Dido/All’ospite lontano


Dido

Nel giardino delle Esperidi
ti avrei condotto a lungo
più facile per me risalire
la corrente, magia inutile.
Subito riconobbi Amore
ma aveva gli occhi tuoi
Nume accarezzato in preghiera
nella notte golosa e profumata.
Bruciò la morte solo
un sogno, ma feci
in tempo ad esistere.

fuoco ardente
All’ospite lontano

Fuori di me guardo
prepotenti i segni dell’antica
fiamma
ora indicibili.
Lontano tu bevi dal mare
questo fuoco
che invendicato uccide
chi coraggio ebbe
di morire
non di perdonare.
Fuori di me io guardo
infelice la mia follia
e quel che resta di una vita
che ingrato hai tradito
non riconosciuta.

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Pubblicato da

tieniinmanolaluce

Sono attualmente avvocato, mediatore civile e commerciale, formatore di mediatori e mediatore familiare socio Aimef. Per undici anni sono stato docente di letteratura italiana e storia antica al liceo classico. Sono accademico dell'Accademia Internazionale di Arte Moderna. Scrivo da sempre senza privilegiare un genere in particolare. Ho pubblicato diversi libri anche in materie tecniche. Tra quelli letterari ricordo da ultimo: Un giardino perfetto, Poesie 2012-2016, Carta e Penna Editore, novembre 2016. La condizione degli Ebrei dai Cesari ai Savoia, Carta e Penna Editore, aprile 2017 La confessione, Dramma in quattro atti, Carta e Penna Editore, aprile 2017 Ho iniziato questo blog nel febbraio del 2006 e mi ha dato grandi soddisfazioni. Spero continuino anche su questa piattaforma. Tutto ciò dipende fondamentalmente dalla interazione con tutti voi, cari lettori.

34 pensieri su “Dido/All’ospite lontano”

  1. Folle, fuori di sè, dissociata, forse ancora con un briciolo di raziocinio, Didone negli ultimi istanti guarda ciò che resta della sua misera vita e decide:questo è davvero terribile, l’aver immortalato in un istante il lucido moto di follia che dalla ratio ti fa passare al suicidio, come Aiace che per sfuggire a un’onta sceglie l’oblio piuttosto che la vergogna a vita. Laura

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  2. invendicata:nessuno alzerà un dito contro il colpevole di una morte innocente:Didone muore così, con la volontà di scendere nel regno dell’Ade perchè non accettata in quanto donna, in quanto moglie da un ospite che le ha dimostrato ingratitudine ed irriconoscenza…lei non può sostenere tutto ciò, è come un’eroina omerica, un Achille, che si ritira dalla scena, dalla guerra per un oltraggio subito! fabio

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  3. il fuoco non è più il fuoco sacro della passione, ma è il fuoco del rogo, la metafora della morte stessa stessa di Didone, lei distrutta dall’amore e dal fuoco a un tempo stesso. Gabriella

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  4. non così, non così la pensa la seconda Didone, quando fuori si sè contempla ciò che l’animo suo le detta ed il furor si impossessa della sua mente:razionale, questa Didone, di una razionalità folle, come Medea. Antonietta

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  5. Ma al tempo stesso riconosce pure i segni prepotenti di una fiamma antica, indicibili: la fiamma che si accese per Sicheo e che ora non sarebbe più consona a una vedova…ma al cuor non si comanda e la regina cede, nonostante tutte le sue reticenze, ad una passione funesta e non gradita agli dei. Nicolò

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  6. questa è la grande lezione che apprende Didone sul rogo: più forte dell’amore è il Fato, il volere degli dei, un volere imperscrutabile, inaccettabile per Didone, accettabile per Enea in quanto pius. Barbara

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  7. abbiamo poi preso in esame l’inutile magia, una magia che ricorda quella propria di Medea (come si accennava nei giorni scorsi), una magia che però nulla può contro il Fato. Laura

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  8. la grande, grandissima infelicità di Didone risiede a parer mio non nella consapevolezza di essere stata tradita e di esser venuta meno ai suoi doveri di sovrana, quanto alla sua incapacità di perdonare. Se avesse compreso, se avesse accettato e se pur nella non-accettazione, se avesse perdonato quelll’abbandono non avrebbe scelto la morte, non avrebbe scelto la negazione, non si sarebbe abbandonata al dolore, ma avrebbe trovato ragione di vita nel perdono stesso. Certo questa è un’interpretazione più in chiave cristiana, impensabile per Virgilio, ma il bello di questa pagina sta proprio nelle cento possibili varianti del mito che un autore può proporre ai suoi lettori. Muore, Didone, nella prima lirica, probabilmente serena perchè ha perdonato. Muore Didone, nella seconda lirica, con un astio che la porta solo alla follia, all’infelice follia di chi nega se stessa perchè non è stata capace di veder affermato il proprio amore:e a ben pensarci è davvero terribile!

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  9. E vi farei notare come in variatio Virgilio in modo catartico fa dire a Didone “Felice, fin troppo felice se le navi dei troiani non avessero toccato le nostre rive”, la nostra Dido rivisitata invece si dichiara infelice, un’infelice che come tale guarda la sua follia e altro scampo non ha se non la morte!

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  10. Potremmo dire che la colpa di Didone consiste nell’opporsi al Fato:da una parte c’è una donna innamorata, travolta dalla passione, che vorrebbe portare l’eroe fin nel giardino delle Esperidi, la donna fuori di sè per la passione di una fiamma che sconvolge la mente, dall’altra c’è una legge superiore che necassariamente deve compiersi.
    Enrica F.

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  11. lA COSA CHE COLPISCE DI dIDONE è CHE GLI EROI TRAGICI SPESSO SI MACCHIANO DI UNA COLPA, SPESSO INCONSAPEVOLMENTE, ED è QUESTO A RENDERLI MAGGIORMENTE TRAGICI. RAFFAELLA

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  12. fuori di sè minaccia Enea, giura odio eterno ai Romani, parla di un vendicatore…ma rientra in sè e qui si accorge che chi è invendicato è il suo orgoglio ferito, il suo amore che non è stato riconosciuto come tale. bARBARA

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  13. Didone si è concessa ad Enea, si è fidata dell’ospite straniero, ammaliata dalla sua immagine di uomo devoto che reca con sè i Penati e porta sulle spalle il padre…ora l’ospite è lontano e Didone non può che scagliare ira su di lui e desiderio di vendetta. Enrico

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  14. Didone non concepisce in primo luogo come l’ospitalità dei Cartaginesi sia stata ricambiata con una tale scortesia, da meritare una giusta punizione. Edoardo

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  15. siamo all’ultimo atto della tragedia di Didone: l’eroina protagonista agisce in veste di donna tradita e di regina oltraggiata. E’ la regina a sentirsi offesa quando constata la partenza notturna dei Troiani. Elisa

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  16. ci è parso di vedere in questa pagina una Didone da una parte rassegnata e al tempo stessa senza rimpianti ed una Didone che invece prende consapevolezza della sua follia, come se guardasse se stessa dal di fuori. Francesca

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  17. tutto giocato sul riconoscersi e non riconoscere questo post, Didone che in Enea riconosce l’amore ed i segni dell’antica fiamma, Enea che non riconosce la follia di Didone e la sua dedizione all’eroe, non riconosce il dono dell’ospitalità offerta…Didone che vorrebbe e non può…Enea che potrebbe e non deve…i paradossi della vita! Quanto mai attuali queste rivisitazioni!

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  18. una Didone pacata, dolce, quasi serena, la prima. Una Didone dilaniata, dissociata, frammentata, la seconda. Nella prima c’è un fuoco che scalda, nella seconda un fuoco che brucia. Più vitale la prima, più attaccata alla vita la prima, più determinata a morire la seconda.
    Forse Virgilio ha avuto questo grande pregio:lasciare un ritratto di Didone che potesse in seguito essere rielaborato – alludo ad esempio ad Ungaretti – che potesse ancora essere ritoccato, reinterpretato, quasi riaggiornato e rivissuto nell’epoca attuale. A carlo e a Giulia il merito di essersi cimentati in questa impresa, dando ancora un volto nuovo a una donna-eroina che riesce a suscitare ancora un’emozione in fondo al nostro animo.

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  19. non so se la Didone virgialina pensasse davvero che la morte avesse bruciato solo un sogno:il fuoco per lei significava cancellare tutto il suo negotium venuto meno, tutto il suo ruolo di regina dimenticato a favore di un profumo goloso che le aveva catturato i sensi.
    La morte come att di disperazione, morte come non ritorno, come oblio per dimenticare una sofferenza subita e immeritata, per dimenticare un errore commesso e imperdonabile:Didone in primis non perdona se stessa, poi non è capace di perdonare Enea, ma soprattutto a parer mio riconosce a se stessa la colpa di non aver saputo agire con saggezza. Da una parte un sogno, dall’altra la colpa. E la medaglia ha due facce di colore contrastante!

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  20. solo una breve riflessione sul fuoco della passione, su quell’impeto che divampa e contro il quale nulla è possibile, nessuna ratio, non c’è ruolo che tenga, si soggiace inermi alla fiamma che brucia, fuoco sacro che divora la pars costruens lasciando spazio immenso a quella destruens…Didone guarda tutto ciò, da una parte si compiace di aver capito che cos’è la vita, fosse anche solo questa un labile sogno, dall’altra constata che la vita è solo lucida follia, lei che infelice, non ha avuto il dono di sentirsi accolta da quell’Amore riconosciuto.

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  21. è un dialogo questo post:Didone parla ad Enea, nella prima come nella seconda lirica. Riconosce Didone Amore,riconosce i segni dell’antica fiamma, che sono però ora indicibili, gridano allo scandalo:segni riconosciuti con Sicheo ma che ora non si addicono più ad una vedova, segni che si dovrebbero tener lontani, ma omnia vicit amor! La Didone della prima lirica è comunque appagata di una passione vissuta, la Didone della seconda lirica no! Ella contempla una follia, una infelicità che è paradigmatica di un’intera vita, come di un fallimento immeritato.

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  22. Didone rimane uno dei personaggi più tragici e persuasivi della letteratura classica. Il tema della donna che viene abbandonata dall’uomo al quale, anche a prezzo di grandi rinunce, ha offerto amore, solidarietà e aiuto, non è certo nuovo nel repertorio della tradizione classica: Arianna, Deianira, medea, Deidamia ne sono un esempio. Tuttavia, se le vicende di didone ricordano da vicino quelle di altre eroine tragiche, certamente note a Virgilio, il suo dramma è unico perchè unica la sua personalità, fatta di coraggio e fragilità, innocenza e passione, generosa dedizione e risentita fierezza. Direi che questi vostri versi, nella loro diversità e complementarietà, mettono per l’appunto in luce questa dicotomia insita nel personaggio di Didone. Sono versi bellissimi, incisivi, tragici:pennellate rapide, nervose, per tracciare un profilo netto nella sua singolarità.

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  23. mi soffermo sulla premessa che è sottesa a questo post: premessa di tipo psicologico soprattutto che si può riassumere nelle parole rivolte dalla reginadi Cartagine ai profughi troiani:”Una sorte simile alla vostra volle che anch’io, travolta da mille affanni, infine mi fermassi in questa terra” La comunanza del destino, l’esperienza del dolore, la perdita di persone care, la gioia di incontrare un famoso eroe, il bisogno di condividere con qualcuno la solitudine in cui vive:questi soo motivi sufficienti per giustificare l’attrazione che la regina prova per Enea. Questa è la premessa sottesa a questo post. Queste due liriche vanno oltre, oltre un incipit che si è già sviluppato ed è giunto all’epilogo, un epilogo drammatico ma che ancora oggi affascina i lettori.

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  24. due volti della stessa Didone: il primo un po’ deluso, parla per condizionali, è tutto un periodare dell’imposibilità il suo, un sogno che ha vissuto e che è valso la pena sognare, a costo della morte.
    Il secondo volto è un doppio volto, una sorta di Giano bifronte, una Didone che prende coscienza con lucidità del suo ruolo che è venuto meno, una Didone che ancora cova dentro di sè rabbia in primis verso se stessa, per quell’ingratitudine che le è stata mossa contro…ricorda molto la Medea euripidea.

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  25. carissimi, ci troviamo ancora una volta dinanzi ad un mito rivisitato e per nulla corretto, chè l’idea di fondo di Virgilio viene rispettata e sottolineata in più versi. Ottimo pane per i denti degli studenti che afollano questo blog. Dico solo due cose, due impressioni: la prima è riferita a quell’Enea innamorato, che malgrado il fato avverso constata che è valsa la pena vivere solo per sognare di essere accanto a Didone, solo per aver condiviso quelle ore insieme a lei. E’ un Enea che sottostà ai numi, prende in buono della vita..usa il condizionale…si accontenta.
    La seconda riflessione riguarda Didone, una Didone sdoppiata, che si vede vivere, una Didone novecentesca che non a caso “è fuori di sè” e lucidamete, fuori di sè, osseva critica la sua follia, la follia non del suicidio, ma dell’essersi innamorata di chi crede ingrato, di chi ha forse la sola colpa di non essere stata capace di perdonare.
    Beh…tutto ciò è sublime!
    Nicola p.

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