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Sognatori inermi/Nèkuia


Sognatori inermi

 

Non servono note alla luna

per danzare con il vento

né a me parole novelle

che tornino alla sorgente.

Invano cerco ormai le ombre

inutili che scrutano il destino:

resterà muto l’esanime Tiresia

ed io senza l’illusione di un viaggio.

Così  Moira decise la giusta vendetta

per i sognatori inermi della natura.

 

cirro colorato

 

Nèkuia

 

Oltre la vita

muore il mio abbraccio,

si spegne il sole

e tu, madre,

danzi come nuvola

funambola

assetata di respiro.

Infinito è il varco

tra me e la tua ombra,

non c’è sillaba

che dentro possa dondolarsi

ma rimane piegata

distorta dalla

immortale morte

perché noi uomini

siamo solo silenzio

e mute note.

Oltre la vita

oscura ti avvicini, madre,

e simile a un sogno

io, ora,

non ti vedo più

 

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  1. il suo è un viaggio che parte dall’istinto e dalla non-conoscenza per giungere poi alla verità e alla salvezza:la differenza coi modelli classici è quindi grandissima! Lucia

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  2. Il viaggio di Dante ha un significato allegorico e rappresenta l’itinerario che l’uomo deve percorrere per fuggire alle passioni terrene ed arrivare all’illuminazione delle libertà morali e della fede. Carlo

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  3. Dante parte infatti dal presupposto che un certo punto della sua vita egli s’accorge di essere in un inaccettabile smarrimento spirituale:ha bisogno dunque di un viaggio, metaforico anche questo, come quello di Enea, per ritrovare la retta via smarrita. Paola

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  4. Certo i presupposti dellopera di Dante e le finalità sono diverse, ma in effetti sarebbe mancato un tassello a questa pagina se avesimo dimenticato il Poeta. Annalisa

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  5. e non dimentichiamo Dante e la Commedia: il Poeta, sulla scia di Omero e Virgilio, immagina di fare lui stesso un viaggio nei regni ultraterreni proprio con la finalità di raggiungere la redenzione dei suoi peccati!

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  6. Lo scopo della visita agli inferi è infatti per Enea diverso da quello che era per Odisseo: egli deve avere una visione più precisa del bene e del male, una coscienza più intima di sè e degli altri. Matteo

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  7. Gli incontri che Enea fa sono tutti mirati a suscitare emozioni nell’eroe, provocano in lui echi profondi e sono a loro modo delle prove da superare. Filippo

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  8. Enea al contrario compie un vero e proprio viaggio nell’oltretomba, scende nelle profondità del regno di Dite sperimentando paura, orrore, pianto e sensi di colpa.
    Valentina

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  9. Una differenza di fondo però separa l’Odissea dall’Eneide ed è il significato che la conoscenza dell’aldilà assume per l’eroe protagonista. Ricordo infatti ai ragazzi che Odisseo non compie un vero e proprio viaggio agli inferi, ma si limita a evocare le ombre dei defunti, richiamate – assetate – dai liquidi (sangue, vino, acqua e latte) sacrificale.
    Enrica F.

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  10. Non c’è nella concezione omerica premio o castigo, ma rimane solo la sofferenza di non essere più in vita:Achille dice giustamente a Odisseo che preferirebbe di gran lunga essere servo sulla terra piuttosto che eroe defunto. Adele

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  11. Osserviamo innanzitutto la diversa concezione dell’aldilà espressa dai due poeti:per Omero l’oltretomba è uno spazio indifferenziato e invaso dall’oscurità, nel quale trovano collocazione le ombre dei defunti, indipendentemente dalle azioni buone o cattive commesse in terra. Pietro

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  12. potremmo dire che il libro VI dell’Eneide corrisponde all’XI dell’Odissea e ci sembra naturale e scontato che Virgilio tenga in considerazione Omero come modello, anche se -vedremo-se ne discosta. Elena

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  13. forse chiedo troppo ma sarebbe davvero un bel completare questa pagina se i ragazzi si esprimessero sulle differenze tra il racconto omerico e quello virgiliano della katabasis, per rendere maggioimente omaggio alle liriche di Carlo e Giulia!

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  14. essa viene identificata anche con il termine “eidolon”, che indica il “doppio” invisibile del corpo che continua a sopravvivere dopo la morte. Andrea

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  15. fuggita dal corpo di chi muore la psykè si aggira nelle dimore sotterranee di Ade come un’ombra e talvolta torna tra i viventi come fantasma o per visitare i dormienti sotto forma di sogno. Paola

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  16. Nei versi di Omero la psykè è qualcosa di diverso:è la vita che non ha coscienza di esserlo, è un principio di natura materiale identificato come un alito di vapore o un fiotto di sangue che sgorga da una ferita e fugge via dal corpo di un moribondo.

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  17. Praticamente essa è un piccolo universo autonomo entro il quale si compie la vera vita dell’individuo e si sviluppa il suo quotidiano dramma di vivere.

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  18. oggi splinder è birichino!!!
    Spero che venga pubblicato questo mio intervento.
    Volevo insistere sul fatto che nè Carlo nè Giulia parlano di “anima”, ed infatti nel mondo omerico essa in quanto psykè non è contemplata. Solo in uno stadio più maturo del pensiero greco si parla di anima, cioè quel principio invisibile e spirituale che governa il nostro io. Solo nel V secolo quest’idea cominciò a diffondersi in alcuni ambienti intellettuali e l’anima venne poco per volta considerata come il centro della vita spirituale dell’uomo, e solo dell’uomo tra tutti i viventi.

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  19. Il respiro della seconda lirica è inteso omericamente come qualcosa che si può mangiare e ingoiare in perfetta analogia con cibo e bevande. E’ inoltre sicuramente da mettere in relazione con la coscienza e gli stati d’animo che la attraversano: il respiro infatti si blocca, si spezza, eccelera, si fa affannoso e questa sintomatologia va considerata come una manifestazione fisica dll’angoscia e della paura, della prostrazione fisica che precede la morte.

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  20. Ci pare interessante proprio per chiarire quel termine “spirito” che è stato scelto, ricordare le parole di Circe a Odisseo e ai suoi compagni: “orsù prendete del cibo e bevete vino, per riprendere di nuovo lo thumòs nel petto…” La mancanza di thumò rende infatti gli uomini secchi, privi di umidità, quell’umidità prodotta dal respiro. Stefania

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  21. questo thumòs è però anche qualcosa che va tenuto a freno: trascina spesso l’uomo a compiere azioni secondo l’istinto e quindi va tenuto sotto controllo per permettere di fare una vita normale di relazione. Paolo

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  22. C’è inoltre in omero uno “spirito”, come si dice nella seconda lirica, uno thumòs, una forza che spinge ad agire e suscita emozioni. Annalisa

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  23. nella lingua omerica infatti non esiste neppure la parola che designa il corpo ma si parla di ginocchia, diaframma, testa e mani. il soma è il cadavere, privo di vita e di movimento. Alberto

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  24. Nella concezione omerica l’uomo è un insieme di membra che agiscono, un cuore che palpita nel petto e un insieme di impulsi spesso contrastanti grazie ai quali agisce. Laura

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  25. aggiungerei questo all’intervento di Emilio: all’orogine della civiltà greca non solo manca la parola per designare l’anima nel suo complesso, ma non esiste neppure una sede precisa dalla quale si credeva scaturissero le mANIFESTAZIONI DELLO SPIRITO: l’uomo descritto da Omero è un campo aperto di energie che si estendono senza limiti di tempo e spazio, un campo su cui operano forze esterne come ira, passione, follia, amore e aggressività nello stesso modo in cui le nuvole passano in un tratto di cielo.

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  26. ho pensato di lanciare un amo per i ragazzi: sarebbe interessante partire da un verso in particolare, “assetata di respiro”, che poi è soffio vitale, per confrontarsi su che cosa era l’anima, la psykè, nei poemi omerici. La psykè in Omero è quel soffio vitale che si manifesta quando abbandona l’anima di un moribondo:”la psykè volò via dalle membra e scese nell’Ade, piangendo il suo destino, lasciando la giovinezza e il vigore” Così si diceva di Patroclo mentre moriva. La parola psykè quindi alle origini della cultura greca aveva tutt’altro significato di quello attuale, è diverso persino dall’uso che ne fa Platone. Essa designava proprio il “respiro”, ciò che ci caratterizza in vita!

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  27. infinito è il varco tra me e la tua ombra…infinito, ma non eterno, ci ricongiungiremo un giorno ed ha ragione Paolo a dire che questa è una consolazione…oltre la vita c’è la pace, la gioia vera, oltre la vita non servono note alla luna per danzare col vento, perchè la musica pervade ogni cosa, ogni anima, forse ogni ombra, chissà…per quanto questo post sia pervaso ed intriso di mito devo però riconoscere che è stato magistralmente attualizzato. Complimenti!

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  28. …scusate…dicevo, rimane la consolazione che la morte è immortale e toccherà a tutti, tutti ci si ritroverà un giorno e ci saranno ancora parole, ci sarà solo luce e un lungo infinito eterno abbraccio col Padre.
    Grazie per queste due bellissime liriche e per quel cielo di pace con cui avete rappresentato il mondo dei morti.
    Paolo (feboapollo)

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  29. la prima lirica ha un bell’incipit, molto musicale, molto d’effetto, bella è quella luna che danza col vento senza aver bisogno di musica, senza aver bisogno di parole parliamo con le anime di chi ci ha lasciato e senza loro davvero il viaggio sembra non avere una meta, uno scopo. E’ una situazione che ben conosco. Purtroppo.
    E com’è altrettanto vero quell’abbraccio che muore oltre la vita ed il sole muore per quel contatto negato e l’anima di chi ami si muove come un funambolo nella tua storia…nella tua memoria. Se l’Ade è il luogo dell’Oblio la terra è il luogo della memoria, delle parole, dei contatti. Infinito è il varco. E’ vero…è una distanza incolmabile quella che separa Ulisse e la madre, incolmabile come quella che separa me da chi amo e non c’è più. Talvolta mi viene a visitare in sogno e come sogno svanisce. Rimane la consolazione che è immortale q

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  30. Grazie perchè ancora una volta siete riusciti a donarmi un’emozione, a darmi una spinta per proseguire il mio viaggio, avete di sicuro arricchito il mio bagaglio con una seranza in più. Un abbraccio. Salvatore

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  31. e in quella madre che danza in cielo come nuvola, rivedo l’immagine di mia madre, così come talvolta mi appare in sogno, eterea e inafferrabile, mutevole e inconsistente come fumo..viene a farmi visita nei sogni, talvolta, ed è un attimo, e non la vedo più!

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  32. da morti forse non avremo più l’illusione di un viaggio…avremo la certezza di aver viaggiato e di aver raggiunto la meta per la quale siamo stati creati. In questo il cristiano è decisamente più fornutano dell’uomo greco!

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  33. e mi pare importante che come in Omero in questo post dinanzi alla morte non trapeli il terrore nè la riflessione teologica:il mondo greco è tutto proiettato nella pienezza dell’esistenza, come dirà in qualche verso dopo l’anima di Achille. I morti vivono la dimensione del ricordo, della memoria e della lontananza e l’Ulisse di Carlo e Giulia percepisce e condivide bene tutto ciò.

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  34. esse sono per lo più psykai, presenze labili simili a sogni, prendono forma proprio come nuvole, come quel cirro accanto alla luna…danza la luna e danzano anche le anime dei morti al suono del silenzio invisibile dell’Ade

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  35. Ci chiediamo allora:come sono rappresentate queste anime dei morti nelle due liriche? Come in Omero. Esse non sono nè anime afflitte (lo sono maggiormente gli uomini) nè entità minacciose. Federica

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  36. l’atmosfera tra le due liriche è la medesima: luna e sole, danza, parole, silenzio, ombre e sogno…continui richiami lessicali che rimandano a una situazione precisa e ben delineata. Carlo

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  37. Abbiamo poi sottolineato come l’anafora “oltre la vita” dia circolarità alla lirica, come se il tutto fosse solo la descrizione di un sogno. Maddalena

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  38. la seconda lirica si apre infatti nel momento della conclusione dell’incontro tra Ulisse ed Anticlea, con quel triplice abbraccio negato (nella lirica soltanto accennato) come avverrà tra Enea e suo padre Anchise e tra Dante e Casella. Enrica F.

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  39. Anticlea non appare come Teti che esce splendida dalle acque, ma come una figura quieta che resta in disparte (ed è bella ed azzeccata l’associazione con la nuvola) finchè non beve i liquidi del sacrificio (acqua, sangue, vino e latte). E’ infatti assetata di spirito:i liquidi del sacrificio servono a ridare vita alle anime arse dalla morte stessa. Riprendono spirito in tal modo.

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  40. Subito dopo l’incontro con Tiresia, Ulisse riconosce tra le anime morte la madre Anticlea, scomparsa durante la sua assenza da Itaca. Da qui prende spunto la seconda lirica. E’ forse l’incontro che porta in sè maggior pathos tra tutti quelli che Ulisse fa nell’Ade.

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  41. L’immagine che avete scelto è bellissima ma inquietante al tempo stesso, sembra proprio di vedere il cielo che Odisseo contempla prima di incontrare le anime dei morti…Gianna

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  42. l’ade è il luogo dell’Oblio, tenebre che nessuna parola può esprimere…si rimane come muti per un confuso silenzio!
    Direi che le due liriche esprimono molto bene questa condizione di chi si viene a trovare nell’Ade.
    Quella di Odisseo peraltro non è la prima discesa agli inferi della letteratura:essa ha un lontano modello nel poema mesopotamico di Gilgamesh.

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  43. accade allora che per parlare con Odisseo le anime escano dall’Ade e poi vi rientrano. Essa è il luogo dell’invisibile( e forse il suo etimo viene da alfa privativo più la radice del verbo orao), è il luogo di ciò che si vede e non si vede, si crede di vedere e non si può toccare…”e io ora non ti vedo più”

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  44. Su tutti governa Moira, implacabile, vendicativa e l’uomo è un viaggiatore che sogna e che alla fine si ritroverà con un pugno di illusioni tra le mani.

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  45. Partiamo dalle liriche, dal particolare per giungere all’universale.
    Nella prima lirica ci viene presentato un Ulisse che seguendo le indicazioni di Circe raggiunge la terra dei morti e consulta l’indovino Tiresia riguardo la via del ritorno. Non servono parole, sono inutili perchè le anime sono ombre ed il destino da loro scrutato non potrà comunque in alcun modo essere mutato.

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  46. difficile rappresentare il mondo dei morti, dificile anche rielaborare l’icone che ci hanno lasciato Omero e Virgilio. Questo post ci riesce! I filologi hanno discusso a lunga sull’episodio della discesa tra i morti (nèkuia per l’appunto) perchè più che sembrare necessario allo svolgimento della trama, sembra rispondere al desiderio di delineare un quadro della vita ultraterrena ed inserire elementi della tradizione epica che altrove non potevano trovare posto. Nella prima lirica si sottolinea come tutto sembra vano, tutto è inutile contro quell’immortale morte che ammutolisce e priva di spirito ogni essere e questo è maggiormante sottolineato dalla seconda lirica dove si descrive un incontro, una relazione che ha in sè qualcosa di onirico e che quasi fa male perchè è un dialogo a metà, Ulisse parla con sua madre ma non può toccarla, è un eidolon, un sogno e l’abbraccio finale è destinato a ripiegarsi su se stesso. Vanitas vanitatum…ma nello stesso tempo il coraggioso tentativo per chi vive di voler, nonostante tutto, continuare ad avere un dialogo coi suoi cari. Per rendere più dolce la sopravvivenza qui sulla terra!

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