La letteratura della Francia romanza (Parte terza)


 – S. Re-L. Simoni,  L’invenzione letteraria. Volume primo. Carlo Signorelli editore. Milano. 2001

Lingua francese,”Microsoft® Encarta® Enciclopedia Online 2009 http://it.encarta.msn.com © 1997-2009 Microsoft Corporation. Tutti i diritti riservati.

– R. Luperini – P. Cataldi – L. Marchiani – F. Marchese, La scrittura e l’interpretazione. Dalle origini al manierismo. Volume primo. Palumbo editore. Firenze. 2000.

– AA. VV., La letteratura italiana in Cd-Rom. G. D’Anna editore- La repubblica Edizioni.  Milano. 1999.

– S. Guglielmino – H. Grosser, Il Sistema Letterario. Duecento e Trecento. Giuseppe Principato editore. Milano. 1994

– E. Gioanola, Storia della Letteratura italiana. Dalle origini ai giorni nostri. Librex editore. Milano.1992.

– A. Momigliano, Antologia della letteratura italiana. Volume primo. Dalle origini al Quattrocento. Giuseppe Principato editore. Messina-Milano. 1937.

– M.L. Meneghetti, La nascita delle letterature romanze, in Storia della Letteratura italiana dalle Origini a Dante. Le origini, il Sole24, Milano, 2005.

Al <<ciclo delle leggende classiche>> appartengono invece una serie di romanzi, in versi ed in prosa, della storia o della mitologia delle età classiche; Enea, Alessandro e Cesare si comportano però qui come cavalieri del Medioevo cristiano e cortese.

Questa produzione testimonia la continuità della cultura latina nel Medioevo romanzo: negli esempi più tardi viene utilizzata, infatti, la prosa proprio per attribuire fede e moralità alla narrazione.

Si parla di ciclo perché queste narrazioni hanno ad oggetto un personaggio in diverse fasi della vita ovvero più personaggi della stessa famiglia (ad esempio la famiglia reale di Francia, la dinastia dei custodi del Graal, il ciclo delle Crociate legato alla figura di Goffredo di Buglione) : alcune parti della narrazione, specie quelle relative alla nascita dei personaggi, venivano, per la verità, costruite ex novo.

Più storie a partire dal XIII secolo vengono raccolte in manoscritti ciclici miniati anche di grande pregio: così che si possa allargare il cerchio dei fruitori ai più diversi livelli sociali.

Un esempio notevole di utilizzazione italiana dei modelli francesi del <<ciclo classico>> è certamente l’Istorietta Troiana, databile alla fine del XIII secolo.

 

Nella produzione in lingua d’oil va pure rilevata la presenza dei cosiddetti fabliaux (= favolelli)[3], eredi della tradizione satirica latina trapiantatasi appunto nella lingua volgare: avevano come pubblico quello degli aristocratici, ma servivano per rappresentare figure del mondo non cortese (villani, borghesi, basso clero) che si pensavano degni soltanto di raffigurazione caricaturale e grottesca.

I protagonisti della narrazione potevano essere anche animali: così nel celebre Roman de renard (<<Romanzo della volpe>>), di matrice colta e clericale, si descrivono con una narrazione in versi avente toni da epopea, le vicende di numerosi animali parlanti (lupo, leone, cane), tra i quali spicca, per astuta intraprendenza, la volpe, simbolo di astuzia, anarchia ed indifferenza per le regole del buon vivere.


Resta da segnalare, nell’ambito della letteratura in lingua d’oil, il filone didattico-allegorico.

Fra i testi più fortunati che lo rappresentano troviamo il Roman de la Rose (<<Il romanzo della Rosa>>), poema sul tema dell’amor cortese[4].

Si tratta di un’opera in due parti, scritta nel corso del XIII secolo da due poeti francesi, il più vecchio Guglielmo De Lorris (per i primi 4.000 versi otto sillabici composti forse nel 1237 o verso il 1240) ed il più giovane Giovanni De Meung (per i successivi 18.000 che si possono datare attorno al 1280).

La prima parte, attribuibile al De Lorris è il racconto dei sentimenti personificati (ad esempio la Bella accoglienza e la Nobiltà d’animo, rappresentanti l’autore) che cercano con le parole di cogliere nel giardino dell’Amore (che rappresenta la vita cortese) una Rosa (simboleggiante la donna amata, difesa dalla Ritrosia e dalla Mala-Bocca); dopo un alternarsi di insuccessi e speranze, l’amante non riesce a soddisfare la propria passione amorosa.

La seconda parte, composta dal De Meung, è la descrizione dei vari episodi attraver­so cui l’autore riesce a raggiungere la Rosa, ben custodita in una torre.

Entrambi gli scrittori si servono di procedimenti didattico-simbolici tipicamente medievali, e non di rado cadono nel sensualismo più potente; ma il De Meung, meno fornito di sensibilità narrativa, tende alla compilazione enciclopedica, infarcendo il discorso di nozioni scientifiche relative ai vari settori dello scibile medioevale; inoltre la sua composizione si allontana dal tema di fondo: agli ideali cortesi viene sostituita l’esaltazione degli aspetti più materiali dell’amore, la figura femminile diventa oggetto di pesanti attacchi, mentre a valori come la carità o la rinuncia si preferiscono agi e ricchezze.





  [1] Un romanzo in prosa che racconta l’amore contrastato ma a lieto fine di Florio, figlio del re di Spagna, e Biancofiore una nobildonna romana.

  [2] Poemetto in ottave (il metro dei cantari popolari) del 1339 che narra  dell’amore tragico di Troiolo (figlio di Priamo) per Criseide, figlia dell’indovino Calcante.

  [3] Raccontini in versi, spesso otto sillabici, intesi a rappresentare aspetti e figure della vita contemporanea con giocoso, ed a volte osceno, realismo. Furono molto popolari in Francia a partire dal XII secolo. Della vasta produzione sono pervenuti circa 150 testi, di cui soltanto per una ventina si conoscono gli autori. Il loro materiale fu utilizzato nella narrativa europea dal XIV al XVI secolo: se ne ritrovano tracce nelle opere di Geoffrey Chaucer, Giovanni Boccaccio, William Shakespeare e Molière.

[4] L’opera avrà vasta eco nelle letterature europee fino al Rinascimento. In Italia ne comparve una traduzione in forma ridotta nel Fiore, una raccolta di sonetti a sfondo satirico che alcuni studiosi attribuiscono a Dante, mentre in Inghilterra il poeta Chaucer ne tradusse circa un terzo.

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A sera/ I passi nostri

A sera

Come una carezza
si scioglie
questa giornata
che la mano di Dio
ha posato
sul nostro capo

 

I passi nostri

Tornerà come il vento
questo incanto
che mai si annuncia
come la neve
sulla spiaggia
a destare  meraviglia.
E noi guarderemo
il litorale ancora
dei passi nostri
come in un cerchio
d’amore.

Senza maschera (capitolo IV -parte quattordicesima)


<<Ha telefonato una ragazza… non sono stata a chiederle chi fosse… comunque ha detto che richiama.>>
<<Sarà stata Francesca>> per annunciarmi che oggi non possiamo vederci; oramai non mi aspetto altro, ho capito a sufficienza… speriamo che richiami, sennò le telefono io, facendo finta di niente.
E’ tardi, avrebbe dovuto telefonare da un pezzo, non riesco più ad aspettare; comporre il numero pesa enormemente, ma non ho altra possibilità, le mani e il cuore vanno per conto proprio: è come se non avessi più un cervello…
<<Mi bastava pensare a Lilì per capirlo. A Lilì che con tutti ci stava e pensava soltanto alle scarpe da ballo. Sarebbe stato così facile pigliarla e innamorarla. Sarebbe stato come un gioco. Non entrava nel sangue a nessuno, Lilì…>>
Pavese è morto da più di cinquant’anni, ma le sue parole sono vive più che mai: evidentemente le persone prive di quel non so che, appartengono ad ogni epoca; diversamente come potrebbero esistere i vincenti?
<<Pronto…>>
<<Francesca…>>
<<Ti avevo chiamato prima…>>
<<Ah eri tu?>>
<<… ma tua madre ha detto che eri uscito…>>
<<Sono andato a fare la passeggiata di mezzogiorno… quando è bel tempo vado sempre…>>
<<Ti avrei richiamato io… ma aspettavo che finissi di mangiare.>> Ah… accidenti a me e alla fretta!
<<Senti, volevo chiederti se hai voglia di venire a teatro. Volevo invitarti perché… perché così… tra l’altro danno una delle cose migliori in cartellone quest’anno…>>
<<Puoi scegliere tra stasera e domani sera.>>
Io non passo ancora quarantotto ore in queste condizioni… la scelta è obbligata. <<Stasera, va bene stasera!>>
<<Allora, confermo per questa sera.>>
Di’ la verità, sapevi bene che non avrei resistito, che due giorni di attesa non li avrei tollerati; pagherei non so che cosa per scalfire quella tua insopportabile sicurezza, per avere la forza di dire mi dispiace non posso, né stasera, né domani sera, ho degli impegni, ci risentiamo; insomma, per comportarmi come te, che lo fai sembrare così naturale ed inevitabile.
<<Sai, lunedì sera è venuto a teatro il tuo amico… sì, quello che conosce Strehler; mi ha chiesto:”lei è Francesca?” ed io ho risposto di sì, con lui c’era anche una signora così gentile, ma chi è? sua moglie?>>
<<No, è la sua compagna.>>
<<Uhm… subito ho pensato che fosse un conoscente dei “miei”, dopo si è presentato e sono diventata di tutti i colori… credevo avesse letto il mio nome sulla targhetta invece… tra l’altro quella sera c’era molta confusione,  amici dell’università che non mi aspettavo, anche mia mamma…>>
<<Allora avrà visto la scena?>>
<<Beh, questo non lo so.>>
<<Che veniva a teatro lo sapevo. E della tua presenza l’avevo informato io…>>
<<Beh, questo l’avevo capito.>>
<<Ma che ti avrebbe anche parlato non potevo certo immaginarlo; le mie descrizioni erano comunque troppo precise, perché non ti individuasse… spero la cosa ti abbia fatto piacere.>>
<<Sì, è stato un incontro piacevole. L’hai più rivisto?>>
<<No, in questi giorni, non ho avuto occasione.>> Se fossi Pinocchio il naso si allungherebbe fino a bucare la cornetta; certo che l’ho rivisto, lo sono andato a cercare di proposito il giorno dopo ed era davvero entusiasta.
<<L’ho vista… le ho anche parlato… quella, dietro ne ha cinquantamila!>> Detto così, con un amplio quanto eloquente roteare delle mani ed una espressione del volto tanto soddisfatta da sembrare una mezzaluna.
Se mi avesse frustato, avrei provato meno dolore.
<<Davvero le ha parlato?>>
<<E come no? l’ho individuata al primo colpo… veramen-te… mi ha aiutato un po’ Roberta, io avevo puntato un’altra perché non l’avevo vista; appena me l’ha indicata però non ho avuto dubbi: i capelli lunghi e fluenti e che corpo… bella, bella, poi senza un filo di trucco, un petto meraviglioso, il portamento fiero… di profilo non è bellissima… però di ragazze così non se ne vedono molte…>>.
<<Una su centomila!>> E pur nella tristezza mi sentivo molto orgoglioso della mia scelta.
<<Beh., ora non esageriamo… ne ho avute di meglio. Le ho detto:”Lei è Francesca?” e mi ha risposto:”Sì, come fa a saperlo? l’ha letto sulla targhetta?” “No, guardi, sono miope… ora capisco perché Enrico ha scritto quelle belle poesie per lei… lo sa che le ha incise anche Strehler ?” “Sì, lo so.” “Scrive molto bene Enrico…” “Lo so.” “Domani vado a trovare Strehler…” “Beato lei!” “Vada, vada, signorina, non la voglio distogliere dal suo lavoro, buonasera…” è andata proprio così, anche Roberta ha detto:”Che bella ragazza!”>>
<<Francesca sarà stata contenta…>>
<<Quando le ho parlato di te… le si sono illuminati gli occhi… vedrai, vedrai… son sicuro che non le sei indifferente.>>
<<Speriamo… io non sono per niente ottimista in proposito.>>
<<Sareste una bella coppia… sei un bel ragazzo e non sfigureresti… ma quelle son donne… dovresti avere il mio carattere… non hai abbastanza grinta… ti sei proprio gettato in un’avventura!>>
Considerazioni amare ma vere: basta la tua voce a telefono per capirlo; arrampicarsi sui vetri sarebbe molto più facile che conquistarti con il mio sentimento; quanto darei per essere uno di quelli che ti hanno presa e ti prendono forse ancora, senza amore e senza rimpianto, come una donna qualsiasi. <<Allora, ci vediamo stasera, a che ora?>>
<<Vieni tra le otto e le otto e mezza, perché dopo c’è troppa confusione… mi trovi in sala… se sono in galleria mi fai chiamare.>>
(Continua)

Senza maschera (capitolo III -parte tredicesima)

<<Voglio dire… gli altri si preoccupavano di non farsi vedere con te… io ho lasciato una ragazza con cui stavo da tre anni per te.>>
 <<Però… anche tu sei un bel tipo!>> Un’espressione di disgusto si è improvvisamente disegnata su quelle labbra che tanto desidero; sembra tu abbia bevuto caffè amaro o qualcosa di peggio.
<<Ancora oggi mi ha telefonato un’amica dei tempi del liceo e mi ha chiesto di andare a sciare con lei… io le ho detto di no sul muso perché non mi interessava, nessuna mi interessa, soltanto tu!>>
<<Che ragazze ci sono oggi! io, di invitare un ragazzo, non lo farei mai!>>
 <<Lei lo ha fatto perché mi conosce, sa che tipo sono. Come vedi le occasioni le avrei, ma non mi importano.>>
<<Ed io sono responsabile anche di questo… potresti vedere altre ragazze… vivere delle storie… non si può andare avanti così, devo prendere una decisione…>>
<<Se è per me posso aspettare, sono due anni che aspetto… cosa vuoi che rappresenti un mese più o un mese meno.>> Parole vuote in cui nemmeno io credo: sono un elastico teso all’inverosimile, non posso più aspettare.
<<Eppure non riesco a capire… qualche anno fa desideravo un uomo con gli occhi azzurri e i capelli biondi… ora mi rendo conto che il principe azzurro non esiste; l’amore si costruisce giorno per giorno, ma non riesco ad andare oltre…>>
<<Oh, i principi azzurri esistono… vedrai che ne incontrerai molti… dici così perché io non ti interesso, ma ci sono persone con più requisiti di me di cui sicuramente potresti innamorarti.>>
<<E dove sono queste persone?>> tagliente, e nonostante l’apparente sfiducia, parti dal presupposto che queste persone esistano. <<In campagna la gente mi incontra sempre da sola, chiedono spesso perché io non abbia il ragazzo, e sbuffano:”Ha studiato” come per dire “Chissà cosa pretende questa qui!”; io rispondo che non voglio qualcosa di speciale: sarebbe sufficiente un ragazzo che mi volesse bene.>>
Hai davvero coraggio a raccontare a me queste cose, sembra quasi ti diverta a girare il coltello nella piaga.
<<Io non ho più ideali, non ho alcuna speranza, ma la mia vita va bene così, ho molti impegni: l’amico per andare ai concerti, quello per andare al cinema…>>
<<Io non vorrei assolutamente alterare il tuo sistema di vita; mi basterebbe sapere che sei mia…>> insomma una cosa da poco… <<e poi qualunque cosa tu facessi andrebbe bene, ti chiederei soltanto un po’ di tempo per me, nient’altro… ti chiedo soltanto di condividere qualche interesse con me.>>
<<Ma non saresti geloso?>>
<<No, mi basterebbe anche qualche momento insieme per fare le mie cose con entusiasmo: quando si è appagati da una storia d’amore basta un niente per dare alla vita un’altra fisionomia.>>
<<Uhm, io sarei gelosissima dell’uomo che amo! non ti darebbe fastidio?>>
<<Magari fossi gelosa di me… vorrebbe dire che mi vuoi bene… ma tu non lo sarai mai…>>
<<Ma non ti faccio mai venire rabbia?>>
<<Sì, ma in fin dei conti quel che mi dispiace veramente è che non vuoi passare qualche momento con me.>>
Hai un sorriso disarmato, non sai più cosa dire perché mi rassegni alla realtà; ma poi ti riprendi. <<No, no… io avrei bisogno di uno schiavetto… ti farei soffrire… finiresti per subire anche le cose più ingiuste… a me vien voglia di chiamare le persone a distanza di mesi…>>
<<Certe cose comunque non le accetterei… se tu vedessi altri ragazzi non l’accetterei!>>
<<Accetteresti, accetteresti anche questo, me lo hai detto prima non ricordi? e ne soffriresti!>>
<<No, se tu vedessi altri… non lo sopporterei!>> ti guardo negli occhi con la poca risolutezza che mi rimane, come un bimbo che stringe i pugnetti dietro la schiena; so che non mi credi, ma probabilmente non ti poni neppure il problema visto che non esiste questione.
<<Non si può andare avanti così… devo prendere una decisione… non voglio farti del male…>>
<<Tu non mi fai del male: sono io che ho scelto di volerti bene, penso a te tutto il giorno, mi addormento con te e mi sveglio tutte le mattine con lo stesso pensiero.>>
<<Ah, andiamo bene!>>
<<No, non devi avere rimorsi…>> e mi rendo conto di averla detta grossa, ma la tua replica è davvero imprevista.
<<Non è questione di avere rimorsi, anche perché se fossero così intollerabili vorrebbe dire che di te non mi importa e allora saprei cosa fare, ma non è giusto che ti accontenti di questa situazione.>>
Saranno un po’ fatti miei, se tollero o meno questa situazione; il discorso è un altro: sei tu a non poterne più e questo è solo un altro modo tanto falso quanto garbato (lo devo ammettere) per farmelo capire.
<<E cosa dovrei volere di più? un bacio? sì, un bacio lo vorrei ma…>>
<<In questo momento… non avrebbe… senso>> <<…non avrebbe… senso>> constatazione quasi simultanea, ma non per questo meno dura da digerire; vorrei non averti mai incontrata per non sperimentare l’impotenza, questa sensazione di inevitabilità…
<<Mi viene in mente il protagonista di una bella commedia che hanno rappresentato a teatro da poco; tutte le sere, prima di addormentarsi fa l’esame di coscienza e si domanda:”Oggi sono stato più merda o più vigliacco… oggi sono stato più merda o più vigliacco…” in questo momento mi sento  un po’ così.>>
Ed io non so proprio come cosa rispondere, non capisco se stai recitando oppure se sei sincera… non so più nulla. <<Quando ti posso chiamare?>>
<<Non so… lunedì vado al cinema… gli altri giorni… i soliti impegni… no, aspetta, sono libera mercoledì.>>
<<Allora per vederci… ti chiamo mercoledì?>>
<<No, non dirlo quando telefoni, non lo voglio sapere, sennò devo tornare a casa dall’università, perché so che chiami…>>
<<Allora ti chiamo mercoledì.>>
<<Uffa, adesso mi sento prenotata come una cosa, un pacco… ma se devo essere cattiva lo voglio essere sino in fondo… prendo il mio omaggio floreale… ciao!>>
Scendi e mi lasci sbigottito a cercare una spiegazione per quest’ultima frase; è del resto un angoscioso ritornello che si ripete malinconicamente ogni volta che finisce un incontro: non mi rimane che attendere mercoledì.
(Continua)

Senza maschera (capitolo III-parte dodicesima)


<<Vedrai che tutto si sistemerà. Questo lavoro lo farai ancora per poco… una volta che sarai laureata…>>
<<Il mio desiderio è quello di rimanere nell’ambito del teatro, in una posizione di responsabilità.>>
<<Non vedo cosa lo possa impedire. Hai costanza, la fatica non ti spaventa, per non parlare poi della tua moralità. Sono tutti valori che contano e che prima o poi vengono fuori…>> ma che ne so io della tua moralità?
È curioso ma tutte le volte che attraversiamo questo incrocio, discorriamo sempre degli stessi argomenti; sarà forse la conformazione del piano stradale, talmente rettilineo da apparire lanciato verso grandi mete; o più probabilmente, i particolari giochi di luce che si intrufolano nelle aiuole spartitraffico, nei vicoli tra casa e casa, all’interno della stessa automobile, regalando un’atmosfera onirica e distensiva.
Tu guardi distratta la strada ed io sono un lampione fra i tanti che fanno luce per te. <<E’ vero, io cerco di fare tutto da me… non sono mica come certe che sono piene di raccomandazioni… a me piacerebbe tenere aggiornato l’archivio del teatro: l’archivista deve andare in pensione e così vorrei fare la richiesta… anche a casa tengo un archivio… è una cosa che mi è sempre interessata.>>
<<E’ una bella cosa…>> anche se, a dire la verità,  non so nemmeno di che cosa stai parlando.
Accidenti al raffreddore, fra pochi istanti scenderai e un’altra serata sarà conclusa; posteggio rassegnato sulla salita dove si affaccia il tuo portone e come al solito subentrano gli imbarazzanti quesiti, se spegnere o meno il motore, se levarsi o non levarsi la cintura di sicurezza; e sono tanto più pressanti, visto che questa sera stai male e non vorrei dare l’impressione di volerti trattenere.
<<Come va?>>
<<Ora sto meglio, dolori non ne sento più, è rimasto soltanto il raffreddore.>> Come al solito non sappiamo resistere alla discussione e i vetri dell’auto divengono sempre più opachi: alcune persone escono ed entrano dal portone ed hanno un atteggiamento molto curioso, chissà cosa penseranno… è proprio vero che le apparenze ingannano.
<<Tutti i miei vicini questa sera si sono dati convegno fuori dal palazzo!>>
<<Dopo la chiacchierata di domenica speravo che qualcosa fosse cambiato… ma tu, imperterrita, continui a non chiamare. Perché a Natale mi hai chiamato? l’altra volta te l’ho chiesto ma non mi hai risposto.>> Mai far sentire in difetto una donna su ciò che più si desidera…
<<Beh, qualcosa mi sembra d’aver detto…>> lo so quello che hai detto, lo so bene, ma non voglio accettarlo, non riesco a credere che tu sia così inaccessibile.
<<Sì, ma sei stata molto generica.>> Bugia, sei stata anche troppo specifica, è che la verità fa male e nonostante ciò vorrei la ripetessi per vedere, se per caso, muta almeno un accenno, una sfumatura…
<<A Natale ti ho chiamato perché mi avevi offerto la tua amicizia.>>
<<Era un’offerta ipocrita ed interessata!>>
<<Allora diciamo che l’avevi confezionata bene!>> sai che soddisfazione… adesso l’ipocrita sei tu.
<<Diciamo piuttosto che hai avuto un momento di debolezza… di solitudine… può succedere a tutti… non te ne faccio mica una colpa… il fatto è che ai miei sentimenti per te non credi assolutamente, vero?>>
<<Non è vero, tu sei… tu sei tutto quello che ho: non credo ci sia mai stata un’altra persona veramente innamorata di me.>>
<<Se ci credessi soltanto un poco non ti comporteresti così… se fossi innamorata…>>
<<E’ vero, se fossi innamorata, sarei totalmente votata all’uomo che amo!>> Come luccicano appassionati i tuoi occhi mentre protendi le mani verso di me quasi a voler spiegare la illimitatezza del sentimento di cui saresti capace.
<<Ho sempre in mente una frase di quella sera… sì… che se lui si fosse sposato non avrebbe potuto che scegliere te, come madre dei suoi figli…>> peccato che poi ha sposato un’altra… mi dispiace davvero…
<<Beh, intanto diamogli un nome: si chiama Fabio, ci conosciamo fin da piccoli, veniva in campagna dalle mie parti, aveva un’altra ragazza, quella che poi ha sposato… era innamorato di me… sì lo era, sennò non avrebbe fatto certe cose… però mi diceva che non avrebbe mai rotto quel rapporto… e un giorno mi ha comunicato che era finita, mi ha lasciata e si è sposato nonostante non provasse amore per lei… o almeno così mi diceva.>>
<<Se non ama sua moglie non  vedo che problema ci sia…>> e francamente mi sfugge perché dici che ti ha “lasciata” se stava con un’altra, forse sono troppo beghino per capire.
<<C’è! Per me il matrimonio è troppo importante… è sacro!>> Non ti ho mai visto così arrabbiata: la mia superficialità è un boomerang e allora cerco di salvare il salvabile. <<Ma no… io volevo dire dal punto di vista suo… se era un disonesto prima del matrimonio non vedo perché avrebbe dovuto cambiare in seguito.>>
<<Io negli uomini non credo più. Sono ormai abituata a fare la donna di scorta… i ragazzi con cui esco di solito hanno la ragazza e si vergognano a portarmi in certi posti, perché hanno paura di incontrare persone che conoscono… tutti dicono che vengono con me, ma che la loro ragazza non la lascerebbero mai.>>
<<Allora io sarei uno sprovveduto… guarda che  non lo sono, né mi sento come gli altri.>>
<<Non ho mai pensato tu lo fossi. Io penso le cose migliori di te: quest’estate eri un po’ così, ma si trattava di un momento particolare…>> ti mette in imbarazzo aggiungere che ero innamorato di te?
<<Magari posso sembrarlo sprovveduto, ma non lo sono, diciamo che sono uno che sa quello che vuole e tu non sei l’unica ragazza al mondo.>> Mi guardi con aria interrogativa, non con gelosia, ma semplicemente come uno psichiatra guarderebbe un paziente, senza la benché minima partecipazione emotiva.
(Continua)

Senza maschera (capitolo III -parte undicesima)


Non posso nascondere i fiori dietro la schiena perché si vedrebbe la confezione e poi non vorrei ti infastidisse che qualcuno del teatro potesse vedere la scena.
Li lascerò sui sedili davanti, così quando entrerai se non altro ti farò una sorpresa.
Esci come al solito, con passo calmo e deciso, stringendo gli orli del cappotto come tu sola sai fare, con una naturale regalità che esalta le splendide forme su cui si adagiano, leggere, indefinibili, due spatolate di capelli neri lucidissimi.
<<Ciao, come stai?>>
<<Malissimo, durante lo spettacolo ci sono stati dei momenti in cui ho creduto di svenire… un po’ per i dolori e un po’ per il raffreddore.>>
<<Allora ti porto subito a casa?>>
<<Sì, decisamente… non ce la faccio proprio a stare fuori, spero di mettermi al più presto sotto le coperte.>>
Tutto si svolge senza un bacio, né una stretta di mano, all’insegna della più disinvolta freddezza; d’altronde se desideri un rapporto del genere dovrò abituarmi, non c’è altro da fare: mi domando, ma è solo una considerazione accademica, se gli altri ragazzi ti trattano con la medesima formalità e delicatezza e soprattutto se tu li ricambi.
Prima di conoscerti meglio scambiavo la freddezza con la timidezza; in realtà era soltanto una buona scusa per non andare al di là delle apparenze.
Ricordo sempre quell’espressione di altero disgusto, la prima volta che cercai, con malcelata goffaggine, di appoggiare le mie labbra sul tuo delicato visino; sembrava t’avesse morso una tarantola, tanto avevi le arterie del collo irrigidite nel tentativo di indietreggiare… beh, lasciamo perdere.
Ti appoggi alla maniglia, noti i fiori e sorridi: indugi ad aprire la portiera e così devo invitarti ad entrare, <<Sali su, sono per te!>>
E’ così imbarazzante il rumore del cellophane nell’abitacolo ristretto di un’automobile, specie quando non si sa come giustificare il dono ch’esso ricopre.
<<Avevo almeno cinque o sei motivi per regalarti questi fiori… se vuoi te li illustro…>>
<<No, non c’è bisogno.>> T’accorgi immediatamente del tempo che ho impiegato nel preparare il mio discorsetto e delle speranze che vi ripongo; così ti impietosisci, mettendo da parte la paura e i battiti d’un cuore senz’altro alterati.
<<Va bene, su, dimmeli…>>
<<Se vuoi non ne parliamo. Comunque… il primo è che già volevo regalarteli come “Valentino”, non perché tu fossi…>>
<<Oh, da parte tua sarebbero stati pienamente giustificati, non c’è bisogno che me lo spieghi.>>
<<Hai ragione in effetti il mio comportamento non avrebbe…>>
<<…fatto una grinza. >>
Però… sei proprio sicura di quello che provo, tanto che se te lo chiedessero, penso non avresti difficoltà a mettere una mano sul fuoco; converrai con me che sia un atteggiamento alquanto originale: di solito la gente è pronta a giurare sui propri sentimenti e tante volte neppure su quelli…
Mi piacerebbe davvero poterti smentire, ma purtroppo per me, in questo momento non ne sono capace. <<Il secondo motivo è la festa della donna, o meglio ieri era la festa della donna ma non mi hai dato l’opportunità di vederti e così… il terzo motivo è che ti volevo fare un dispetto perché mi hai detto che non la festeggi.>> A dire il vero non ho mai incontrato una donna che ammetta di festeggiarla…
<<Ah, grazie! e il quarto motivo?>>
<Il quarto motivo proprio non lo ricordo.>>
<<Come non lo ricordi?>> Immagino sia un gran divertimento osservarmi in difficoltà; come ci si sente ad avere una persona nelle proprie mani? è una sensazione di potenza o di piacere?
Vorrei fare almeno per un minuto il cambio con te, per capire che cosa si prova, ma so benissimo che questo è un desiderio patetico e meschino; la verità è che sto annaspando come una marionetta a cui siano stati ingarbugliati i fili.
<<Ho un attimo di defaillance…>>
<<Come un attimo di defaillance?>>
<<Sono completamente andato.>>
<<Beh, allora dimmi il quinto motivo.>>
<<Oh, il quinto motivo lo puoi immaginare da te…>> e dovrebbe essere una meravigliosa rivincita non pronunciare le parole “ti amo”; invece mi sento l’ultimo degli sconfitti perché queste due fatidiche, piccole paroline, mi stanno distruggendo la vita, la coscienza, l’incoscienza, la dignità, l’orgoglio.
Le trovo impresse dappertutto: in una giornata di sole, nelle gocce di pioggia, nella musica che ascolto, nei film che guardo, nei libri che leggo; ogni fenomeno vivente, ogni oggetto grida ed irradia un solo nome. <<Sei davvero splendida e non soltanto per me… che c’è? non parli?>>
<<…ho avuto anch’io un attimo di defaillance.>>
Non m’illudo, so che cosa vuoi dire, le tue speranze mi stanno passando davanti; escono dai tuoi occhi a fiotti, come le lacrime, ma non sono stille di pianto; sono ricordi… “Se avesse mantenuto quelle promesse…”; sono attese che ti sembra di toccare con un dito…”Non è possibile che in teatro non s’accorgano di quello che valgo… col tempo… sì, col tempo arriverà anche l’amore che ho sempre cercato… e con esso la felicità, le soddisfazioni professionali e tutto ciò che mi spetta.”
E’ bello sognare ad occhi aperti specie se gli occhi sono belli come i tuoi, con quelle ciglia all’insù che potrebbero catturare anche i miraggi più restii; le muovi spesso, quelle ciglia, talvolta per convincerti di essere nel giusto o anche per disprezzarti, quando sai bene di essere nel torto; quelle ciglia rappresentano spesso il tuo solo interlocutore e sanno risponderti con espressioni di alterigia o di stizza e perché no, anche di dolore.
Cosa pagherei per vederle anche innamorate, seppure per un solo, brevissimo istante.
(Continua)

Senza maschera (II capitolo-decima parte)

Mamma

E’ possibile che io sia davvero come tutti gli altri, pronto solo a pretendere un sentimento che non ho fatto alcunché per coltivare? eppure è così, e non riesco a comportarmi diversamente. <<Mi chiedo perché a Natale mi hai chiamato?… La sera di Natale non è un giorno come gli altri!>>
Ti risenti quasi io non volessi capire. <<Credi che non ci siano altri ragazzi che mi cercano, le mie soddisfazioni, se volessi, me le prenderei! da te volevo  qualcosa di diverso…>>
A parte che il condizionale ti va un po’ stretto… ma che cosa desideravi da me? se non permetti nemmeno che io ti veda o ti senta, se devo elemosinare ogni appuntamento come l’ultimo degli accattoni e quando finalmente ti concedi, si fa per dire, è come se l’incontro fosse già finito?
<<E allora perché adesso non mi chiami?>>
<<Perché io su tutte le cose ci rifletto: da una parte ho voglia di chiamare e dall’altra ho paura d’illuderti, di farti soffrire… così mi blocco.>>
<<Guarda che io soffro di più se non mi chiami: io ti voglio bene a prescindere da quello che pensi tu di me; non m’illudi, sto decisamente più male se non ti sento.>>
<<Un amico una volta mi ha detto che sono proprio stupida… forse è vero, sono soltanto una stupida.>>
<<Sei tutt’altro che stupida… no, non sei stupida>> anche perché se lo fossi io sarei più stupido di te ad essermi innamorato di una stupida, ed è un’ipotesi che mi spiacerebbe prendere in considerazione.
<<Andiamo, è tardi…>>
<<Hai ragione, è buio e fa anche freddo.>>
Immagino che la notte non sia mai scesa più gradita alla nostra timidezza.
<<Quest’estate non eri il solo a stare male, quando sono andata a Lecce sembravo un cadavere, mi avevi sconvolta…>>
<<Avevi i motivi per esserlo: in tre giorni ti ho fatto passare dalla più completa estraneità ad una proposta di matrimonio… però ci credevo davvero!>>.
<<E’ proprio questo il fatto che mi sconvolgeva… gli uomini si dividono solitamente in due categorie: quelli che vengono con te senza dirti niente e sai già cosa cercano… e quelli che dicono:”Sei la donna della mia vita!” e poi vogliono le stesse cose della prima categoria… della tua sincerità invece io non ho mai dubitato… per questo mi terrorizzavi…>>
<<Io ero pienamente convinto.>>
<<Come facevi ad esserlo? è questo che mi sconvolge… voglio dire… non mi conoscevi… e ancora adesso non sai niente di me.>
<<Chi è innamorato non ha bisogno di conoscere, sente e va dietro alle sue emozioni.>>
<<Sarà che io non sono mai stata innamorata…>>
<<E poi io mi fido delle prime impressioni… e difficilmente mi sbaglio…>>
<<Anche in Francia pensavo con rammarico che non t’avevo potuto conoscere, stavo male.>>
<<Pure io ho passato un agosto tremendo… non avevo più voglia di vivere… è stato allucinante.>>
<<A parte che comunque ho delle idee tutte particolari sul matrimonio… mi sposerò solo quando sentirò veramente di amare qualcuno.>>
<<Ah, se per questo sono d’accordo con te… mi sembra giusto>>  ed anche molto triste.
<<Lo so anch’io che persone come te si incontrano forse una sola volta nella vita.>> Sembra quasi tu ripeta, come un automa, le parole di un’altra, senza la benché minima partecipazione… non parliamo poi di convinzione.
Mi fai una rabbia che ti strozzerei: un giorno ti pentirai di avermi svalutato in questo modo! stai tranquilla… ora mi calmo, sono consapevole che non accadrà, è stato solo un residuo dell’orgoglio che ancora mi è rimasto; so bene che sei troppo impegnata ad amare te stessa per avere rimorsi o cose del genere.
<<Cosa perdi a darmi qualche opportunità in più di vederti? non significa ipotecare il futuro: voglio dire, se poi ti innamorerai di me io sarò l’uomo più felice della terra, ma se non dovesse accadere… pace!>> una pace a cui non voglio pensare e di cui entrambi conosciamo l’inevitabilità.
<<Anch’io sarei molto felice se potessi innamorarmi di te… è quello che voglio…>> detto con l’aria di riferirsi all’amore in generale, non certo alla mia persona; aspiri soltanto ad innamorarti… poi di chi, non lo sai nemmeno tu, o forse sì?
<<Capisci non rischi niente a darmi queste opportunità: tanto lo so che se non ti innamori, con me non esci.>>
<<Infatti…>> pronunciato con un certo compiacimento e con tutta la lucida, calma e compiaciuta perfidia di cui una donna può essere capace.
<<Senti, provi fastidio al pensiero che io scriva racconti per te?>>
<<Un po’… so che tutto quello che dico o che faccio verrà registrato, analizzato… sei incredibile… lo fai per prendermi in giro?>>
<<No, non lo faccio per prenderti in giro, è che tutta la settimana sono seduto al mio computer… allora cerco di imprimere questi momenti il più possibile nella mia mente per avere una tua immagine con cui dialogare… anche se tu non ci sei… so di essere soltanto in compagnia di me stesso… ma almeno ho qualcuno, qualcosa da raccontarmi…>>
Credo che tu abbia poco da replicare a una risposta così assurda; forse stai pensando che siano le parole di un ipocrita o di un folle o più semplicemente di un uomo solo; ma non trovi di meglio che chiuderti nel più assoluto silenzio.
E sulle ali del tuo eloquente mutismo arriviamo sotto casa: hai fretta di scendere!
Mi lasci con una frase davvero poco confortante.<<Ci sentiamo in settimana… ma non ti prometto che chiamerò… perché poi non mantengo la promessa.>>

(Continua)