Senza maschera (I capitolo-quarta parte)

Panchina in alta Badia
Ma se la farsa non fosse di tuo gradimento – temo il tuo giudizio anche nella fantasia – potresti anche accendere il televisore e forse ti chiederei di assistere ad un bizzarro telequiz che certamente non mancherebbe di farci discutere.
“Questa sera, amici telespettatori, abbiamo un concorrente che si presenta su un argomento non usuale per la nostra trasmissione… intanto accogliamolo con un caloroso applauso…
– Lei è il signor?
– Sicuro Disé.
– Un nome importante… e viene da?
– Mondocomune… in provincia di Postoqualsiasi…
– Uhm, bella cittadina Mondocomune… ci sono stato all’inizio della mia carriera… dovete sapere, cari telespettatori, che allora ero così giovane e pieno di speranze… e che professione svolge a Mondocomune?
– Sono guardiano della vita che passa.
– Oh, anche la professione del signor Disé, oltreché al nome e alla materia su cui si presenta, denotano decisamente originalità… complimenti!… ma ora amici non muovete il telecomando perché tra qualche istante ne vedremo delle belle…”
– E veniamo dunque all’argomento su cui si è preparato il nostro simpatico concorrente… si tratta pensate un po’, della storia della sua vita… per il Signornò questa volta non è stato davvero facile formulare le domande.. in ogni caso ecco la prima… signor Disé si concentri bene… cinque mila euro per dirmi se lei è mai stato felice e se sì in quali occasioni… via il cronometro… TOC… TOC… TOC… TOC… TOC… TOC… TOC… TOC…
– Sì, sono stato felice…
– Ahiahiai… cominciamo male… lei, a quanto ci risulta, non è mai stato felice… comunque, non drammatizziamo, vedrà che potrà rifarsi con le prossime domande…
– Contesto, mi scusi ma… il giorno della laurea non ero felice?
– Signornò, cosa dice, la possiamo accettare?
– No, mi dispiace, il signor Disé non era di certo felice il giorno della sua laurea… è risaputo, infatti, che considerasse il suo futuro con notevole apprensione…
– E allora… il giorno del mio matrimonio?
– Lei non può negare di aver pensato al suicidio pure nei servizi del ristorante…
– E il giorno della mia prima avventura extraconiugale?
– Suvvia, non scherziamo, signor Disé… lei sa benissimo che aveva un tale senso di colpa da non arrivare neppure a slacciarsi i pantaloni… per non parlare poi dei ricorrenti incubi notturni che per anni, dico, per anni, l’hanno tormentata…
– Vi assicuro, cari telespettatori… in tanto tempo che faccio televisione non mi era mai capitato un concorrente così pronto alla replica… bene, signor Disé… speriamo almeno che la sua preparazione sia altrettanto brillante… per la seconda domanda ci vediamo dopo… pubblicità…
– Eccoci arrivati al secondo quesito, per dieci mila euro mi deve dire se è mai stato infelice e se sì in quali occasioni… cronometro… per dieci mila euro, signor Disé ci pensi bene… questa volta non deve fallire…
TOC… TOC… TOC… TOC… TOC… TOC… TOC… TOC…
– Sì, sono stato infelice…
– Risposta errata… signor Disé che cosa mi combina?
– Ma come, il giorno della laurea?
– Signornò, intervenga lei per favore… io non so proprio come comportarmi…
– Il giorno della sua laurea, signor Disé, lei non era infelice ma piuttosto indifferente… il che, come tutti possono confermare, è una cosa ben diversa…
– E il giorno del matrimonio? non può negare che ho pensato di togliermi la vita anche nei servizi del ristorante…
– Verissimo signor Disé, verissimo… ma ciò non vuol dire che lei fosse infelice… era semplicemente rassegnato… e il pensiero di farla finita era stato soltanto un sogno… un incidente… un patetico quanto codardo tentativo di sottrarsi alle responsabilità che l’esperienza coniugale avrebbe inevitabilmente comportato… signor Disé… lei è un immaturo…
– Se come lei afferma è stato un sogno, quel giorno sono stato, almeno per qualche attimo, felice; quindi deve darmi per buona la risposta alla domanda precedente…
– Mi dispiace, signor Disé, non vorrei calcare la mano nei suoi confronti, tuttavia… il sogno è soltanto una fuga da se stessi, mentre la felicità è uno stato di equilibrio, che tra l’altro, non consiste neppure nella passiva accettazione della propria condizione; il vocabolario della lingua italiana, del resto, è molto chiaro in proposito:<<Felicità: condizione, stato di chi è felice o pienamente appagato.>> Come lei noterà la congiunzione non lascia spazio ad altra possibile interpretazione.
– Mi scusi ancora, ma se non ero appagato allora ero inappagato quindi infelice, non c’è una terza possibilità; di conseguenza ho risposto alla seconda domanda…
– Dal momento che lei persiste a fare il filosofo, per dare ancora maggior peso alla nostra impostazione, non possiamo che leggere il dizionario alla voce appagamento:<<Atto, effetto dell’appagare o dell’appagarsi.>> Come lei potrà facilmente constatare l’essere appagati o inappagati, implica pur sempre il compimento di una qualche attività; se andiamo invece a consultare il significato di rassegnazione troviamo:<<Disposizione d’animo di chi è pronto ad accettare la volontà altrui.>> L’accettazione non comprende alcuna attività, signor Disé; lei non ha fatto alcunché per sposarsi o per non sposarsi, fin dall’inizio lei è stato scelto ed ha subito fino in fondo l’altrui volontà… lei è un essere senza spina dorsale, un povero diavolo senza ambizioni né aspirazioni… ma cosa vive a fare signor Disé… me lo vuol dire?
– Signornò si ricomponga, non vorrà distruggermi il concorrente… in definitiva è soltanto un gioco… dia almeno al signor Sicuro la possibilità di rifarsi nella terza ed ultima domanda… se lo aggredisce così me lo emoziona… pubblicità!
– Per voi, amici, che avete acceso il televisore solo in questo momento, diremo che siamo giunti alla terza domanda con il nostro simpatico concorrente, il signor?  il signor?
– Sicuro… Sicuro Disé…
– Perdonate, cari telespettatori questa piccola amnesia… da qui sono passati così tanti concorrenti che se dovessi ricordarmi il nome di ognuno dovrei essere un piccolo calcolatore… allora, signor Disé… lei è consapevole del fatto che se non risponde correttamente alla terza ed ultima domanda è fuori dalla partita?
– Sì. Le regole le fate voi…
– Bene… mi deve dire per venti mila euro se ha mai amato e se sì, in quali occasioni… venti mila euro e la possibilità di continuare la trasmissione e diventare perché no, anche campione del telequiz… cronometro…
TOC… TOC… TOC… TOC… TOC… TOC… TOC… TOC…
– No, non ho mai amato…
– Mi dispiace… signor Disé… ma la risposta e sbagliata… come ha fatto a compiere un errore così grossolano? lo sa che mi costringe ad escluderla dalla trasmissione… non vorrei, lei è così simpatico… ma la prima risposta è quella che conta…
– Non mi sembra giusto d’essere escluso in questo modo… questo gioco è truccato… ricorrerò alla magistratura… avrete ancora notizie di me attraverso i miei avvocati… insomma, mi avete chiesto se sono stato felice e a quanto pare io non lo sarei mai stato; si è discusso poi della mia infelicità e anche qui avete negato che io sia tale in virtù di una vera o presunta rassegnazione; ma se sono davvero rassegnato e la rassegnazione si identifica, come mi avete fatto notare, con la mancanza d’ogni attività, son proprio curioso di vedere come riuscirete a conciliare la mia condizione con l’amore… ah, son proprio curioso…
– Signornò, a lei la parola…
– Se sfogliamo per un ultima volta il vocabolario, si convincerà ancora del rigore della nostra scelta. <<Amore: inclinazione profonda verso qualcosa o qualcuno.>> Come potrà facilmente comprendere un’inclinazione non ha  bisogno di essere espletata attraverso un’attività; è assimilabile ad un dono di natura; una persona l’ha o non l’ha a prescindere dal fatto che la metta in pratica. Ma per venire al caso concreto, lei ha amato, signor Disé, forse in modo che potremmo definire discutibile, ma tutti sappiamo che ci sono molti modi di concepire questo sentimento e noi non siamo certo qui per smentirlo. Per restare agli episodi che questa sera sono stati esaminati, lei ha amato tutto ciò che non ha avuto il coraggio di ottenere: una carriera, una moglie di suo gradimento, un’amante che incarnasse le residue fantasie… ma ha amato in primo luogo e soprattutto se stesso adorando la sua pigrizia come fosse l’ultima dea o qualcosa di elitario che gli altri non potessero raggiungere o capire… ognuno si consola con quello che può… signor Disé… ritorni quando sarà più preparato….
– Ed ora passiamo al prossimo concorrente… ma prima…pubblicità!”
(Continua)

Un sorriso (Atto unico-parte decima)

Statua a Pompei

Una donna

Devi cambiare prospettiva, amico mio, il mezzo giusto per non cedere alla disperazione non è la pretesa del cambiamento, ma l’adattamento gioioso alla natura, la meraviglia per ciò che accade fuori di noi.
Non è il cuore dell’uomo a cambiare, ma le interpretazioni del cuore.
Stiamo attenti ai passaggi che anche nell’esistenza più regolare hanno sempre diverse sfumature.
In fondo anche le stelle rimangono sempre le stesse, almeno per come le vediamo noi, ma se ci fermassimo a questo dato tutti gli astronomi potrebbero andare in pensione.
L’universo è in movimento, seppure non muti la propria essenza, ma al limite si trasformi.
Cerca di appartenere a questo strano e mirabile dinamismo: sarai sempre una novità anche per te stesso e non avrai bisogno di illuderti, perché lo stupore è più forte della convinzione.

Un uomo

Non vedo come si possa essere mobili e nello stesso tempo  bloccati dai nostri limiti che, secondo te, dovremmo saper riconoscere a priori…Mi paiono due filosofie opposte ed inconciliabili.

Una donna

Non puoi però essere in movimento se interrompi il tuo moto, superare i limiti comporta troppo spesso fratture insanabili.
Ma per un momento lasciamo da parte quei concetti che ti sembrano astrazioni.
Non c’è un uomo che mi sta aspettando alla stazione, né ci può essere uomo con cui tu possa gareggiare.
Ciò nonostante se volessi corteggiarmi faresti qualcosa di dannoso per te e  non semplicemente quello che tu definisci un buco nell’acqua.
Dovresti infatti misurarti con un concorrente insuperabile.
Io sono una prostituta sacra degli anni duemila.
Vivo anche nel Tempio come puoi immaginare, ma non mi concedo a stranieri, soltanto allo spirito e per un obolo eterno.
Fuor di metafora, se non lo avessi capito, sono una suora, anche se faccio parte del mondo, anche se le apparenze  fino ad ora ti hanno ingannato.
Certo non indosso l’abito, né ho segni distintivi, ma avresti dovuto capire che, se ti indicavo una strada al di là della sessualità, non era per stare sulle mie o per insegnarti una lezioncina, ma per convinzione e scelta.
Io potrei avere tutti gli uomini che desidero – direi – se fossi una donna come le altre, ma io non desidero gli uomini e quindi non lo dico.
Li ho frequentati, se è questo che vuoi sapere, ma Dio è davvero un’altra cosa  e definirLo una cosa mi sembra a dir poco riduttivo.
Hai presente la volpe del Piccolo Principe?
Ebbene io mi sento come lei: gli uomini mi fanno scappare, solo Gesù Cristo ha compiuto quei passi che ho riconosciuto, solo Gesù Cristo per me rappresenta il colore del grano e quindi mi fido solo di Lui.
Questo non vuol significare che io non ti abbia ascoltato e creduto, ma che, se mi devo fidare di qualche ragionamento, non può essere né il tuo, né quello di qualsiasi altro uomo.
L’unico insegnamento per me è il Vangelo perché solo Gesù ripete continuamente al mio cuore che non mi devo preoccupare, ed io ho capito che ha ragione, lo sento, lo vivo.
Tu potrai pensare che io non sia quella che dico, forse perché sono bella e ti sorrido, o perché mi desideri… comunque non saresti il primo a pensarla così… e non te ne faccio una colpa.
Ma la mia bellezza è di Dio e lo sarà per sempre: solo così potrò preservarla degnamente. 

(Continua)

Un sorriso (Atto unico-parte nona)

Sentiero a Pralongià

Un uomo

Scusa se sono noioso, ma io sono sempre più convinto che tu non abbia mai amato sino in fondo, che tu non abbia mai conosciuto la  condizione di amore straordinario.
Non c’è volontà che tenga per chi ci si trova in mezzo, o meglio c’è un’unica volontà, quella di raggiungere l’oggetto amato ad ogni costo, fino al totale annientamento della dignità e della personalità.
Diventare lo zimbello del mondo è un gioco crudele, ma il giocatore non se ne preoccupa, spera di guadagnare quel che gli altri si sono già spartiti ed insegue ciò che un giorno ha creduto di intravedere, la proiezione di un’ombra cui non sa rinunciare, perché è in fondo la sua ombra e nulla più.
Fantasie, dirai, da schiacciare come un cerino spento, magari fosse così facile! e non sono nemmeno tanto d’accordo sul fatto che ci siano anche altri interessi al mondo.
Non c’è cosa più assorbente dell’innamoramento o che ad esso possa contrapporsi nel cuore dell’uomo con la stessa potenza, se non forse l’odio, che è, in ogni modo, un altro sentimento.
Chi è innamorato non pensa che alla paura di lasciarsi sfuggire l’amore che fugge; lavoro, soldi, carriera perdono qualsiasi valore e significato, e con essi se ne va anche il poco rispetto che l’altro poteva nutrire, perché l’amato bene non può soffrire la debolezza della devozione assoluta, che è poi, se vuoi, la forza cieca della fede, incomprensibile agli occhi di chi non l’ha.
Chi è innamorato ragiona un po’ come colui che ha studiato tutta una vita senza riuscire a concretizzare la sua fatica, e talvolta, come nel mio caso, i due tipi si fondono con esiti miserabili: ambedue si consolano pensando che nessuno potrà portar via loro il sentimento e la cultura; si sentono degli eletti, troppo elevati per essere compresi, insomma per dirla con le parole dell’Ottocento, degli eroi romantici. 

Una donna

Ma se tu sai tutte queste cose, se sai distinguere dentro di te l’antica fiamma, perché non te ne tieni lontano come faccio io?
Non ha molto senso sfidare le situazioni che ci vedrebbero perdenti.
Quando poi si conoscono anche gli effetti in tutta la loro portata, ritenere gli altri sfortunati perché non hanno provato l’amore straordinario, mi sembra illogico.
La saggezza è uno dei requisiti fondamentali perché spinge sempre verso l’autoconservazione, e non c’è nulla di più saggio che fuggire le esperienze che non si è in grado di affrontare.
Ci vuole anche umiltà nel riconoscere i propri limiti ed essi  cominciano proprio nel punto in cui c’è qualche cosa che possa impedire di ampliarli.
La vita dovrebbe servire ad estendere al massimo le proprie capacità, ma ciò non è possibile se la tensione ci spezza e non possiamo certo decidere quando l’arco debba tirare l’ultima freccia.
Noi siamo arcieri che mirano all’infinito.

Un uomo

Mi piace questa definizione, ma non capisco come ci si possa limitare nel tiro quando siamo irresistibilmente attratti dalla linea dell’orizzonte e non possiamo sapere in anticipo quanta forza ci voglia per raggiungerlo.
Solo se ci tendiamo col massimo sforzo possiamo dire di averci provato: quel che rischiamo è, al limite, un buco… nell’acqua.
Te lo dice uno che non vorrebbe vivere l’esperienza della risacca, ma è inevitabile, nessuno lo può impedire, nemmeno il mare.

Una donna

Poetico il concetto, ma cosa vuoi dire?
Quando l’arco si è rotto non è facile ripararlo in modo che possa resistere ad una nuova tensione: il legno non la può sopportare ed è certamente più adatto di me e di te allo sforzo.
Spesso riteniamo che la natura abbia raccolto in noi tutti i doni migliori di cui disponeva, ma non è così.
Siamo fragili specie nell’esercizio di quelle che riteniamo nostre esclusive prerogative o forse perché sono soltanto nostre facoltà e non abbiamo termini e momenti di confronto con altre creature.
In materia di sentimenti non c’è un nemico da vincere, se non la nostra identità che è quasi impossibile da superare e che forse è neutralizzabile soltanto a termine.
Non a caso quando una storia sta finendo ci si accusa di essere cambiati, di non essere più gli stessi.
Ma anche questo è un equivoco: noi non siamo diversi rispetto a quello che eravamo, ma siamo diventati diversi da quello che siamo realmente; è una differenza apparente ed inautentica e soprattutto temporanea. Ciò nonostante o forse per questo viene sottolineata inevitabilmente ogni volta che un rapporto deve finire.


Un uomo

Che utilità può avere l’apertura alla vita se il risultato è quello di restare immutati ed immutabili?
Quale è il significato di un’esistenza che non scalfisce l’essenza delle persone?
Celebrare il proprio fallimento giorno per giorno non sembra molto allettante, ma se così è, che senso hanno l’autoconservazione e la prudenza?
Che cosa si può perdere se non la monotonia?
Che differenza c’è tra il vivere sotto, sopra o sulle righe?
Io non capisco come può appagarti il dormire di notte o l’alzarti di mattino, in fondo se tu non lo facessi nulla cambierebbe.

(Continua)

Un sorriso (Atto unico-parte ottava)

Un uomo

Al contrario di te io sono sposato, come puoi vedere dalla mia vera e quindi posso coltivare soltanto amori impossibili, che poi sono i più fecondi di forti sensazioni; per questo non ha significato conoscere il tuo vero nome o dichiararti il mio, ma è più interessante immaginarti, cercare di capire che storia hai dietro alle spalle ed insinuarmici con la fantasia, pensare che io sarei migliore di colui che ti stringe tra le braccia, di colui che forse ti sta aspettando alla stazione e non saprà mai di questa conversazione, a meno che non gliene parli.
É un peccato però che non provi alcun interesse per me: in un colpo solo avrei salvato la dignità di cavaliere e mi sarei inventato uno di quei sogni impossibili che mi piacciono tanto.
A dire il vero gli avevo già dato corpo, pensando con tristezza e anticipata nostalgia al momento in cui saresti scesa; devo riordinare le mie fantasie e mi dispiace un poco.

Una donna

Tu parti sempre dal presupposto che sia meglio non vivere l’esperienza, e ne costruisci una virtuale, accomodante e priva di rischi.
Io invece considero due tipi di esperienze: quelle che vivo e quelle che non vivo; una terza via è di troppo.
Questa semplice regola mi rende ben consapevole del presente, tranquilla per il passato, fiduciosa e misurata per il futuro.
Così mi apro alla vita, diversamente finirei per chiuderle i battenti in faccia, in attesa di qualcosa che non esiste se non nella mia mente.

Un uomo

La cosa non può esaurirsi così semplicemente, perlomeno non per i sentimenti.
A me non importa tanto possedere la donna che amo, ma avere la certezza che lei vuole possedermi.
È sicuramente una terza strada rispetto a quella da te indicata e non è meno concreta, almeno per me.
Puoi immaginare quanto dolore nasca dalla consapevolezza di non essere più desiderato? Si diventa vecchi prima del tempo e viene in continuazione lo stizzoso desiderio di affrontare l’ingrata di turno a muso duro, di dirle che ci sono altre donne che al suo posto sarebbero felici di vivere con intensità quella storia che per lei non conta più nulla, di aggiungere che la vita è breve e che non si vuol perdere altro tempo inutilmente.
Poi qualcosa ci frena, forse la paura di aver sbagliato a giudicare il nostro amore, ipotesi peraltro assai remota, o di perdere quello che in fondo non abbiamo più o non abbiamo mai avuto, e così proseguiamo ad ingoiare fango nell’assurda speranza che si trasformi in acqua limpida.
Tutto ciò è tremendamente reale, non trovi?


Una donna

E chi ti ha detto che non esiste una terza via?
Semplicemente io ho sempre cercato di evitare quelle situazioni che tu stai descrivendo con tanta partecipazione, quasi ci fossi dentro a capofitto.
Non volevo soffrire più del necessario e soprattutto non intendevo crearmi dei falsi problemi.
Finché è stato acceso il cerino della passione ne ho goduto la fiamma e poi quando si spento, e si è spento davvero come un cerino, l’ho schiacciato perché non potesse più accendersi inavvertitamente; l’ho annientato con la volontà e ho cercato un’altra fiamma soltanto se avevo bisogno di quel calore, cosa che non è avvenuta poi di frequente, anche perché le fiamme chiare e magiche sono rare e nella vita, grazie a Dio, esistono anche altre cose oltre all’innamoramento.

Un sorriso (Atto unico-parte settima)

Vaso di Paestum
Un uomo

Che ti importa conoscere il mio nome? tra pochi minuti scenderai e non ci incontreremo mai più.
Preferisco rispettare il codice della cavalleria e non presentarmi. Del resto mi sono già messo abbastanza a nudo e non ti rimane granché da scoprire…

Una donna

Io non ti ho chiesto il tuo nome, mi sono soltanto presentata. E comunque non dai un’interpretazione un po’ troppo rigida della cavalleria?

Un uomo

Per quel che ne so Dante non ha mai detto a Beatrice: <<Io mi chiamo Durante…tanto piacere…>>,  Petrarca non si è presentato alla sua Laura, Rudel non ha conosciuto la dama di Tripoli di cui si era innamorato unicamente per averne sentito parlare.

Una donna

Non capisco bene il mio rapporto con queste eroine della letteratura… ma comunque non puoi negare che Dante e Beatrice si siano salutati e che il poeta ne abbia ricavato beatitudine e salvezza. Almeno… questo è ciò che insegnano a scuola.
Ma se ritieni opportuno non salutarmi…

Un uomo

Dante e Petrarca scoprirono soltanto un modo nuovo per parlare dell’amore umano in un’età che scopertamente non lo consentiva: Laura e Beatrice, per quanto realmente vissute, sono simboli, figure che affondano la loro esistenza o inesistenza… nei canti dei trovatori provenzali, uomini che credevano in un codice che mirava rigorosamente all’inappagamento.
E sul fatto di salutarti devo rifletterci.
Ci sono diversi tipi di saluto e se ci hai fatto caso noi non ci siamo salutati quando sei entrata nello scompartimento.

Una donna

Certo non ci conoscevamo… ma a dire il vero io ti ho sorriso ed il mio sorriso equivaleva ad un saluto. Tu non mi hai ricambiato, perché mi hai spiegato di non saper più sorridere.

Un uomo

Nemmeno ora ci conosciamo: tu sai praticamente tutto di me, voglio dire, le cose importanti ed intime, mentre io non sono ancora riuscito a capire che tipo sei.
E quanto al codice cavalleresco, io credo di interpretarlo nel modo corretto.
La prima regola della cortesia riguardava la rinuncia all’amore carnale, perché l’appagamento lo  avrebbe sminuito.
La seconda regola atteneva alla discrezione, mai scoprirsi nei propri versi. I poeti antichi non indicavano il loro nome nelle composizioni perché si trattava di un amore extraconiugale.
La terza concerneva appunto la celebrazione di un amore adultero: non ci poteva essere appagamento nell’amore coniugale, poiché la passione per definizione doveva essere d’impossibile realizzazione.
In ultimo valeva la devozione per una donna che era assoluta padrona dell’uomo.

Una donna

Ma io non sono una donna sposata, né ho intenzione di instaurare con te una storia, né di diventare la tua padrona.
Non vorrei che gli esempi che ti ho fatto in precedenza ti avessero portato fuori strada, non era mia intenzione adescarti.

(Continua)

Un sorriso (Atto unico-parte sesta)

La visita

Un uomo

Ma tu hai mai amato qualcuno veramente o hai sempre soppesato le tue energie col bilancino?
Per essere una che si alza di mattino e che va a letto di sera mi sembri davvero complicata.
Mi pare che la precarietà della vita in fondo sia un problema più assillante per te che per me.
Normalmente io mi paralizzo, ma quando si tratta d’amore non sto a pensare a quello che è stato, né mi faccio particolari illusioni.
Anzi, a dirtela tutta, la possibilità di non essere ricambiato mi stimola, mi dà modo di creare un mondo interiore sempre più lucido e dettagliato, nel quale vivo comunque fortissime emozioni.
E poi scrivo e mi innamoro anche delle parole che magari resteranno semplicemente un foglio di carta dimenticato in un angolo di qualche scatola polverosa.
Se penso a tutti gli amori non ricambiati o per i quali non ho avuto il minimo coraggio di farmi avanti, mi viene soltanto una grande nostalgia della vita, della giovinezza in cui sapevo guardare i colori delle cose o forse le cose si coloravano per me più vivamente, fatto sta che tutto mi si accendeva intorno.
Anche allora non riuscivo a gioire di una giornata di sole che mi risultava indifferente, ma la vedevo, la registravo; così capitava anche alle mie notti che sono ben ferme nella memoria ed ormai hanno assunto un valore mitico.

Una donna

Ammetterai comunque che le esperienze che ricordi con maggior piacere sono quelle sfortunate.
Ciò che hai ottenuto di solito non lascia traccia o addirittura si presenta come qualcosa di sgradevole, un’esperienza di cui sei sazio tanto da non voler ricordare.
È questa una delle possibili compensazioni che la natura ci mette a disposizione: quando non realizzi un desiderio la tua corsa rimane uno dei momenti più sublimi della vita stessa, talvolta è tanto elevato che ne provi vergogna; hai usato credo l’aggettivo giusto, tutto diviene mitico ed innalza ad un livello di superiore distacco e compiacimento.
In questo senso è una sorta di rivincita sulla sfortuna, specie nel caso in cui l’amore non fosse effettivamente alla nostra portata.
Gli ottimisti dicono che al mondo non esiste l’impossibile, che con l’ostinazione si può raggiungere qualsiasi obbiettivo, ma non è così: ci sono mete che ci distruggerebbero anzi tempo e allora Qualcosa ci salva e ci porta in seguito a trasportare la nostra esperienza ad un livello talmente elevato che non possa farci del male.
La funzione della memoria non è soltanto, come si crede, quella della conservazione, ma anche della preservazione.

Un uomo

Tu spesso eludi le mie domande e ti lanci in un’analisi che sembra fredda e costruita, quasi io partecipassi ad una seduta di psicoanalisi ed ogni mia frase fosse rilevatrice di un problema da risolvere.
Ma io ci terrei a conoscerti, a capire cosa si nasconde dietro al tuo splendido sorriso.

Una donna

Il mio sorriso ti cattura perché non puoi appropriartene.
Il fascino scaturisce di solito da un desiderio inappagato e inappagabile, da quel qualcosa che sfugge al controllo che noi crediamo di poter avere sulle cose e sulle persone, da una diversità riconosciuta.
Quando sono entrata nello scompartimento tu hai capito subito che ero differente da te, anche se hai creduto di fondare il tuo giudizio soltanto sui miei tratti esteriori, sul fatto che insomma sono una bella ragazza che ti vorresti portare a letto: capita che i luoghi comuni diventino ragionamenti automatici per la mente (o sono forse i ragionamenti automatici a divenire luoghi comuni…).
Le fantasie ci conducono spesso lontano dai nostri veri propositi e gli istinti confondono le acque ancor di più, se possibile.
Ma se mi guardi bene, io non possiedo caratteristiche che non abbiano altre donne e quindi non può ridursi tutto all’istinto a meno di ritenere, ma mi dispiacerebbe arrivare a questa triste conclusione… che tu, in effetti, proveresti le stesse pulsioni per tutte le belle ragazze che si sedessero davanti a te; né si può dire che io sia esteticamente più attraente di molte altre persone.
C’è dell’altro.

Un uomo

Che cosa mi ha colpito allora?

Una donna

In primo luogo che io sia entrata, perché molte altre, un po’ per vergogna, un po’ per diffidenza, avrebbero tirato dritto per cercare uno scompartimento vuoto o più affollato; tu stesso l’avresti fatto a parti invertite, per evitare quei malintesi che in realtà sono già benintesi anticipati da uno sguardo lanciato frettolosamente dal corridoio.
In secondo luogo che io ti abbia rivolto la parola, perché tu non avresti osato e ti saresti torturato tutto il viaggio con il taccuino e con una musica improvvisamente molesta e falsamente coinvolgente.
Ho anticipato i tempi con una richiesta che per quanto ritenessi improbabile tu desideravi; e a dire vero ti sei anche ripreso bene dalla sorpresa, giacché hai iniziato a farmi la corte con quella che presumo sia la tua arma preferita: il tentativo di provocare pena, di mostrarti inferiore alla preda che vuoi catturare nella speranza che ci creda e ti catturi; sistema infallibile da utilizzare contro chi vuol catturare a sua volta, ma non nei miei confronti.
Hai riconosciuto insomma la diversità del mio spirito ancor prima che volessi condividerla con te.
Ecco cosa si nasconde dietro al mio sorriso: il riconoscimento di cui continui a compiacerti.
Quando si dice che ci si innamora dell’amore non si sbaglia: sei rimasto affascinato dalla tua capacità di riconoscermi diversa e quindi, in un certo senso, anche in questo continui ad amare te stesso ed il tuo modo di percepirmi.

Un uomo

E tu perché sei entrata in questo scompartimento? Non hai provato né vergogna, né diffidenza, né ti è importato dei malintesi.
Come hai fatto ad ignorare tutti questi ostacoli che le altre donne non riescono o non vogliono superare?

Una donna

Non ho fatto alcun calcolo in proposito, sono entrata e basta; ciò che ho detto prima voleva essere soltanto una spiegazione del mio fascino per te: nel mio comportamento non c’è stata alcuna intenzionalità e consapevolezza di quello che avrei potuto rappresentare.

L’unica cosa che ho notato è che in questo scompartimento c’era posto; io sono semplice ed ho un approccio essenziale alla vita. Se ti ho deluso mi dispiace, ma le cose stanno così.
Dovresti fare meno calcoli anche tu e avere meno timori e forse ti potrebbero capitare incontri più arricchenti.
Impostare le relazioni interpersonali in base a quel che pensano o potrebbero pensare gli altri, impedisce di prendere qualsiasi decisione ragionevole.
È una continua frustrazione che non può che farci sentire inadeguati. Apriti alla vita… a proposito siamo quasi alla fine del mio viaggio e non ci siamo ancora presentati, io sono…

(Continua)

La letteratura della Francia romanza. (Parte seconda)

Pitture sacre in alta Badia

 

–  S. Re-L. Simoni,  L’invenzione letteraria. Volume primo. Carlo Signorelli editore. Milano. 2001

Lingua francese,”Microsoft® Encarta® Enciclopedia Online 2009 http://it.encarta.msn.com © 1997-2009 Microsoft Corporation. Tutti i diritti riservati.

– R. Luperini – P. Cataldi – L. Marchiani – F. Marchese, La scrittura e l’interpretazione. Dalle origini al manierismo. Volume primo. Palumbo editore. Firenze. 2000.

– AA. VV., La letteratura italiana in Cd-Rom. G. D’Anna editore- La repubblica Edizioni.  Milano. 1999.

– S. Guglielmino – H. Grosser, Il Sistema Letterario. Duecento e Trecento. Giuseppe Principato editore. Milano. 1994

– E. Gioanola, Storia della Letteratura italiana. Dalle origini ai giorni nostri. Librex editore. Milano.1992.

– A. Momigliano, Antologia della letteratura italiana. Volume primo. Dalle origini al Quattrocento. Giuseppe Principato editore. Messina-Milano. 1937.

– M.L. Meneghetti, La nascita delle letterature romanze, in Storia della Letteratura italiana dalle Origini a Dante. Le origini, il Sole24, Milano, 2005.

-Alex R. Falzon, Re Artù in Toscana. Inchiesta sul ciclo arturiano in Toscana dal XII secolo ad oggi, Nuova immagine editrice, 1996

 

Contemporaneamente alle <<Canzoni di geste>> del <<ciclo carolingio>>, nacquero nella Francia settentrionale, i poemi del <<ciclo bretone>>, che, in versi[1], e più spesso in prosa, elaboraro­no le leggende celtiche della Bretagna inglese e francese. Si tratta di un complesso intreccio di antica mitologia celtica e tradizioni successive incentrate sul nucleo storico della resistenza dei Britanni all’invasione anglosassone.

         A seguito di tale invasione alcuni Britanni si stanziarono nell’Armorica (V e VI secolo)[2] e si portarono dietro  la tradizione delle popolazioni delle isole britanniche e dell’Irlanda. Ed in Armorica nacquero dunque da un popolo bilingue[3] i poemi del <<ciclo bretone>>, a cui diede un grande e decisivo contributo Chretien De Troyes[4], vissuto nella seconda metà del XII secolo.

Tali opere sono anche dette della Tavola rotonda o arturiane, perché si ispirano alle vicende dei <<cavalieri erranti>> del mitico re Artù[5], i quali per bandire ogni distinzione gerarchica generatrice di invidie e contrasti, sedevano, quando erano a Corte, intorno ad una tavola rotonda (“nessuno poteva vantarsi di stare seduto più in alto del suo compagno[6]).

         Mentre i cavalieri carolingi lottavano esclusivamente per sentimenti religiosi e patriottici[7] quelli arturiani (Lancillotto, Tristano, Calvano, Percevalle ed altri) si aprivano anche ad ideali meno austeri: la bellezza della donna[8], la gentilezza, la cortesia e talvolta l’avventura per l’avventura[9].

         I cavalieri arturiani vivono in un mondo misterioso nel quale incantesimi e magie vengono spesso affrontati e sciolti, si combatte e si sfidano pericoli soprattutto per acquistare merito presso la donna amata: sono tutte prove[10] che servono al contempo per raggiungere il successo mondano e la perfezione morale.L’ufficio più alto[11] che però i cavalieri assegnano a se stessi è la ricerca del santo Graal, ossia il calice dove avrebbe bevuto Gesù durante l’ultima cena e in cui Giuseppe di Arimatea avrebbe raccolto  il sangue del Cristo crocifisso[12].

         Secondo la tradizione medievale, Giuseppe d’Arimatea[13] trasferì il Graal in Britannia, dove i suoi discendenti lo conservarono per generazioni.

         Al Graal erano attribuite proprietà miracolose, fra cui il potere di fornire cibo a chi era senza peccato e quello di accecare l’impuro di cuore[14] o di rendere muto chi si mostrava irriverente in sua presenza.

         Nelle leggende successive, il Graal divenne oggetto di una ricerca costante, in cui assunse un ruolo fondamentale Sir Galahad, uno dei cavalieri di Re Artù. Molti cavalieri tentarono di ritrovare il calice sacro, ma l’impresa venne portata a termine solo da Bors, Parsifal e Galahad che peraltro non riuscirono a impadronirsene.

         Le composizioni bretoni si distinguono da quelle carolinge per una maggiore articolazione tematica ed una maggiore attenzione alla materia psicologica; esse esprimono un raffinato ideale di vita cortese e cavalleresca.

         Ciò spiega perché non incontrarono grande fortuna tra il popolo (che preferiva le descrizioni guerresche), ma piuttosto negli ambienti raffinati delle Corti, della nobiltà e della borghesia in ascesa.

         Al seguito dei conquistatori normanni i menestrelli e conteurs bretoni diffusero poi ovunque si parlasse francese (in Italia settentrionale, Campania, Puglia e Sicilia)  le proprie tradizioni culturali che ebbero grande e duratura fortuna sino al XVI secolo.

         La prima diffusione su suolo italico fu però orale e se ne trova eco nell’uso dei nomi:  il primo Artusius (Artù) viene citato in un documento padovano del 1114; tra il 1169 e 1170 troviamo in Toscana diverse persone con il nome di Artù e Galvano ed in un documento del 1128 si cita un tal Merlino che viveva a Pistoia nel secolo precedente.

         Il primo documento scritto che accenna al ruolo di Merlino e alla vita fantastica di Artù è stato scritto in latino (Pantheon) da Goffredo di Viterbo tra il 1186 e il 1191.

         Successiva è una lirica elegiaca (Elegia de diversitate fortunae et philosophia consolatione) scritta nel 1193 dal sacerdote toscano Arrigo da Settimello che contiene il primo riferimento a Tristano che in Italia rimarrà l’eroe più popolare.

         Ma anche i poeti siculo-toscani non si esimono dall’utilizzare riferimenti agli eroi del Ciclo: così Guittone d’Arezzo per Lancillotto, Ruggieri Apuliesi per l’intero Ciclo arturiano.

         Nell’ambito della lirica amorosa ricordo Bonagiunta Orbicciani e Chiaro Davanzati accennano a Morgana e ad Isotta. In seguito Folgore da San Giminiano paragonerà in un sonetto alcuni nobili senesi ai cavalieri di Camelot.

         Nel XIII secolo riprende il personaggio di Tristano niente meno che Brunetto Latini nel Tesoretto.

         Dante stesso probabilmente si ispirerà nella rappresentazione delle tre fiere ad un poemetto Detto del Gatto Lupesco che narra dell’incontro tra il menestrello Gatto Lupesco e due cavalieri della Tavola rotonda. 

         Altri riferimenti danteschi si ritrovano nel De Vulgari Eloquentia, nel V e nel XXXII canto dell’Inferno, nel Convivio (IV,XXVIII,7-8).

         Petrarca richiama il ciclo arturiano nel primo e nel terzo dei sei Trionfi.

         Boccaccio prende a prestito l’epopea arturiana in diverse opere: nella novella del Decamerone Alatiel (II,7), nella Teseida, nell’Amorosa visione, nel De casibus e nelle Esposizioni sopra la Comedia.

         Nel XIV secolo viene scritto in francese il primo romanzo arturiano (Compilazione) da Rustichello da Pisa che però si sofferma sulle vicende degli avi di Artù (che sedevano intorno alla “Tavola vecchia”).

         Qualche anno dopo compare il primo romanzo arturiano scritto in italiano: si tratta del Tristano Riccardiano, così chiamato per essere presente nella Biblioteca Riccardiana di Firenze; l’autore è un anonimo della regione umbro-toscana. In tale ultima opera Tristano appare come il più importante cavaliere della Tavola rotonda, cosa che non corrisponde alla storia originale ove Tristano è ricordato principalmente per la storia d’amore con Isotta. In questo Tristano si ha uno dei pochi accenni italiani alla ricerca del Graal. 

         Diversi episodi del Novellino sono dedicati agli eroi arturiani (capitoli 26,45,63, 82) e così i cantari del XIV e XV secolo.

         In merito alla lirica ricordiamo ancora L’intelligenza di Dino Compagni e il Dittamondo di Fazio degli Uberti.        

         Il più originale e maturo romanzo del ciclo arturiano italiano è però stato scritto da un anonimo toscano nel XVI secolo (Il libro della storia della Tavola ritonda, e di messere Tristano e di messere Lancillotto e di molti altri cavalieri): tale opera cerca di mettere insieme i rami più vari della materia.

         Nel Rinascimento italiano il ciclo arturiano vedrà la fusione nei temi e motivi tra ciclo bretone e ciclo carolingio. Tale fusione può farsi risalire all’Entrée di Spagna, ma raggiunse il culmine un secolo dopo con l’Orlando innamorato del Boiardo che ispirò l’Orlando Furioso, massimo capolavoro della letteratura rinascimentale italiana.

Segnalo ancora qui l’Avarchide (pubblicata nel 1570) di Luigi Alamanni che provò a fondere il ciclo arturiano con quello omerico (Artù fu modellato su Agamennone, Lancillotto su Achille e così via): tale opera è importante perché ispirerà la Gerusalemme Liberata del Tasso con cui si chiude, salvi sporadici richiami successivi (in Strozzi, Parini, Leopardi, Berchet, Carducci, Moscrino, Tumiati, Calvino) l’esperienza del ciclo arturiano in Italia.

Carlo Calcagno


[1] Il metro utilizzato è il couplet di octosyllabes non accompagnato dalla musica e destinato quindi alla lettura veloce e non al recitativo.

[2] Ossia nel Nord-Ovest della Francia.

[3] Conoscevano il celtico ed il francese.

[4] Fu poeta tra i primi a usare la rima baciata nelle composizioni d’amore e prese spesso spunto dalla leggenda di re Artù e dei suoi cavalieri. La sua opera poetica, permeata degli ideali della cavalleria e dell’amore cortese, comprende il romanzo cavalleresco Perceval o il racconto del Graal, la prima versione letteraria della leggenda del Santo Graal; Erec ed Enide; Lancillotto o il cavaliere della carretta, dove compare la figura del cavaliere prediletto di Artù e suo rivale in amore. Gli studiosi da sempre tentano di identificare le fonti alle quali Chrétien attinse per le sue opere che furono d’esempio a molti poeti per la forza dell’immaginazione narrativa e la bellezza stilistica. In testi di origine gallese vi sono i primi riferimenti al personaggio del re Artù: il poema Gododdin (600 ca.), alcune storie scritte in latino nel IX e X secolo (nella Historia Britonum della metà del IX secolo dello storico gallese Nennio; negli Annales Cambriae, un manoscritto del X secolo, si cita il 537 come data della sua morte) e i racconti dell’antologia Mabinogion (1100 ca.), in cui compaiono anche la moglie di Artù, Ginevra, e i cavalieri Kay, Bedivere e Gawain. La prima raccolta di narrativa arturiana è la Historia regum Britanniae (1135 ca.) dell’inglese Goffredo di Monmouth. Nell’opera compare anche Merlino, consigliere di Artù, il quale è figlio del re inglese Uther Pendragon; si cita inoltre l’isola di Avalon, dove Artù si reca per guarire dalle ferite riportate nell’ultima battaglia, e si narra dell’infedele Ginevra e della ribellione istigata dal nipote di Artù, Mordred.

Considerato l’iniziatore del romanzo cavalleresco medievale, Chrétien De Troyes fu esaltato da Dante per il contributo dato alla poesia narrativa francese. Fra le altre opere del poeta si annoverano composizioni ad imitazione della poesia di Ovidio e il romanzo in versi Guillaume d’Angleterre, che si ispira alla leggenda di sant’Eustachio. I versi di Chrétien influenzò notevolmente i romanzi arturiani successivi, soprattutto le prime versioni tedesche quali Erec e Iwein, del poeta Hartmann von Aue (XII secolo), e l’epopea Parzival (1210 ca.) di Wolfram von Eschenbach. All’inizio del XIII secolo, anche la storia di Tristano e Isotta entrò a far parte della leggenda di Re Artù.

[5] Artù (VI secolo?), re semileggendario dei britanni, che combatté contro gli invasori anglosassoni. Benché alcuni studiosi lo considerino una figura mitica, è possibile che uno storico Artù abbia condotto la lunga resistenza dei britanni contro gli invasori (ne dà conto anche Boccaccio nel De casu Principum). Secondo la leggenda, Artù era figlio di Uther Pendragon, re di Britannia. Tenuto nascosto durante l’infanzia, fu improvvisamente presentato al popolo come suo re (famoso è l’episodio dell’estrazione di Excalibur operata prima da Artù e poi da Galahad di cui tuttavia troviamo tracce reali non in Inghilterra, ma in Toscana a Chiusdino ove si trova appunto una spada racchiusa all’interno della “rotonda” di Monte Siepi. Secondo il resoconto della madre Dionigia  e su ispirazione dell’Arcangelo Gabriele, S. Galgano conficcò la spada nel terreno per abbandonare la vita di cavaliere ed abbracciare quella spirituale) e si dimostrò un sovrano saggio e coraggioso. Con la regina Ginevra tenne una magnifica corte a Caerleon-upon-Usk (forse la leggendaria Camelot), sul confine meridionale del Galles, dove i britanni mantennero la loro sede più a lungo. Le sue guerre e vittorie si estesero quindi al continente, dove sfidò con successo le forze dell’impero romano, finché non fu richiamato in patria a causa del nipote Mordret, che si era ribellato sottraendogli il regno. Nella battaglia finale di Camlan, nell’Inghilterra sudoccidentale, sia il re sia il traditore caddero trafiggendosi a vicenda, e Artù fu misteriosamente portato alla mitica isola di Avalon, per essere guarito dalla sua ferita.

[6] Così scrive Robert Wace, un monaco normanno, nel Roman De Brut (1155), traduzione ampliata dell’Historia Regum Britanniae di Goffredo di Monmouth. Brut per il suo autore è nipote di Enea ed eroe eponimo del popolo brettone.

[7] Tanto che alcuni critici ritengono che il Ciclo carolingio fosse stato concepito in origine per esaltare le vite dei santi o dei crociati.

[8] La donna di solito è di rango superiore all’uomo, di solito una regina. La relazione è inoltre adultera (v. la vicenda Tristano ed Isotta).

[9] Soprattutto gli elementi della tradizione celtica sono spesso in aperta opposizione ai valori dominanti.

[10] Tali prove sono dette aventure (dal latino adventura = le cose che devono accadere) che in origine e non certo nei miti arturiani indicavano i segni premonitori del giorno del giudizio.

[11] L’idea di una superiore missione viene coltivata soprattutto in ambito cistercense su ispirazione di S. Bernardo; i monaci cercarono di riscrivere e purificare (La Queste del Saint-Graal) il Ciclo arturiano adattandolo al proprio punto di vista nel senso dell’abbandono degli ideali della cavalleria che appesantiscono l’anima e dell’abbandono dell’amor cortese che impedisce la spiritualizzazione dell’amore umano nell’amore di Dio.

[12] Secondo il Vangelo apocrifo di Nicodemo.

[13] Colui che per i Vangeli richiese a Pilato il corpo di Cristo, lo avvolse nel sudario e lo depose nella tomba. nel XII secolo Giuseppe fu collegato al ciclo arturiano come primo custode del Santo Graal; il primo riferimento è presente nel Joseph d’Arimathie di Robert de Boron che esplicitamente identifica il Graal con la coppa ove Gesù aveva bevuto nell’ultima cena e in cui poi Giuseppe avrebbe appunto raccolto il sangue del crocefisso. Secondo quest’opera Gesù, apparso in sogno a Giuseppe carcerato, gli consegna il Graal con la missione di portarlo in Britannia. In opere successive si giunse ad affermare che una volta liberato Giuseppe si recò appunto in Britannia diventandone il primo vescovo.

[14] Lancillotto quando si avvicinò al Graal venne colpito da cecità a causa del suo adulterio con la moglie di Artù, Ginevra.

La letteratura della Francia romanza (Parte prima)

Suonatore in alta Badia

 

–  S. Re-L. Simoni,  L’invenzione letteraria. Volume primo. Carlo Signorelli editore. Milano. 2001

Lingua francese,”Microsoft® Encarta® Enciclopedia Online 2009 http://it.encarta.msn.com © 1997-2009 Microsoft Corporation. Tutti i diritti riservati.

– R. Luperini – P. Cataldi – L. Marchiani – F. Marchese, La scrittura e l’interpretazione. Dalle origini al manierismo. Volume primo. Palumbo editore. Firenze. 2000.

– AA. VV., La letteratura italiana in Cd-Rom. G. D’Anna editore- La repubblica Edizioni.  Milano. 1999.

– S. Guglielmino – H. Grosser, Il Sistema Letterario. Duecento e Trecento. Giuseppe Principato editore. Milano. 1994

– E. Gioanola, Storia della Letteratura italiana. Dalle origini ai giorni nostri. Librex editore. Milano.1992.

– A. Momigliano, Antologia della letteratura italiana. Volume primo. Dalle origini al Quattrocento. Giuseppe Principato editore. Messina-Milano. 1937.

– M.L. Meneghetti, La nascita delle letterature romanze, in Storia della Letteratura italiana dalle Origini a Dante. Le origini, il Sole24, Milano, 2005.

 

Nei secoli XI e XII la cultura e l’arte italiane si esprimono sostanzialmente in lingua latina.

         La Francia appare invece più impegnata a costruirsi una moderna coscienza nazionale e ad elaborare una nuova letteratura in un volgare che trova fondamento nei Giuramenti di Strasburgo (14 febbraio 842) intervenuti tra Carlo il Calvo e Ludovico il Germanico, nipoti di Carlo Magno[1].

         Può essere opportuno soffermarsi su quest’ultima produzione letteraria, poiché è indubbia l’influenza sulla letteratura nostrana quanto a contenuto ed a stile.

         Nell’alto Medioevo le lingue parlate a settentrione e a mezzogiorno della Loira cominciarono ad avere uno sviluppo separato[2].

         Fra l’XI e il XIII secolo si erano ormai stabilite due lingue ben distinte, la langue d’oïl (o francese) del Nord e la langue d’oc (o provenzale) del Sud.

         Dai due idiomi[3], la cui denominazione deriva dalla parola corrispondente al nostro sì, nacquero due letterature distinte per temi e linguaggio: prevalentemente epico-cavalleresca la francese; lirico-amorosa la provenzale.

         Ebbero entrambe grandissima diffusione[4] e la cultura non solo italica, ma dell’intera Europa meridionale fu in gran parte segnata dalla loro influenza.

         La produzione in lingua d’oïl(1000-1200) riguarda in particolare le opere di argomento eroico, raggruppabili in tre cicli: il ciclo carolingio, il ciclo bretone e il ciclo delle leggende classiche.

         Al ciclo carolingio[5] appartengono una serie di “Chanson de geste” (<<Poemi di gesta>>)[6] ossia componimenti in strofe assonanzate o rimate, con lunghezza variabile, che rielaborano in veste letteraria le res gestae (le imprese militari) di alcuni grandi condottieri.

         Le più famose celebrano le imprese di Carlo Magno e dei suoi Paladini o Conti di Palazzo[7]  contro i Saraceni e nello stesso tempo consacrano gli ideali della Cavalleria medievale (ad es. l’amor di patria, la dedizione alla Fede, la difesa dei deboli, la cristianizzazione dei costumi).

         Alle origini della chanson de geste c’è il “passato epico nazionale”, un mondo arcaico che costituisce le basi della storia nazionale, insomma la memoria del popolo che riscatta sé stesso attraverso le avventure gloriose di un uomo diventato modello di vita.

         La rappresentazione non è però “armonica” come nel ciclo bretone[8]: si assiste spesso a contrasti tra sovrani e vassalli e al tentativo dei vassalli di recuperare il favore perduto dei sovrani, o ancora più propriamente a contrasti tra i vassalli detentori di un feudo ed i nobili di corte[9].

         Inoltre mentre la chanson de geste è destinata ad ogni tipo di pubblico che ne apprezza, come è ovvio, diverse sfaccettature e chiavi di lettura, il romanzo del ciclo bretone, così come la lirica, sono destinati ad un pubblico delimitato dai valori della “cortesia” (generosità, lealtà, eleganza dei modi, concezione nuova del rapporto tra i sessi[10]).

         Questi poemi di gesta venivano divulgati da giullari[11] (cantastorie girovaghi [12]= dal latino joculares); il più antico è la Chanson de Roland[13] scritta da un tal Turoldo[14] probabilmente tra il 1095 ed il 1099.

         Alla base della canzone sta un nucleo di verità storica: nel 778 Carlo guida una spedizione militare in Spagna, cinge d’assedio Saragozza e sulla strada del ritorno in una gola dei Pirenei i Baschi (e non i Saraceni come si sostiene nel Poema[15]) gli distruggono la retroguardia[16] nella quale si trova anche Orlando (Roland) <<prefetto del limite britannico>>[17].

         La Chanson de Roland fu fra i primi testi francesi che ebbero diffusione in Italia; prima circolò in originale e poi in vari rifacimenti tra i quali ebbe importanza particolare quello in lingua franco-veneta, perché propiziò il nascere di un’area culturale (di stampo signorile) destinata ad ampio sviluppo; poemi originali furono composti nell’ibrido linguaggio franco-veneto: ricordiamo l’Entrée d’Espagne (<<L’entrata in Spagna>>) di un anonimo padovano, la Prise de Pampelune (<<La presa di Pamplona>>) di un Niccolò di Verona, vissuto nel XIII secolo.

Carlo Calcagno


[1]Anche se il primo testo propriamente letterario sarà la Cantilène de sainte Eulalie (Cantilena di Sant’Eulalia) scritta tra l’881 e l’882. Si tratta di soli 29 versi composti da un monaco di Saint-Amand, presso Valenciennes, per esigenze strettamente liturgiche. L’ispirazione è nettamente agiografica: si tratta della descrizione del martirio della santa, dei miracoli avvenuti e del castigo divino intervenuto sui suoi persecutori. Quest’opera unitamente ad altre (Sancta fides, Boeci, Passion) costituirà il nucleo di riferimento per tutta la letteratura religiosa romanza del XII e XIII secolo.

[2] Ciò è il risultato di un lungo processo. I Celti – primi abitanti della regione che i romani chiamavano Gallia – parlavano la lingua celtica (dalla quale sarebbero derivati l’irlandese, il gallese, il bretone). Dopo la conquista romana della Gallia il celtico a contatto con il latino diede origine ad una forma di latino, usata dalle classi basse e definita lingua vulgaris per contrapposizione al sermo urbanus usato da scrittori e oratori. Prima della fine del IV secolo d.C. in Gallia il latino, per quanto contaminato, aveva completamente sostituito il celtico. Solo alcune parole di pura origine celtica – una cinquantina in tutto – sono passate nel francese moderno.

La lingua vulgaris si stabilì così saldamente in Gallia che le ondate successive di conquistatori appartenenti a tribù germaniche, visigoti, burgundi e franchi, non riuscirono ad imporre il proprio idioma nel paese, ma dovettero adottare la lingua che vi avevano trovato.

Nel francese moderno, circa quattrocento parole sono di origine germanica.

Nella lingua vulgaris entrarono anche termini greci.

Entro il VII secolo la lingua vulgaris era stata ormai assai modificata dalla popolazione; nota come romano o romanico, la lingua era parlata tanto dalle classi superiori quanto dalla gente più comune. Già nel VI secolo i resoconti dei concili ecclesiastici tenuti in Francia venivano trascritti in romanico e nell’VIII secolo Carlo Magno, re dei franchi, emanò un editto con il quale si imponeva al clero di pronunciare i sermoni nella lingua del popolo.

[3] La principale differenza fonetica delle due varietà linguistiche consisteva nel trattamento della vocale a del latino, non accentata e in sillaba aperta: la vocale divenne e nella langue d’oïl ma rimase invariata in provenzale, il principale dialetto della langue d’oc; pertanto, la parola latina mare (“mare”), ad esempio, divenne mer nella langue d’oïl e mar in provenzale. In ciascuna lingua si svilupparono numerosi dialetti. Oltre al provenzale, i principali dialetti della langue d’oc erano il guascone, l’alverniate, il limosino e il bearnese.

[4] A partire dal momento in cui gli ambienti ecclesiastici mutarono opinione circa il mondo cavalleresco rivalutando i potentati locali, cosa che avvenne successivamente all’indebolimento del potere centrale. Senza contare che l’esaltazione delle gesta portava lustro ai monasteri che erano stati edificati nei luoghi della narrazione (stesso processo avverrà in Spagna per il Cantar del mio Cid).

[5] Pensato in sostanza per esortare alla guerra contro gli infedeli, ossia alla crociata.

[6] Circa ottanta componimenti.

[7] Ma anche di re come Pipino, di vassalli come Guglielmo di Tolosa (vassallo di Ludovico che affrontò i Saraceni), Girart de Roussillon (Guglielmo d’Orange) e Uggieri il <<danese>> (il barone Autchario, fratello di Carlo).

[8] Nel quale il sovrano è primus inter pares.

[9] Gano di Maganza (nobile feudale) tradisce Rolando (nobile di corte) perché se così non fosse il conflitto andrebbe avanti: Gano non può permettersi, a differenza di Rolando che non ha beni fondiari da accudire, di stare tanto lontano dalla patria.

[10] La donna in questo contesto è posta su un piano superiore rispetto all’uomo.

[11] La recitazione veniva accompagnata con la melodia di uno strumento musicale. Secondo le testimonianze pervenute i manoscritti usati dai giullari avevano un piccolo formato (cm. 16-17×10-12), pelle di modesta qualità, scrittura poco accurata, testo su una colonna e privo di decorazione. Spesso le assonanze venivano sostituite con le rime, i decasillabi con alessandrini. C’erano redazioni multiple della stessa chanson, ampliate e ridotte: ciò perché l’epopea era destinata ad un pubblico assai eterogeneo.

[12] A seguito dei pellegrini, i giullari frequentavano probabilmente i monasteri ove il ciclo epico veniva coltivato.

[13] È composta da 1042 décasyllabes censurati e assonanzati raccolti in 291 lasse (ossia strofe non regolari: all’epoca i versi nelle lasse potevano andare da tre a mille). A livello stilistico ricalca i poemetti agiografici già citati (Sancta Fides e Boeci). La scelta della lassa significa adozione di uno stile non elevato. A tale conclusione contribuisce lo stile <<formulare>> (ossia della ripetizione di formule ad alto indice di memorabilità per indicare momenti fissi: la vestizione dell’eroe, il combattimento, la preghiera e così via) e l’uso di lasse similari, ossia di versi in cui si rievoca la stessa scena da varie angolature.

 [14] Come si arguisce dal verso finale.

[15] Di Saraceni si parla anche in un precedente breve sunto (Nota emilianense) della storia compilato tra il 1048 ed il 1075 ad opera di un monaco navarrino.

[16] Si tratta della famosa battaglia di Roncisvalle.

[17] L’episodio è narrato dallo storico Eginardo, biografo di Carlo Magno, nella Vita Karoli, scritta nell’826.

Notizie sul trattato “De Tyranno” di Barto­lo da Sassoferrato (Seconda ed ultima parte)

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INDICE DEGLI AUTORI CONSULTATI

 

            F. CALASSO, Bartolo da Sassoferrato, in Dizionario bio­grafico degli italiani, vol. VI, Roma, 1964, pp. 640-669.

            F. CALASSO, Gli ordinamenti giuridici del Rinascimento medie­vale, Giuffré, 1953.

            E. CORTESE, La norma giuridica. Spunti teorici nel dirit­to comune classico, II, Milano, 1964 (< Ius nostrum >, VI, 2) p. 388 e nota 56.

            EMERTON, Humanism and Tiranny. Studies in the Italian Trecen­to, Cambridge (Mass.) 1925, p. 126.

            ERCOLE Il “Tractatus de Tyranno” di Coluccio Salutati, in Da Bartolo all’Althusio. Saggi sulla storia del pensiero pubbli­cistico del Rinascimento italiano, Firenze, 1932, p. 2481.

            D. QUAGLIONI, Il “De Tyranno” di Bartolo da Sassoferra­to (1314-1357), in Politica e Diritto nel trecento italiano, LEO S. OLSCHKI, 1983.

         VANE­CEK La leggenda di Bartolo in Boemia, in Bartolo da Sassoferrato, studi e docu­menti per il IV centena­rio, I, 1962, Giuffré ed., p. 372 e ss.

 

3. Motivi dell’opera. Il Proemio. 

 

 Molti avvenimenti stori­ci[1], che danno vita ad una in­ten­sa polemica in quegli an­ni[2] e più in generale la linea di con­dotta politi­ca del­l’Im­pero che del Papato[3], fanno quasi certa­mente da prosce­nio al De Tyranno.

Tutto ciò si evincerebbe soprat­tutto dal Proemio al De Tyranno che si legge in margine alla colonna 192r del cod. Vaticano latino 10726, di mano del giurista GIOVANNI DI ACCU­MOLI[4].

In tale Proemio, qualora si consideri autentico, si posso­no trova­re la genesi e i fini che il Tractatus si propo­neva: Bartolo lo avrebbe scritto in un momento in cui i suoi trattati erano già conosciuti dagli studenti perugini e con riluttanza, vista la scabrosità del tema e del particolare momento politico che vedeva “la perfidia tirannica espandere le sue forze”; il fine che si prefiggeva non era didattico ma eminentemente politico: “perché tutti quanti abbiano la forza di liberarsi interamente dai nodi del vincolo di quella orren­da perversità, cioè della schiavitù tirannica”; in sostanza avremmo una rievocazione ed invocazione del potere imperiale a difesa delle tradizionali forme di governo della civitas come era accaduto per le Glosse alle Costituzioni pisane di ARRIGO VII (c.d. Costituzioni egidiane)[5].

        

4. Il Tractatus.

 

Il De Tyranno si compone di una invocatio e di dodici quaestiones che si possono raggruppare nel modo seguente[6]: a) etimologia e definizione di tiranno (qq. I e II); b) la tirannide nelle comunità inferiori: vicinia e domus (qq. III e IV); c) la tirannide nella civitas: i suoi caratteri manifesto ed occulto e la loro ulteriore distinzione (q. V); d) le due forme o modi di essere della tirannide flagrante e manifesta: ex defectu titoli ed ex parte exerciti­i, ed il problema degli atti emanati durante tale dominio (qq. VI e VIII, VII e XI); e) le due forme di tirannide mascherata ed occulta, propter titulum e propter defectum tituli (q. XII); f) l’azione contro la tirannide e la condizione del tiranno vicario (qq. IX e X).

Già dalle prime due questioni emerge il carattere oppres­sivo di un governo che non si fondi sul dirit­to (< pro­prie tyrannus dicitur qui in communi re publica non iure principa­tur >) e il suo aspetto duplice di antigiuridici­tà, da una parte per mancanza di titolo giuridico e dall’altra per eser­cizio per­verso del potere acquisito legittimamente; inol­tre a Bartolo preme sottolineare (qq. II, III, IV) che vi può essere tirannide solo laddove si eserciti una giurisdizio­ne[7]; an­co­ra il nostro giurista mette in luce che la principale carat­te­ri­stica del tiranno è quella di affliggere i sudditi (q. II, 103-106)[8].

Dalla prima quaestio veniamo a conoscenza che Il termine tyrannus deriverebbe dalla città  greca di TIRO[9]; nella seconda quaestio trovia­mo l’interpretazione della lettera di un cele­bre passo di GREGORIO MA­GNO[10]ove si definiscono cinque tipi di tiran­ni­de: quella propriamente detta, nella respublica Romano­rum; quella eserci­tata nelle comunità inferiori (provin­cia, civitas, domus); quella che può atteggiarsi nella co­scienza di ciascuno quando si desideri l’altrui oppressione. 

Il tiranno propriamente detto è dunque colui che contro il diritto occupa la dignità e l’ufficio imperiale: contro il diritto, vale a dire illegittimamente e illegalmente, a causa dell’originaria e manifesta mancanza di titolo o del successi­vo venir meno di questo, che consiste nella regolare elezio­ne, approvazione, unzione ed incoronazione secondo le norme con­tentenute nelle decretali Venerabilem e Ad Apostolicae digni­ta­tis; norme che ci indicano (q. II, 71-75) essere esercitata contra ius la potestà imperiale quando il soggetto: a) non è stato elet­to; b) è stato eletto irregolar­mente c) è stato eletto rego­larmen­te ma riprovato dalla Santa Sede; d) è stato eletto regolar­mente, approvato e incoronato, indi privato del titolo e deposto con giusta sentenza a causa dell’uso illegale del potere, per infedeltà alla Chiesa, ratione peccati.

Facendo leva sulla riprovazione di SAMUELE per SAUL (1 Rg 13, 13-14; nella q. II, 76-79) simbolo dell’eser­cizio sfrenato di un potere confe­rito da Dio Bartolo trova un colle­gamento tra imperium e sacerdo­tium nel senso che l’obbe­dienza alla Chiesa sarebbe indispen­sabile per l’imperatore.

Lo stesso schema che vale per l’Imperatore può ripetersi (q. II; 95-100) per il praeses della provincia, con l’ag­giunta del fatto che, se il praeses giunto alla fine del suo mandato impedi­sce l’inse­diamento del successore legittimo, incorre nelle pene previste per i rei di lesa Maestà.

Anche in domo propria (q. II, 103) può manifestarsi la tirannide poiché il paterfamilias esercita una giurisdizione sul coniu­ge, figli e servi (q. IV, 174-175); se tale pater­fami­lias  abusa di tale potestà è assimilato al tyrannus pro­pria­mente detto (q. IV, 178); se perciò costringe metu un membro della famiglia a contrarre un’obbligazione onerosa, essa è nulla di pieno diritto e quindi rescindibile.

La semplice volontà di oppressione degli altri non spet­terebbe per Bartolo al foro civile, ma a quello della coscien­za (q. II, 105-106) perché Bartolo si sforza di dare una valenza giuridica al con­cetto gregoriano di latens nequitia; e proprio in questo sforzo il giurista ammette che vadano puniti anche gli atti prepara­tori del­la instaurazione di un regime tirannico come se il loro autore sia effettivamente pervenuto all’atto sedizioso (q. II, 107-109).

Nella vicinia[11]non può esservi, sempre sulla base di quanto af­fer­mato da GREGORIO MAGNO, tirannia perché essa non sarebbe una entità naturale come la famiglia ove si può esercitare un comando o una giurisdi­zione; si parla qui genericamen­te di <potentes qui alios opprimunt >; gli stessi officiali prepo­sti nella civitas a compiti esat­tivi o di polizia non eserci­tano giurisdizione, ma sono sotto­posti ai reggitori della città; perciò qualora abusino del pur limitato potere conferi­togli non sono detti tiranni ma <poten­tiores ratione officii > e sono puniti <de concussione> senza ricorso ad un superior (q. III, 138-151).

Al contrario può esservi tirannide da parte dell’abate[12] di un monaste­ro a causa di un difetto di titolo (q. IV, 201-202) o a causa dell’eserci­zio tirannico del suo ufficio (q. IV, 203-204).

La quaestio V[13] costituisce il punto di arrivo ove si conden­sa­no i ri­sul­ta­ti e delle precedenti disquisizioni atte a fornire la sub­stan­tia del fenomeno[14] e si creano sulla base della prima­ria distinzione tra tiranno manifesto e tiran­no occulto due nuove sottodistinzioni che danno spunto per una nuova dis­cus­sione: per alcuno Barto­lo cercherebbe, nel suo sforzo dogmati­co, sempre più di dare sostan­za giuridi­ca al passo di GREGORIO MAGNO precedentemente ana­lizzato ove la tirannia acquistava semplice valore mora­le; regnare non iure signi­ficava per GREGORIO regna­re con crudeltà e con oppressio­ne: il gran merito di Bartolo sarebbe proprio quello di dare una valenza giuri­dica a questa es­pressione senza tuttavia disconoscerne il significato etico[15].

Il tiranno apertus et manifestus (q. V, 199)[16] (in nuce tale concet­to come ab­bia­mo già rilevato, è presente nel De Represa­lis) acqui­sta più specificatamente il carat­tere del­l’an­tigiu­ridi­cità (qq. I, II, V) in quanto manchi di titolo (ex defe­ctu tituli; q. V, 201; q. VI)[17].         

Così accadrebbe qualora una città o un castello non abbia il diritto di eleggere il rettore (si pensi ad es. al caso della signoria dei MALATE­STA a RIMINI del 1334) e nonostante ciò alcuno si prenda tale inca­rico (q. VI, 210-213); e anche se tale città abbia il diritto di elezione e possa trasferire la giurisdizione ad alcuno non sarebbe lecito acquistarla con la forza poiché la giurisdi­zione va trasferita voluntarie cioè con il consenso (q. VI, 215-220).

Nel testo del Tractatus si giunge poi all’analisi delle varie forme di acquisto violento del potere (q. VI, 221-250):

Se l’esercito viene condotto contro la città senza un ordine del superior (q. VI, 225-226; v. anche la nota n. 42); o si espugni la città con l’aiuto di combattenti forestieri (q. VI, 227-228); o se con l’aiuto degli uomini della stessa città si faccia tanto clamore e sedizione da farsi eleggere dell’iniquità non potrebbe dubitarsi soltanto perche l’azione fosse sotto gli occhi di molta gente (q. VI, 228-231); se il potere fosse ottenuto attra­verso l’appoggio del “popolino” anche se esso avesse la maggioranza numerica della città, non sarebbe legittimo poiché tale maggioranza sarebbe formata da uomini <viles et abiecte condicionis> che non rappresentano la vera maggioranza della città (q. VI, 236-240); lo stesso dicasi se il potere sia preso con l’appoggio di poche persone in ispecie se la maggio­ranza sia divisa: poiché pochi uniti prevalgono su molti separati (q. VI, 242-244); ancora se con l’aiuto di poche persone si eliminino le persone più importanti della città, perché è scritto che percotendo il pastore il greggie si disperde (q. VI, 245-248).

I problemi dell’eversione cittadina e della violenza pubblica sono centrali anche nella VII quaestio ove si indica quando il tiranno caret titula e il valore dei suoi atti:

Manca di titolo giuridico il dominio del rettore della città qualora egli prolunghi, senza farne mistero, il suo mandato oltre la scadenza stabilita, impedendo l’accesso alla magistratura al suo successore legitti­mo; o qualora, come già detto, la città ove egli venga eletto manchi del privilegio di darsi autonomamente un rettore; o qualora, come si è visto, un atto di violenza o di intimidazione pubblica intervenga a viziare l’elezione. Le ordinanze e gli atti emanati durante tale dominio sono dichiarati nulli secondo la l. Decernimus, C. De sacrosantis ecclesiis (q. VII, 270-278), sia per quel che risulta ordinato in prima persona dal rettore, sia per quello che risulta ordinato dal suo seguito. Eguale sorte spetta a quanto disposto dagli ufficiali eletti dalla città <patiente tiranno>, poiché <nullus actus fit in civitate libere quando est ibi tyrannus, et sic videtur factus ab ipso tyranno> (q. VII, 277-285). Per quel che riguarda i processi, quelli celebrati contro i fuoriusciti (extrinseci) sono nulli di diritto conformemente al disposto della Clemen­tina Pastora­lis Cura (C. 2, Clem., II, 11) per la quale nessuno può essere tenuto a comparire davanti al giudice che sia a lui notoria­mente ostile o in luogo notoriamente nemico (q. VII, 296-300). I processi celebrati contro gli intrinseci sono validi ma solo se si può provare che si sarebbero svolti nello stesso modo se non vi fosse stato a giudicare il tiranno (q. VII, 303-316). Ugualmente sono nulle di diritto le obbligazioni contratte dalla città con lo stesso tiranno, perché come non ha valore la promessa del recluso al suo carceriere, così non ha valore il contratto celebrato tra il popolo e il tiranno <captivatum et quodammodo carceratum>. Tali obbligazioni sarebbero comunque nulle per la l. Quicumque, C. De contracti­bus iudicium (C. 1, 53, 1): se infatti non è valida la donazione fatta al iustus iudex a maggior ragione non può ritenersi valida quella fatta allo iniuste iudicans. Lo stesso può dirsi dei contratti celebrati tra il tiranno ed i singoli a lui soggetti, e nulle sono anche le obbligazioni contratte da tale tiranno a nome della città, quand’anche esse fossero <in favorem civitatis tyrannizate> (q. VII, 330-365).        

Altra forma di tirannide manifesta si ha qualora i modi di esercizio del domina­to (ex parte exercitii; q. V, 201; q. VIII) <non tendunt ad bonum commune, sed ad pro­prium ipsius tiran­ni > (q. VIII, 449-450), ovve­ro si svolgano con abuso di pote­re, preva­lenza del priva­to inte­resse sulla cosa pub­blica.

Gli indizi della tirannide ex parte exercitii (q. VIII, 455-482), secondo la tradizione aristotelica[18] che ispira in parte il nostro giuri­sta, si ridu­cono in Bartolo a due (q. VIII, 540-545)[19]: il mantenimento del­la città nelle lotte di parte (q. VIII, 511-512)[20] e l’immise­ri­mento dei sudditi colpiti <gravamini­bus realibus vel personalibus> (q. VIII, 517-520); se invece il fine dell’azio­ne fosse il bonum commu­ne sarebbero leciti, ovvero avrebbero una iusta causa: la repres­sione delle attività ritenute sedizio­se (q. VIII, 485-490); la proibi­zione di insegnamento di alcune discipline (q. VIII, 494-499)[21]; lo scio­glimento di associa­zioni che si propongo­no di turbare l’ordine pubblico (q. VIII, 501-503), l’isti­tuzione di un regolare servizio di spionaggio interno (q. VIII, 605-610) < ut corrigant delicta et alia quae iniuste fiunt in civitate>; il promovi­mento di una guerra alle condi­zioni che fanno di essa una guerra giusta (q. VIII, 522-525)[22] la costi­tuzione di truppe mercenarie a pro­pria difesa qualora <populus ita esse indomitus et ita perversus >(q. VIII, 526-530).       

Circa la validità degli atti compiuti dal tyrannus ex parte exercitii si rimanda a quanto detto più sopra circa l’altra forma di tiranno manifesto, con l’aggiunta che in tal caso le ordinanze e i contratti non direttamente lesivi del pubblico interesse sono validi finché il tiranno <in dignita­te toleratur >.

Il tiranno velatus et tacitus (q. V, 200; q. XII) acqui­sta in detta­glio il caratte­re antigiuridico in due modi (q. XII, 656-657): 1) qualo­ra eserciti propter titu­lum (q. V, 203) cioè nel caso in cui si eserciti il potere sotto la maschera del ri­spetto delle forme costitu­zionali[23], ma con la sostan­ziale altera­zio­ne di que­ste sia per la durata della carica (se ad es. un podestà riman­ga nel suo ufficio oltre il periodo stabi­lito dallo statuto comuna­le; q. XII, 662-665), sia per la viola­zione dei suoi limiti (ad es. un podestà si arroghi di fare statu­ta al posto del Parlamento); 2) pro­pter defectum tituli (q. V, 204), ossia quando abbia una carica a cui nessun potere è congiunto, e nonostante ciò <viene in tanta potenza, da costringere il governo a fare quello che egli vuole> (q. XII, 696-699)[24].

Carlo Alberto Calcagno

 



    [1] Tali avvenimenti si ritrovano nelle pieghe dell’invocatio e soprattutto della quaestio IX del De Tyranno e così sintentica­mente li ricordia­mo: la discesa di CARLO IV in ITALIA già ricordata (alla nota n. 15) che specie i populares ritenevano essere avvenuta per far cadere il signore di MILANO e delle altre città lombarde e che invece si rivelò essere fatta soltanto per mercanteggiare la propria incorona­zione; la vendita di BOLOGNA al­l’ar­civesco­vo GIOVANNI VI­SCONTI nel 1349 per duecen­tomila fiorini da parte di GIOVANNI e IACOPO della famiglia dei PEPOLI e il conseguen­te fatto della sua non regolare elezione a signore di Bologna nel 1350 in seguito ad una occupazione militare da parte di BERNABÒ VISCONTI appunto per conto di GIOVANNI; l’ambigua politica pontificia in relazio­ne a questa elezione, l’inter­detto e la scomunica ritirati in seguito alla minaccia viscon­tea di attaccare AVIGNONE e so­prattutto al pagamento di cento­mila fiorini; il conferimen­to del vicariato apostolico (1352) allo stesso GIO­VANNI da parte di CLEMENTE VI e il conferimento di quello imperiale da parte di CARLO IV (1354) ai suoi suc­ces­so­ri e nipoti, figli del fra­tello pre­morto STEFANO: MATTEO II (1319-1355), BERNABO’ detto IL FEROCE (1323-1385), e GALE­AZZO (1320-1378), che si sparti­rono le terre sotto al dominato visconte­o e condussero una politica di grande fero­cia; politi­ca che porte­rà dopo la morte di MATTEO II ad un’al­tra sparti­zione con la quale GALE­AZZO II avrà la parte occi­dentale del dominio e BERNABÒ quella orien­tale, e a molte lotte contro una serie di leghe anti-viscontee di ESTE, GONZA­GA, SCALIGERI, CARRARE­SI, MONFER­RATO; l’assurge­re a signori di RIMINI nel 1334 di GALEOTTO e MALATESTA, con il conse­guente scioglimen­to dei due dall’osser­vanza del­l’ordina­mento statuta­rio e soprattutto la mancata richiesta dell’ap­provazio­ne pontificia (sappiamo infatti, F. CALASSO, Gli Ordinamenti giuridici cit., p. 190, che con INNOCENZO III si tolse ai comuni assoggettati al dominato pontificio la libera elezione del podesta e ai primi del ‘300 si arrivò ad un sistema ove la elezione comuna­le aveva il solo valore giuridi­co di proposta e solo dopo la conferma pontifi­cia l’eletto poteva assumere la carica); fatti che porteranno ad una lunga guerra, al conferi­men­to del vica­riato imperiale da parte di LUDOVICO IL BAVARO, all’invio da parte di INNOCENZO VI del legato pontifi­cio, cardinale ALBORNOZ (1353-1357 e 1358-1367) per la restau­razio­ne del potere pontificio, invio che invece si risolse in un patteg­gia­mento, coi tiranni della MARCA (a cui l’ALBORNOZ chiede soltanto un generico atto di sottomissio­ne) fino alla concessio­ne ai MALA­TE­STA (1355) del vicariato apo­sto­lico per RIMINI, FANO (che i MALATESTA avevano occupato nel 1342), PESARO e FOSSOM­BRONE, fatto quest’ultimo che per Bartolo significò l’avvio della < generalizzazione a sistema > del vicariato apostolico; la situa­zione romana dopo la fine del sogno umani­stico, va­gheggiato anche dal PETRARCA, di COLA DI RIENZO di restaura­zio­ne della respublica (1354).

    [2]Tanto che Bartolo stesso non esita a definirli “calami­tosi”.

    [3]In linea generale possiamo dire che a Bartolo (D. QUAGLIONI, op. cit., p. 57) non pare che l’Impero e il Papato svolgano una poli­tica di riforma dei regimi corrotti (nella q. X del De Tyran­no si spiegano le ragioni di tale scelta politica).

    [4]D. QUAGLIONI, op. cit., p. 12.

    [5]D. QUAGLIONI, op. cit., p. 13.

    [6]D. QUAGLIONI, op. cit., p. 39. Nella presente trattazione non verranno comunque analizzate per intero, ma soltanto nei punti più significativi.

    [7]Unica eccezione sarebbe quella in cui vi sia il prepo­tere dei singoli a danno ed impedimento della legittima iuri­sdictio nel territorio della civitas, come nella particolare situazione di ROMA ove vi sarebbero più tiranni locali oppure se il signore di una villa o di un vicus o di un castrum compresi nel comitatus della citta si dichiari ad essa ribelle o contro di essa opponga resistenza, in modo tale che tali delitti possano punirsi soltanto con grave  difficoltà (q. II, 155-165).

    [8]Come sottolinea anche il BELLOMO, in Società e istitu­zioni in Italia dal Medioevo agli inizi dell’età moderna, Giannotta, 1982, p. 317.

    [9]Per l’autorità di UGUCCIONE DA PISA (q. I, 44) di ISIDORO (q. I, 45-46) e forse Bartolo fa anche riferimento alla PATRISTICA, in particolare a SAN GIROLAMO, anche se parla semplicemen­te di interpre­tazioni bibliche (q. I, 45). A sua volta la PATRISTICA avremme mediato questa idea dalla filosofia PLATONICA (F. CALASSO,  Gli Ordinamenti giuridici cit., p. 202).

    [10]Si tratta dei Moralia super job (XII, 38).

    [11]< At in vicinia non consuevit esse rex vel regimen aliquod per modum iurisdictionis, ideo ibi non cadit tyrannus. Vici­nia non regitur per unum, sed per eum totam civita­tem regit >(q. III, 125-128).

    [12]La distinzione di cui appresso nel testo è tratta dal commento di INNOCENZO IV alle Decretali Nihil est quod Eccle­siae e Cum iniuncto; la risposta qui contenuta al quesito circa la vali­dità degli atti emanati dagli indigni promoti alle cariche ecclesiastiche e poi rimossi dal loro ufficio, costituisce tra l’altro il modello della q. VII sulla validità degli atti emanati dal tiranno manifesto ex defectu tituli.

    [13]Bartolo (D. QUAGLIONI, op. cit., p. 44) disquisisce in essa intorno alla tirannide cittadina ma in realtà pone le basi per una definizione gene­rale del feno­meno tirannico. Le distinzioni di cui nel testo trovano fondamento nella fusione della tradi­zione romanistica imperiale (che vedeva l’imperato­re lex animata in terra e legibus solu­tus) di cui Bartolo era il massimo rappresentante, con la tradizione aristotelica-tomista il cui modello era per Barto­lo, GREGORIO MAGNO e inoltre con la sistemazione canonista (v. a questo proposito anche la nota prece­dente); in particolare due canoni Neque enim e Principa­tus che hanno la loro base nel De bono coniuga­li, di AGOSTINO e nell’Epistula XIII di LEONE MAGNO costitui­scono la fonte normativa sia della distinzione espressa nella quaestio V sia di altri passi del Tractatus.

    [14]D. QUAGLIONI, op. cit., p. 44.

    [15] F. CALASSO, Gli Ordinamenti giuridici cit., p. 262. Per l’ERCOLE (Il “Tractatus de Tyranno” di Coluccio Saluta­ti, in Da Bartolo all’Althusio. Saggi sulla storia del pensie­ro pubblicistico del Rinascimento italiano, Firenze, 1932, p. 248) in Bartolo sarebbero presenti due di­stinti con­cetti della tirannide, uno filosofico-morale ed uno schietta­men­te giuridico; il primo sarebbe rappresentato dalla tiranni­de ex parte exercitii (corrispondente alla tradizione da ARISTOTELE in poi e mediata da GREGORIO MAGNO, che vedeva appunto la tirannide come esercizio dannoso alla comunità di un potere comunque acquistato) mentre il secondo sarebbe da inquadrarsi nel tiranno ex defe­ctu tituli (corrispondente alla tradizione fino a PLATONE che vedeva nella tirannia soltanto l’anticostituzio­nalità e l’il­legalità dell’acquisto del pote­re). Ribatte il QUAGLIONI (op. cit., p. 47) che più in genera­le per non iure principatur deve intendersi sia la situazio­ne in cui caret titula sia quella in cui un soggetto sia privato del titolo in seguito all’esercizio tirannico del potere. La concezione morale e quella giuridica sarebbero infatti intrec­ciate anche nel commento di TOMMASO alle Senten­ze di PIETRO LOMBARDI ove la tirannide è vista come inordinato amore del potere, vuoi per l’indebito acquisto vuoi per l’e­sercizio perverso e tale concetto coincide con la distinzione Bartolia­na (che nasce quindi su terreno consolidato) tra tirannide ex defectu tituli ed ex parte exercitii.

    [16]Il quale (F. CALASSO, Gli ordinamenti giuridici cit., p. 263) non avrebbe bisogno di far mistero del suo stato in quanto ha conquistato il potere con la forza o con l’astuzia.  

    [17] Nel tratteggiare questa figura tirannica (come la successiva) Bartolo cerca di punteggiare di riferimenti effet­tuali la sua costruzione giuridi­ca (D. QUAGLIONI, op. cit., p. 50-51) < introducendo una positi­va preoccupazione di “reali­smo” nella cultura giuridico-poli­tica >; di questo “realismo” sono espressioni sia la VII che la VI quaestio, ove si dà una fenomenologia della sovversione delle forme costituzionali della civitas e quindi si lega il De Tyranno alla realtà comunale in modo tangibile.

    [18]Le dieci cautelae tyrannicae del libro V della Politica di ARISTOTELE, consisterebbero per sommi capi nell’uccisione degli uomini potenti della città, nella eliminazione dei sapienti e nella soppressione delle loro opere, nel divieto delle associazioni e congregazioni anche lecite, nell’assolda­mento di molte spie, nella conservazione delle divisioni cittadine, nell’immiserimento dei sudditi, nel provocare guerre ingiuste, nella tutela non dei cittadini ma dei forestieri, nell’adesione ad una fazione cittadina in modo da affliggere l’altra.

    [19] Riduzione derivante dal fatto che la tradizione ari­stotelica che giunge a Bartolo attra­ver­so il De regimine principum di EGIDIO ROMANO, è larga­mente mediata dalla defini­zione gregoriana e dal concetto tomista di iusta causa (così come risulta dalla q. VIII, 453-454).

    [20]E quindi il dispregio per la pace cittadina; < quiex et pax civium > che per Bartolo (q. VIII, 539-540) sono i fini supremi della comunità urbana (V. anche BELLOMO, op. cit., p. 317).

    [21]Non sarebbe però mai lecita la eliminazione dei pru­den­tes (q. VIII, 492-493).

    [22] Mentre nella Roma antica (F. CALASSO, Gli ordinamenti giuridici cit., p. 266) per iustum bellum si indi­ca­va la guerra che veniva indetta conformemente alle regole del dirit­to sacrale, nel medioevo iustum indica una valuta­zione d’or­dine morale, ossia si parla della giustizia della guerra; i giuristi medievali del XII e XIII secolo fanno riferi­mento ad un testo di ERMOGENIANO contenuto nei Digesta ( 1, 1, 5) per cui la guerra sarebbe un istituto dello ius gentium; di conse­guenza si pone non un problema di rispetto delle forme ma di chi è legittimato ad intra­pren­derla; AZZONE lo risolve ammet­tendone la titolarità (salvo il caso di resistenza ad un’ag­gressione) solo in capo ad un potere universa­le ( <a principe vel a populo romano>); questa ideologia come sappiamo (v. anche l’inizio del presente lavoro: nata n. 5 e testo a fron­te) era in stridente contrasto con la realtà dei fatti ed un secolo dopo CINO DA PISTOIA in due passi del Super Digestus vetus ne darà una defi­nizione più elastica e realistica. Egli distinguerà tra bellum illicitum e bellum lici­tum; la prima costituirebbe la regola e la secon­da l’eccezione riconoscibile solo nei casi seguenti: a) in caso di aggressio­ne; b) ovvero quando è previ­sta da una legge scritta; c) o quando è condotta contro i nemici dell’Im­pero d) infine <quando fit in defectu iudicis>. Il giudice in difetto del quale i popoli sarebbero legittimati a scendere in guerra è il supe­rior, cioè l’Impera­tore, come unica potenza sovranazionale capace di dirimere le controver­sie tra i popoli e di conservare tra di essi la pace e il diritto; la guerra lecita di cui parla il Digesto sarebbe per Cino sol­tanto quella < in defectu iudicis >; Bartolo aderi­sce in toto a quello che è stato l’insegnamento del suo mae­stro.

    [23]Come  annota il CALASSO (Gli Ordinamenti giuridici, op. cit., p. 151) già dalle origini, il trapasso alla signoria non è dovuto ad una crisi di legalità; esso si compì con forme legalissime: colui che di fatto  si era impadronito delle leve del potere fu nominato secondo tutte le regole, capitaneus generalis, potestas gene­ralis, dominus generalis. < Proprio quelle forme legali agirono da anestetico sul popolo stanco, che quasi non s’ac­corse lì per lì del trapasso; ma all’occhio del giurista quella genera­litas apparve per quella che era. < Hodie Italia est tota plena tirannis > disse Bartolo da Sasso­ferrato nel suo Tracta­tus de Regimine civita­tis. >.

    [24]F. CALASSO, Gli Ordinamenti giuridici cit., p. 263.

Notizie sul trattato “De Tyranno” di Barto­lo da Sassoferrato (Prima parte)


 Castello di Fenis

1. Introduzione

 

Nella concezione Bartoliana del potere pubblico e quindi del rapporto tra stato e diritto l’Im­pero universale sarebbe custode della pace e del diritto stesso[1] e l’Im­pera­tore  quale executor iustitia­e, avrebbe il dovere di rifor­mare i regimi corrotti[2].

         Tutta la dot­trina politica di Bartolo è tesa a dimostrare questi concetti e ad affermare che fino al momento in cui l’Impero universale ed il suo dominatus rimasero in piedi deter­mi­nati fenomeni anti­giuri­dici non avrebbero potuto veri­ficarsi o comunque vi sarebbe stato posto un fre­no[3]: in par­ti­co­lare il nostro giurista si riferi­sce a feno­me­ni quali la guer­ra, la rappresa­glia e la tiran­nide[4]

         Nel Trecento italiano questa concezione del potere, pur essendo ancora ben vivo nella coscienza giuridica il tradizio­nale concetto di maiestas imperiale, è nei fatti più che mai in crisi[5] a seguito dei <nuovi modi di eserci­zio>[6] del potere stesso da parte delle signorie ita­lia­ne.     

         Conseguentemente si poneva la problematica specie per parte dei populares[7] di parte Guelfa[8] della legittimi­tà e del­la legali­tà dell’esercizio del potere, ossia della conqui­sta arbitraria del potere (tiranni­de ex defectu tituli), e dell’e­sercizio arbi­trario del potere (tirannide ex parte exerciti­i)[9].        

 

2. Sulla composizione dell’opera. La tirannide nei Trattati.

 

         La sovraesposta tematica è oggetto del Tractatus De Tyrannia o Tyran­nidis, ovvero De Tyran­no o De Tyrannis[10], opera giuridico-politica avente quindi natura pratica[11] (v. anche infra) forse composta su commis­sione; e che, menzionata già da BALDO nel commento alla Lex Decerni­mus, C. De Sacrosan­tis Ecclesis (C. 1, 2, 16), appar­tiene al periodo più maturo della produ­zio­ne bartoliana.

         Si tratta di una composizione successiva al Tractatus De Represalis[12], al Tracta­tus Tyberia­dis o De fluminibus[13] ed al suo coevo Tracta­tus De Guelphis et Gebellinis[14], forse con­tem­poranea al De regi­mine civitatis[15] e precedente di poco la composizione delle glosse alle costituzioni pisane di Arrigo VII.

         Il De Tyranno nasce in definitiva[16] nel lasso di tempo tra l’inco­ronazione di CARLO IV di BOEMIA e la morte del nostro giuri­sta[17]; si deve però preli­mi­narmente sottolineare che in altre opere prece­dentemente citate o non, Bartolo aveva tocca­to il proble­ma della tirannide.

         In particolare, sulla natura e i poteri degli organi­smi poli­tici, sopra la loro corruzione, le forme di illegitti­mità e dell’il­legali­tà, resta ampia testimo­nian­za[18]in buona par­te dell’ultima produ­zione barto­liana: già intorno al 1344 o 1346 a commento delle costitu­zioni (richiamate pure nella II e nella VII quaestio del De Tyran­no) Omni innovatione e Decer­ni­mus ut antiquita­tis (C. 1, 2, 6 e 16) il nostro giurista aveva da una parte enunciato la regola generale per cui <<spi­ritualia per saecula­res non deci­duntur >>; dall’altra aveva esteso a tutti gli atti emanati sotto ingiu­sto dominio la prescrizione della nullità, che nella lettera della legge era limitata alle ordinanze del tyrannus universa­lis contrarie ai privilegi ecclesiasti­ci[19].         

         Nel De Represa­lis già si distingue tra il tiranno che acqui­sisce ex sua auctoritate  il potere ed il tiranno appa­rente­mente in possesso di giusto titolo ma eletto con l’inti­midazione e la cui condizione di illegit­timità, può rimanere celata; gli atti compiuti dal tiranno manifesto sarebbero nulli per la l. Decernimus, mentre nella seconda ipotesi di tirannia gli atti sarebbero tollerati per la l. Barbarius.

         Nel De regimine civitatis, abbiamo però il primo tenta­tivo di dare una sistematica trattazione al fenome­no della tirannide: essa è intesa come corruzione del regime monarchico e come conse­guenza della instabilità giuri­dica del governo a popo­lo, poiché tale corruzione avverrebbe di necessità quando si tenti di introdurre il regimen unius nelle realtà politiche ad esso per natura avverse; come vi sarebbe antitesi tra rex e tyran­nus così nella civitas sussisterebbe antinomia tra lo iudex e il tirannus.

         Vengono prese ad esempio le Sacre Scritture: Samuele (8, 11-17) ove si afferma che spiace a Dio che Israele chieda un re, rifiutando per l’avve­nire il governo dei giudici, il governo di Dio stesso; gli italiani che mutino regime rinnove­rebbero in questo senso il peccato del popolo ebraico.

         Per quel che riguar­da i limiti del potere del rex Bartolo fa riferi­mento al Deuterono­mio (17, 16-20): in primo luogo egli deve possedere un giusto titolo nel senso che deve deri­vare ab alio  i suoi poteri, diversa­mente non sarebbe re ma tiran­no (si preannuncia già qui sia quanto previsto nella II q. del De Tyranno sia il tyrannus ex defectu tituli della q. V e VI); in secondo luogo deve possedere qualità politi­che e mora­li, di fedeltà alla chiesa e di moderazione della propria condotta di vita ( bonus et rectus rex antite­si di quello che sarà il tyrannus ex parte exercitii) anche se ciò non riguar­derebbe nelle Scritture la vita pubblica, ma la vita privata del re; e quindi per Bartolo non basterebbe che il re fuggisse da peccati quali la lussuria, la superbia e la cupidigia.

         Per determi­nare il potere pubblico del re si dovrebbe fare riferimen­to ai leges foeudorum e al Digesto; ma siccome nelle Pandette si parla di omnis potestas la situazione sem­brerebbe complicarsi anziché risolversi e quindi sarebbe facilissima la degenera­zione in tirannide[20].

         Nel De Guelphis et Gebellinis si pone in primo luogo il problema della esistenza e della liceità delle fazioni citta­dine e secondariamente della loro resistenza al regime tiran­nico (di cui Bartolo non parlerà nel De Tyranno forse per la sua visione dell’imperatore come riformatore dei regimi cor­rotti); la pars sarebbe legittima in quanto la sua azione sia tesa all’otte­nimento del bene comune e alla sua difesa; diver­samen­te sareb­be illegitti­ma se perse­guisse il proprio interes­se esclusivo o cercasse di deporre con la forza i legittimi signori della città; il tentativo di deposizione (e quindi l’appartenenza alla se­cta) non si configura come sedizioso qualora si voglia abbat­tere un potere tyrannicus et pessimum e sussi­stano l’impos­si­bilità di far ricorso al superior e una iusta causa (in questo caso una ragione di publica utili­tas, poiché il tiranno ha ottenuto il potere strappando­lo con la violenza alla pubblica autorità e non ad un privato: per questa ragione non è lecito ad un privato tentare di abbattere il tiranno per fini personali). Ancora, se la pars deponente avesse inten­zione di instaurare una nuova tirannide, la resi­stenza al tiranno illegit­timo sarebbe essa stessa illecita.

         Nelle Glosse alle costituzione enriciana Qui sint rebel­lis, accenna forse al tirannicidio ed in quelle Ad reprimen­dum afferma che non v’è nessuna iusta causa per la resi­stenza all’Imperatore; si indica in queste ultime anche cosa si debba intendersi per tentativo di ribellione e si tratta della liceità del tirannicidio stesso.                 



    [1]F. CALASSO, Gli ordinamenti giuridici del Rinascimento medievale, Giuffré, 1953, p. 261.Tale concezione deriva a Bartolo anche dagli insegnamenti di CINO DA PISTOIA su cui v. anche la nota n. 42.

    [2]D. QUAGLIONI, Il “De Tyranno” di Bartolo da Sassoferra­to (1314-1357), in Politica e Diritto nel trecento italiano, LEO S. OLSCHKI, 1983, p. 32. Questo dovere di riforma del superior emerge chiaramente dalla q. IX del De Tyranno.

    [3]Dal Tractatus super Constitutio ad Reprimendum: <Hoc patet. nam quum Imperium fuit in statu et tranquillitate: ut tempore Octauiani Augusti. Et cum Imperium fuit prostratum, insurrexerunt dirae tyrannides>.

    [4]F. CALASSO, Gli Ordinamenti giuridici cit., p. 263.

    [5]Consapevole di questa crisi un giurista come BALDO distinguerà quindi tra una potestas de iuri civili che si estende a tutto il mondo e la voluntas principi che si esten­de ai soli sudditi.

    [6]E. CORTESE, La norma giuridica. Spunti teorici nel diritto comune classico, II, Milano, 1964 (<Ius nostrum >, VI, 2) p. 388 e nota 56.

    [7]Poiché il populus come specificherà anche Bartolo (nel De Regimine civitatis e nella quaestio VI del De Tyranno) e le “Arti” si pongono come base e limite alla nascita del sistema signorile e in quanto limite il populus usa infatti lo stesso termine “tirannide” in funzione antisi­gnorile; ma vi è anche da rilevare che da lungo tempo la locuzione stava ad indicare la condizione di perversi­tà (v. infra la conce­zione di GREGORIO MAGNO e prima di lui di ARISTOTELE) di ogni regimen che violi la legge umana e quella divina (di cui la prima è spec­chio se è lex e non legis corru­ptio); tiranno era cioè l’usur­patore del potere civile o religioso, ossia l’impe­ratore eletto in di­scordia e non con­fermato o il pontefice che oltre­passava la potestà conferita­gli o ancora i baroni riotto­si.

    [8] Che aveva il suo centro nelle città di Firenze, Siena e Perugia.

    [9]D. QUAGLIONI, op. cit., p. 8.

    [10]La cui attribuzione a Bartolo deriverebbe oltre alla testimo­nianza di BALDO addotta dal DIPLOVATACCIO anche dal fatto che l’autore del De Tyranno cita come proprio il primo libro del Tractatus Tyberiadis.

    [11]EMERTON, Humanism and Tiranny. Studies in the Italian Trecento, Cambridge (Mass.) 1925, p. 126.

    [12] Opera composta a Parigi il 27 febbraio del 1354 secon­do la Bartoli Vita del DIPLOVATACCIO; il SAVIGNY la attri­buiva invece a GIOVANNI DI LEGNANO. Le brevi notizie circa quest’o­pera e le successive sono enucleate da F. CALASSO, Bartolo da Sassoferrato, in Dizionario biografico degli ita­liani, vol. VI, Roma, 1964, pp. 640-669.

    [13]Trattato che Bartolo avrebbe composto, forse in un breve periodo di vacanza (BELLOMO, op. cit., p. 461), a Peru­gia nel 1355 e che consta di tre libri; il primo reca il titolo di Tractatus de insula e il terzo Tractatus de alveo; per il DIPLOVATACCIO questo trattato sarebbe autentico per communis opinio. Per i rapporti col De Tyranno v. tuttavia l’opinione del CALASSO alla nota n. 16.

    [14]Trattato che è citato da BALDO in due passi diversi del suo Commento al Codex.

    [15]Che fu composto dopo il 1355, se si deve dar peso al fatto che Bartolo vi fa menzione dell’incontro con CARLO IV. Nel­l’ottobre del 1354 infatti CARLO IV di LUSSEMBURGO, eletto re di BOEMIA nel 1346 da parte di cinque elettori come conse­guenza della riu­nione di RENSE del 1338, intraprese il suo viag­gio in Italia, come rileva il VANECEK (La leggenda di Bartolo in Boemia, in Bartolo da Sassoferrato, studi e docu­menti per il IV centena­rio, I, 1962, Giuffré ed., p. 372 e ss.) per riceve­re la sua corona imperiale; il 6 gennaio del 1355 venne inco­ronato a MILANO con la Corona di ferro lombarda e il 6 aprile dello stesso anno, alla domenica di Pasqua, si fece incoronare imperatore dei romani in SAN PIETRO. Durante il viaggio di ritorno CARLO IV si fermò a PISA e subito dopo aver sventato il complotto che qui lo minacciava, ricevette un’ambasciata dalla città di PERUGIA, uno dei comuni più importanti e a lui più fedeli. Nell’occasione dell’udienza concessa ai perugini, CARLO IV accordò a Bartolo una serie di privilegi, che vennero inclusi in due diplomi in data 18 e 19 maggio 1355. Per l’im­peratore l’incontro con Bartolo fu di lieve importanza ma così non si può dire per Bartolo per cui significò il più alto riconoscimento che ebbe in vita sua; e ciò è testimoniato appunto da molti passi delle sue opere posteriori.

    [16]Secondo il CALASSO, Bartolo da Sassoferrato cit., p. 665, il Tractatus dovrebbe nascere nell’intervallo di tempo che seguì alla stesura del De verborum expositio e precedette quella del De alveo.

    [17]Per alcuno avvenuta il 10 o il 12 luglio del 1357; per altri nel 1355 e per altri ancora nel 1359 (F. CALASSO, Barto­lo da Sassoferrato cit., p. 643).

    [18]D. QUAGLIO­NI, op. cit., p. 15 e ss.

    [19]BALDO parlò a questo riferimento di profezia perché nel 1346, come abbiamo visto anche alla nota n. 15 CARLO IV fu eletto come iustus dominus mentre nel 1347 furono di­chiarati nulli gli atti di LUDOVICO IL BAVARO per difetto di giurisdi­zione.

    [20]Del resto (F. CALASSO, Gli Ordinamenti giuridici cit., p. 244 e ss.) come sappiamo, tra il XII e il XIII secolo si era fatto strada il principio: <Rex superiorem non recogno­scens in regno suo est imperator> ovvero si sosteneva, pur riconoscendo il ruolo paradigmatico dei poteri dell’Imperato­re, che il re che non rico­nosce altro potere sopra di sé, ha, nell’ambito del proprio regno, gli stessi poteri che ha l’im­peratore su tutto l’impe­ro. I prece­denti di questo principio che avrà grande fortuna sino al diciassettesimo secolo si ritrovano: in una Glossa (seconda metà del XII secolo) alla Summa di STEFANO TORNACENSE del Decreto di GRAZIANO, ove si trova la definizione di costi­tuzione come di un editto che l’imperatore o il re posso­no emanare in regno suo; sempre che non si ritenga che la parola rex sia usata in senso atecni­co; in un Decretale di INNOCENZO III del 1202 ove è presente appun­to la frase <<rex superiorem non recognoscens in regno suo est imperator>>, per cui si diffuse in Francia, forse frain­ten­tendendo l’opinione del Pontefice, che il re non dipendesse da nessuno tranne che da Dio e da se stesso; in una Glossa (1208) ad un Decre­tale di ALESSANDRO III ove ALANO un glossa­tore canoni­sta afferma che il potere del­l’Impe­ratore deriva da quello del Pontefice e lo stesso vale per i sudditi dell’Impe­ratore (non basta l’elezio­ne da parte dei principi, principio che invece verrà sancito nel 1356 da CARLO IV con la Bolla D’oro) poiché <<Unusquisque enim tantum iuris habet in regno suo quantum imperator in imperio>>; altro rife­rimento ci per­viene da AZZONE che disputando una quaestio su chi aveva il potere di delega feudale in una argo­mentazione a favore del dominus rex stabi­lisce:<<Ita quili­bet (rex) hodie videtur eandem potestatem habere in terra sua, quam imperator, ergo potuit facere quod sibi placet>>; nello Specu­lum iudi­ciale, di GUGLIELMO DURANTE (sec. metà del sec. XIII) è già presente il con­cetto dell’assimilazione del Re di Francia all’Imperato­re; in una Glossa (sec. metà del sec. XIII) di MARINO DI CARA­MANICO al liber Augusta­lis di FEDERICO II dove già si assume che il Re di Sicilia non è assog­get­tato all’Im­pe­ratore.