi; può creare tutto un mondo a prescindere da te ed anzi lo crea a maggior ragione, perché il nostro amore non sarebbe soltanto improbabile, ma decisamente impossibile.
È sicuro che io non posso e che non voglio competer con Dio, ma nemmeno Lui credo vuol togliermi l’immaginazione, e in definitiva averti incontrato è un Suo dono.
Potrai pensare che ci sono diversi modi per riceverlo, ma il mio potrebbe anche essere dei più completi.
Rifletti, non solo ti ho ascoltato con attenzione, ma ti ho anche desiderato per la tua diversità, per la bellezza, per il sorriso, per lo sguardo severo e nello stesso tempo accattivante, sempre assolutamente al di sopra di ogni mia ipotetica descrizione… per la tua capacità di essere donna e mistero.
Sicuramente Dio avrà un altro modo di cercarti e di desiderarti, ma è poi libero come il mio? E soprattutto così umano, fragile e volubile?
Sarà forse più tenero e denso di promesse che hanno compimento, ma Dio non può mentire come lo posso io ed anzi Lui permette che io lo faccia, né può darti quelle incertezze dolorose da cui nascono le speranze ed i timori, così care alla nostra piccola dimensione.
Dio risponde sempre, che tu lo tradisca o meno è indifferente, Dio non ti giudica mille volte e mille volte non desidera  dimenticarti.
Soffre, forse, ma il Suo amore è così intenso che non puoi o non riesci più a capire dove e come si fondono l’ardore e l’angoscia.
Dio non ha bisogno di aspettare e comunque non ha fretta.
Io avevo fretta di capire perché sei entrata in questo scompartimento così vuoto.  

Una donna

Quando si sostiene che in Dio esiste una parte buona ed una parte cattiva, in realtà si pensa all’uomo; ed in te il sublime ed il blasfemo si mescolano davvero in modo inestricabile ed insondabile per me.
Mi sembri un angelo ribelle che ama Dio, strana genia non c’è che dire, a metà tra la terra ed il cielo, davvero a metà tra la vita e la morte.
Ma devi deciderti, non puoi permetterti a lungo di essere allo stesso tempo santo e demonio, nessuno lo può, nemmeno i santi ed i dèmoni.
Ora puoi lasciarmi delle parole ad effetto e la convinzione di un semplice e banale corteggiamento, oppure dirmi che cosa sei o perlomeno che cosa vorresti essere.

Un uomo

Alzare gli occhi è un’esperienza indubbiamente meravigliosa, ma a me piacerebbe anche poterli abbassare così da incontrare i tuoi, che per quanto fissi su un crocefisso, sono pur sempre gli occhi di una donna.
Tu poi hai uno strano modo di fuggire gli uomini: è come se fossi una scogliera che invita a guardare di sotto, un colpo di vento ed eccomi nelle tue braccia metaforiche, annegato in un mare appiccicoso come il vischio, ma profondo e limpido che l’altezza fa paura.

Una donna

Incontra pure i miei occhi, se può aiutarti ad osservare il Cristo in una doppia immagine; la forza ed il volo lampeggiano nel mio cuore quando prego, ed ora prego che tu possa trovare la tua strada.
Lo faccio come una madre che vede il figlio cadere e vorrebbe sollevarlo senza fargli del male, ma il figlio cade in mille pezzi.
Salvare un pezzo significa allontanarlo dagli altri ed allontanarlo da sé.
Cristo ed io vorremmo salvare la tua anima, ma siccome non possiamo separarla dal corpo puoi guardarmi, almeno credo, fino alla fine di questo viaggio, ancora breve, ma anche un breve momento può fare miracoli, almeno lo spero.

Un uomo

La tua bellezza potrebbe avere anche il significato di una preghiera silenziosa di cui innamorarsi, sarebbe bello sai e finalmente non scontato.
Mi piacerebbe pregare se Dio avesse i tuoi occhi ed i tuoi seni, se Dio mi stringesse come potresti fare tu invocando la mia essenza per il riconoscimento di un attimo, se Dio si distendesse accanto a me come il settimo giorno, stanco e appagato di aver sanato ogni cesura tra significante e significato.
Mi piacerebbe che Dio mi desse ancora quella vita che, come hai definito bene tu, è significante e significato; e che mi togliesse l’assillo delle ragioni, perché un amplesso infinito probabilmente ha ragioni illimitate che nemmeno la terra ed il cielo insieme possono contenere.

Voce fuori campo

Avvertiamo i Signori viaggiatori che tra pochi minuti arriveremo nella Stazione di Grosseto…coincidenza per Firenze al binario 5…

Una donna

Devo scendere… mi dispiace… ma a te spiacerebbe se dicessimo insieme una preghiera?

Un uomo

Un’altra preghiera? E a te dispiacerebbe se dicessi io le prime due parole?

Una donna

Vuoi scherzare? Fai pure…

Un uomo

Madre nostra…

Un uomo e una donna

Che sei nei Cieli, sia santificato il Tuo nome, venga il Tuo regno, sia fatta la Tua volontà, così in Cielo come in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano e rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori, e non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male.

Un uomo

AdDio.

Una donna

AdDio e… sorridi.

 

Fine

Senza maschera (II capitolo -sesta parte)

casamia dei minuti neutri

Sebbene tu sia continuamente al centro dei miei desideri insoddisfatti, riesco a stare male anche per altre amare ed inevitabili considerazioni: spesso ho la sensazione di mangiare le briciole di un pasto che non ho consumato, oppure mi capita di pensare ad uno stato diverso dalla vita e dalla morte che non sia la mera sopravvivenza.
Così mi accontento di soli progetti e faccio indigestione del tempo che sembra non scorrere mai: tutto ciò, unitamente alla tua assenza di cui purtroppo non posso prevedere la durata, mi provoca un’angoscia infinita che solo il sonno può momentaneamente placare, naturalmente dopo una buona dose di minuti passati ad occhi sbarrati.
Appena sveglio poi ho la sensazione di affogare da un momento all’altro nell’aria viziata della mia camera; eppure non soffro di claustrofobia, anzi, di solito amo gli spazi chiusi perché mi sento protetto dall’incalzare dei minuti non impiegati o neutri (come li chiamo io) e soprattutto dalle responsabilità che di solito alla mia età nel bene o nel male le persone normali fanno credere di assumersi.
Perché essere responsabile, mi dico, nel pieno dello sconforto, e poi di che cosa e davanti a chi? visto che anche tu non sei che un parto della mia mente.
Che cosa ho fatto per innescare questo perverso mecca-nismo chiamato r-e-s-p-o-n-s-a-b-i-l-i-t-à? Nulla.
Eppure mi ci trovo i-r-r-i-m-e-d-i-a-b-i-l-m-e-n-t-e inserito, nonostante il mondo esterno sia quasi del tutto inconsapevole della mia esistenza; se non fosse per la cassetta delle lettere, il postino, il telefono o la dichiarazione dei redditi, potrei tranquillamente vivere su Marte.
E a pensarci ancor meglio potrebbe essere davvero una buona cosa, guarda caso utopistica, la partenza per un mondo, conosciuto o meno non importa, in cui non ci si possa arrogare il diritto di dare ordini o consigli, dove si possa amare e gioire puramente, senza dover dare sempre delle giustificazioni e la fastidiosa impressione di essere sperduti e perdenti.
In tutta sincerità è troppo monotona questa attesa di un futuro senza futuro; è l’ora di chiedersi senza timori se vi può essere qualcosa di più ripetitivo e quindi noioso di un’aggregazione umana in cui le illusioni anticipano i senni di poi e i sogni lasciano spazio, se non si è soltanto degli ipocriti, alla sofferenza e alla fatica.
Non c’è neppure bisogno di laurearsi in matematica per capire che se la società è fatta da tanti uomini ne deriva soltanto una sommatoria di molti zeri.
La guerra e più in generale la morte lo dimostrano inequivocabilmente. “L’Eguagliatrice numera le fosse,/ma quelli vanno, spinti da chimere/vane, divisi e suddivisi a schiere/opposte, intesi all’odio e alle percosse:/così come ci son formiche rosse,/così come ci son formiche nere…” scriveva Gozzano e non scherzava.
Ma allora la società non esiste: perché mi preoccupo tanto di essere al centro di una cosa che non c’è? perché mi faccio condizionare dal niente o pretendo che il niente riconosca i miei sforzi per raggiungerlo, quando lo possiedo già?
E se la società non esiste, non esisto nemmeno io; perché affannarsi quindi in una corsa che non mi vede nemmeno tra i partecipanti? è un po’ come assistere ad una partita di calcio e alla fine affermare: <<Abbiamo vinto o abbiamo perso.>>
Più logico e meno usuale, sempre che esistano almeno i giocatori, è certamente ammettere: <<Hanno vinto o hanno perso.>>
Cosa significa poi vincere o perdere? Se la posta in palio è il nulla.
Il nulla può però contenere l’infinito, l’infinito a sua volta, per una bizzarra alchimia, dovrebbe racchiudere, come alcuni sostengono, l’anima di ogni infelice o felice nullità.
Già l’anima… verrà il tempo in cui le confessioni saranno racchiuse in pillole multicolori (a seconda del tipo di peccato) e le madri premurose andranno dal sacerdote a chiedere prescrizioni per i figli, i mariti, le suocere…
Gli assassini, i ladri, gli adulteri, i truffatori, avranno sicuramente l’esenzione dal ticket; per una nuova categoria, i rapinatori di sogni, ci saranno poi condoni annuali in virtù della straboccante diffusione, specie nei ceti più abbienti.
Così la Chiesa farà presto fallimento e si vedrà costretta a fondare – naturalmente sotto falso nome – la Banca delle anime dove i puri di cuore la depositeranno dietro corresponsione dei Buoni Ordinari della Salute Eterna, cedole annuali con un interesse indicizzato del venti per cento; vale a dire che i fortunati possessori di questi titoli avranno almeno venti possibilità su cento di andare in Paradiso: la qual cosa, specie di questi tempi, non è certo da disprezzare.
In un prossimo futuro certamente si troverà anche il modo di annullare la forza di gravità: così finalmente sarà risolto il problema dei parcheggi.
Poi, per la contentezza dei filologi malinconici, sarà introdotta la coniugazione del verbo “suicidarsi” anche all’im-perfetto, al passato remoto e al trapassato prossimo: si intende che essendo un francesismo, entrerà nelle scuole in via sperimentale, ma poi ne verrà progressivamente estesa l’utilizzazione in via obbligatoria.
Si potrà così morire più volte ed a proprio piacimento; diverrà perfettamente normale affermare: <<Mi suicidavo,>> appunto per specificare che certi atti non si devono compiere, dato che la vita è un bene importante, anche se questa asserzione, a dire il vero, è già della nostra epoca e di conseguenza non credo avrà in seguito molta risonanza.
In compenso, diverrà di uso comune l’espressione “mi suicidai” per intendere che molto, ma molto tempo prima, si era morti in maniera del tutto errata; o ancora “mi ero suicidato” per sostenere che, in fin dei conti, la propria dipartita non aveva quella importanza che al tempo della stessa le era stata attribuita o per spiegare al proprio interlocutore che ahimè… si era caduti in quella censurabile mancanza, ma che nel prosieguo era subentrata una condizione di sincero pentimento.
Un’altra interessante scoperta riguarderà l’incapacità di alcune persone di amare o di essere amate: gli scienziati dimostreranno che il fenomeno dipende dalla deficienza di un certo ormone (vedasi già i preziosi studi sulla lulliberina) e quindi da una vera e propria malattia; a nessuno verrà di conseguenza più in mente di porsi domande del tipo:<<Perché quello/a guarda tutte/i meno la/il sottoscritta/o ?>>.
La situazione sarà chiara per tutti e per porvi rimedio sarà sufficiente assumere un preparato che gli endocrinologi avranno la compiacenza di scoprire.
Frotte di cornuti/e di infedeli (chissà perché questa parola ha una sola desinenza?) si precipiteranno senza indugio dal medico specialista che diverrà sicuramente il professionista con il più alto reddito.
In compenso però nascerà un nuovo balzello che avrà ad oggetto le cartelle cliniche dei pazienti, in omaggio al ben noto ed eterno principio per cui i redditi vanno colpiti alla fonte: il Governo, di cui mi guardo bene di mettere in dubbio l’esistenza, almeno sotto il profilo del prelievo tributario, istituirà la Tasmonor, cioè la tassa sull’amore non ricambiato, che ragioni di equità distributiva consiglieranno deducibile in sede di dichiarazione dei redditi, sempre che gli illustri clinici abbiano fatto le scoperte di cui sopra.
Con il termine disoccupazione si indicherà infine un lavoro ben retribuito; tuttavia l’improvviso benessere porterà con sé sicuramente delle conseguenze soprattutto per i giovani che, non sapendo più cosa acquistare, andranno a barattare le emozioni nei supermercati; chiunque potrà, recandosi all’apposito reparto, scambiare ad esempio una giornata di libidine violenta con un’ora da innamorato oppure un sorriso con un autentico quanto raro attacco di disperazione.
E poi alla fine della nostra magnifica vita ci attenderà sicuramente un funerale telematico: verremo trasformati in kbyte e poi zippati; ciò agevolerà di molto la sepoltura ovviamente dentro ad un numero o ad una parola; chissà se il termine “rimpianto” rimarrà libero per me? me lo auguro di tutto cuore.
Mi domando se arriverò a partecipare di tutte queste meraviglie: se tanto mi dà tanto, potrebbe anche venir la voglia di sopravvivere…
(Continua)

Senza maschera (I capitolo-quinta parte)

Vicolo all
Qualcosa mi dice che sarebbe meglio appassionarsi ad un film sulla crisi della coppia: potremmo subito schierarci a favore dell’uno o dell’altro dei protagonisti.
 <<Perché lo tradisce… è proprio una stupida… come fa a non capire che lui….>>
<<Ma non vedi che è un essere senza grinta… quali sicurezze può dare ad una donna un uomo così… è un insensibile… ecco perché!>>
 <<A me sembra anche troppo sensibile, gentile, servizievole…>>
<<Ciò che tu chiami sensibilità, gentilezza, in realtà non è altro che egoismo… non ti rendi conto che sta soffocando l’individualità di quella poveretta?>>
E così, trascinata la cosa sul piano personale, mi guarderesti con ira: lo intuirei dal tremito intermittente del labbro superiore; forse piangeresti o rimarresti con gli occhi incollati al teleschermo, nonostante l’ultimato passaggio dei titoli di coda.
Eppure sarebbero eccitanti le tue mani, se sui palmi così delicati, s’appoggiassero fortemente gli zigomi, in modo da impedirmi di guardarti o di accarezzarti; per non parlare del tuo magnifico collo che si lascerebbe intravedere con le vene gonfie di risentimento e del respiro affannoso che non riusciresti a calmare con l’addome.
Non mi rimarrebbe che farti il solletico: e tu ondeggeresti il bacino con movimenti secchi, per divincolarti; saresti un’anguilla  lucente e profumata…
Ma oramai nei miei sogni sono arrivato all’orecchio con i sottili giochetti a cui non sapresti resistere. <<Amore… così non vale… e poi è tardi e non ho nessuna intenzione di perdonarti>> e con un bacio morirebbe in gola il perdono che non volevi concedermi…
Sono gli enormi palazzoni della periferia a ricordarmi che tu non leggeresti drammi da perdenti, non guarderesti improbabili telequiz autobiografici, non piangeresti mai in mia presenza, né abbozzeresti una parolaccia e nemmeno ti faresti convincere da un bacio, per quanto appassionato esso fosse; in altre parole, che il sogno è svanito e la giornata volge al termine.
<< Puoi lasciarmi qui, ieri ho visto in vetrina una maglia che mi piace!>> ed io mi sento male: ora scendi e non ti ho nemmeno chiesto se e quando ci rivediamo.
T’accorgi immediatamente dell’ombra che è scesa sul mio volto, nonostante le luci incerte dei portici.
<<Se vuoi, puoi aspettarmi, faccio in un attimo… ma davvero vuoi aspettarmi?>>
<<T’aspetto, t’aspetto… non ti preoccupare… vai tranquilla… t’aspetto…>> e la speranza ricomincia anche se per i pochi metri che ci dividono dal teatro, anche se gli istanti si consumeranno in una nuova attesa: l’attesa che in fondo vorrei si rinnovasse nei giorni a venire; ti guardo volare da un marciapiedi all’altro e la mia immaginazione si solleva con te: non temere… t’aspetterei anche se volessi comprare l’intero negozio.
Non trascorre un minuto che sbuchi dall’altro lato della strada, apparentemente soddisfatta dell’acquisto compiuto; attraversi con passo felpato e risali.
<<Hai trovato quel che cercavi? sei stata un lampo!>>
<<L’avevo già provata ieri… poi mancavano i soldi… oggi l’ho soltanto ritirata.>>
E’ soltanto questione di girare l’isolato ed arriviamo a destinazione. <<Puoi lasciarmi qui, di solito entro da questa parte.>>
No, cara, non ti permetterò di scappare così, quando tutto è ancora indeterminato. <<Ti dispiace se faccio manovra sulla piazzetta? poi scendi…>>
<<No, no… fai pure.>> Spengo il motore, sto per aprire la bocca ma giochi d’anticipo, tirando fuori dal sacchetto una maglia marrone.
<<E’ semplice, semplice… a casa ho solo cose nere… mi sta bene, sai….>>
<<Oh, sul fatto che ti stia bene non nutro alcun dubbio…>>
So che è una risposta banale ma non ho trovato di meglio; inarchi le sopracciglia ed emetti un piccolo grido come per dire “basta con questa adulazione!”; o forse no, il tuo è soltanto un tentativo per celare un miscuglio di timidezza e soddisfazione.
<<Mi darai la possibilità di rivederti?>>
<<Un po’ di tempo lo troveremo… perché non vieni a teatro qualche volta? certo è costoso, ma se va in scena qualcosa di bello vale davvero la pena.>>
Ecco un modo elegante per stabilire che non ci sarà un altro appuntamento (o forse per introdurmi un pochino nella tua vita?), tuttavia non voglio darmi per vinto. <<Si verrò… allora ti chiamo la settimana prossima?>>
<<Sì, va bene, ciao.>>
<<Grazie di tutto…>> e apri la portiera del mio piccolo mondo per uscire così come sei entrata, con fascino e sicurezza.<<Perché mi ringrazi? sono io che ringrazio te…>> <<…beh, vuol dire che ci ringraziamo a vicenda.>>
Mi chiedo se ripenserai ai momenti passati insieme, quando le luci si spegneranno e comincerà lo spettacolo; se rientrerai con il desiderio di amare o di essere amata e se soprattutto t’avrò rubato almeno una particella di quella energia con cui sembri bruciare il pessimismo e la solitudine.
Ed è comunque meraviglioso immaginarti nel letto, rattrappita, sotto ad un lenzuolo selvatico che inizia a scaldare soltanto ad ore impossibili.
Questa notte non vorrei ti bastasse girare sul fianco per cedere al sonno; mi piacerebbe invece punzecchiare i tuoi sensi con un’inspiegabile irrequietezza.
Vederti finalmente coi capelli scompigliati che s’appiccicano al guanciale e alle labbra umide del dormiveglia, lasciando trame sottili e ammaliatrici, come quelle d’un ragno che si prepari ad attaccare la preda.
Farti schiudere le palpebre dalle ciglia lunghe e incantevoli mentre, tra un sospiro d’impazienza e l’altro, provi a sintonizzare il cuore sui rari rumori della strada: e sentire il suo battito allentarsi nell’attesa di chissà quale messaggio…
E continuare a pensarti nel buio così stranamente silenzioso con la consapevolezza di rincorrere un treno in corsa. Un treno che certamente ride e continua ad illuminare immense gallerie, troppo strette per fermarsi ad aspettarmi.
Del resto io sono perennemente in ritardo, perché mi perdo a sognare piccole stazioni dove non sale mai nessuno.
Ma le ruote girano ormai verso casa: m’inebria il frammentarsi della città nei mille incroci luminosi dove si arenano inesorabilmente frenetici vicoletti.
Sono anche mie, quelle avare e magiche viuzze che regalano talvolta due occhi appena intravisti: piccole schegge di luce per accendere qualche istante della vita quotidiana. O forse sono soltanto ombre dell’idea di amore e di bellezza che mi porto dentro.
(Continua)