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Fortuna/Ad Appio Claudio Cieco


Fortuna

Non può l’alterna
Fortuna dividere
l’essenza invisibile.
Rimangono i fatti
ed io con loro mi
attrezzo per la vita.
Perenne movimento
fu quello che mi onora
alla deriva in un raggio
di sole.

 

Ad Appio Claudio Cieco

Artefici bendati
talvolta siamo
noi
a non saper decifrare
illusi audaci
i tratti netti e decisi
del Suo disegno,
raggi di sole
tracciati sullo scuro
sentiero
della nostra storia.

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  1. Certo, ma in questo modo la fede non rientra nel discorso…le due liriche invece fanno ragionare sul fatto che noi uomini abbiamo sì il libero arbitrio, ma la Fortuna non è vista in modo rovinoso, quanto provvidenziale…cambia l’ottica del discorso. Il punto di vista è un altro. Marcello

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  2. Dice Machiavelli che tante volte si ha l’impressione che un Destino domini la realtà e l’uomo non abbia altra possibilità che piegare ad esso il suo capo ed accettare la sorte, qualunque essa sia. Ma l’uomo possiede però la libertà:per questo è più corretto attribuire alla Fortuna solo la metà di ciò che ci accade, dell’altra metà i responsabili siamo solo noi! Andrea

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  3. La virtù che si oppone alla fortuna non è però la fede di cui si parla nel post:i presupposti sono ben diversi. Machiavelli riferisce il suo ragionamente all’ambito politico, le due liriche invece permeano di sè il quotidiano! Annalisa

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  4. la fortuna per Machiavelli è tutta quella serie di eventi non prevedibili che l’uomo può tenere sotto controllo grazie alla virtù. Per Machiavelli l’uomo non è nè interamente arbitro delle sue azioni, nè completamente in balia degli eventi. La fortuna è una sfida! Le circostanze vanno colte e piegate a nostro vantaggio. Luca

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  5. Per l’autore del Principe la fortuna è mutevole ed in quanto tale è necessario tenerla sotto controllo:meglio essere impetuosi che timorosi, perchè chi procede con raziocinio e impeto è maggiormente in grado di combattere gli effetti talvolta disastrosi della sorte. Laura

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  6. essa per Machiavelli è come un fiume rovinoso che allaga pianure, rovina piante ed edifici, ma gli uomini possono porre rimedio a tutto ciò con argini per evitare che l’impeto della fortuna sia fatale. Elisabetta

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  7. e bisogna aggiungere che Esiodo dal concetto di Moira passa a quello di Moire, le Parche per i Latini. Si credeva così che il destino umano fosse deciso dalle tre divinità filatrici, Cloto, colei che fila, Lachèsi, colei che sorteggia e Atropo, colei che taglia.

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  8. La Moira, il Fato è dunque una forza inevitabile e implacabile, il cui controllo sfugge persino agli dei; in alcuni casi questa idea si confonde con ANAGKE, la Necessità, cioè una situazione immodificabile, difronte a CUI CHIUNQUE CHINA IL CAPO.

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  9. Questa “parte” è ciò che è stato deciso una volta per tutte. Ma da chi? La religione greca non concepisce gli dei come onnipotenti:essi non sono padroni assoluti del mondo, non lo hanno creato ed anche loro sono sottoposti in qualche modo al divenire. Di conseguenza non sono padroni del destino e tante volte non lo conoscono neppure bene fino in fondo, anche se più degli uomini che non lo conoscono affatto.

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  10. per noi, che non viviamo nell’XI sec a.C. la situazione è diversa:io penso che l’uomo sia comunque un po’ artefice delle sue fortune, ma anche che siamo predestinati a essere qualcuno e non un altro, a fare qualcosa piuttosto che un’altra. Laura

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  11. Questo destino viene descritto molto bene alla fine dell’Iliade, quando Ahille spiega a Priamo che dinanzi alla porta di casa di Zeus ci sono due orci, uno pieno di beni e l’altro pieno di mali : quando qualcuno nasce Zeus mette le mani negli orci e assegna al nascituro una parte di beni e una di mali, oppure solo mali (nessuno riceve solo beni!).
    Elisabetta

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  12. Che cos’è questa moira? è la parte assegnata a ciascuno, la parte di vita assegnata ed irrevocabile. è il destino individuale, una parte di beni e una parte di mali che ciascuno porta con sè pur nell’inconsapevolezza di che cosa gli toccherà. Alberto

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  13. un’esistenza inautentica o anonima è quella di tutti e di nessuno; è l’esistenza in cui il “si dice” o “il si fa” domina incontrastato. In essa tutto è livellato e insignificante. In tale esistenza il futuro è caratterizzato dalla preoccupazione per il successo e per l’attenzione alla riuscita; il passato è caratterizzato dall’accettazione passiva della tradizione; il presente è solo un’immersione nelle cose da fare.

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  14. nell’esistenza autentica il futuro è un oltrepassamento delle singole realizzazioni; il passato è un affidarsi alle possibilità che la tradizione offre;il presente è l’istante in cui l’uomo rifiuta l’inautenticità.

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  15. L’esistenza autentica è la condizione fondamentale di un essere che progetta davanti le sue possibilità e si prende cura delle cose e degli altri.

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  16. Filippo mi riporta alle parole di Heidegger, per il quale l’uomo è un Esser-ci, si trova, cioè, in una precisa situazione ed è chiamato a scegliersi o a perdersi. La caratteristica fondamentale dell’esserci è la possibilità: l’uomo può scegliersi, conquistarsi o perdersi. Si sceglie chi decide di vivere la sua storia da protagonista, progettando il futuro, cercando il senso dell’essere a partire dall’esistenza autentica. Si perde chi si lascia vivere dalle situazioni e dalle cose vivendo un’esistenza inautentica.

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  17. leggendo questa pagina mi è venuta in mente la differenza che ci può essere tra progetto e casualità, tra il disegno di Dio e il caso, il fato, il destino, la sorte, la fortuna. Vivere alla giornata, disancorati dal passato e senza bussola per il futuro, navigando a vista giorno dopo giorno, oppure cercare un centro (fede, valori, mete, speranze…) che colleghi con un senso tutti i singoli momenti dell’esistenza?

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  18. la fotografia che avete scelto è molto toccante ed azzeccata…quel raggio di sole che mostra il cammino in mezzo al mare è una bella metafora:il mare è volubile, ora calmo, ora tempestoso, come la sorte. Forse navighiamo nel mare della Fortuna, ma non ne sono poi così sicura:mi piace di più pensare che siamo marinai che vedono Dio in quell’orizzonte, che sanno affrontare mare mosso e calma piatta avendo sempre bene in mente il loro obiettivo…questo mi piace pensare della vita, che c’è un filo invisibile che mi lega a Lui e che Egli desidera solo il mio bene. Il mio bene soltanto!

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  19. FORTUNA= vox media, perciò alterna! ora favorevole ora sfavorevole, ora maligna, ora benevola…come ci si pone dinanzi alla FORTUNA? Sarà verò che aiuta gli audaci? Lei, così spietata da essere addirittura bendata? Sicuramente un pizzico di fortuna aiuta, serve sicuramente, ma non è possibile far dipendere tutto da “lei”. Penso a quanti giocano d’azzardo ad esempio…penso a chi è costretto a vivere in un letto malato…penso che la vita sia una scommessa che Dio fa con i Suoi figli, in questo siamo artefici, in questo certo siamo artefici!

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  20. Giordano Bruno fu un grande sostenitore di questa visione dell’uomo! Io mi fermo un attimo a riflettere: credo che l’uomo possa sicuramente essere artefice del proprio destino, più che del destino, della sua storia. Destino e storia, Storia, sono cose differenti. L’uomo costruisce da sè la sua storia, con le sue scelte..il destino, il disegno di Dio ti mette sempre dinanzi alla tua fragilità e alle tue possibilità, scommette sempre coi talenti che possiedi. Siamo noi a scegliere di fare o non fare una cosa per costruire il nostro destino. Siamo noi ad accettare o rifiutare determinate offerte, siamo noi a dimostrare fede durante la prova….perchè la vita spesso e volentieri è proprio una prova..se ti ammali dici “Che sfortuna! Che destino infame!”, ma chissà che in quella prova tu non dia il meglio di te, tu non possa essere un segno di Dio per gli altri…che ne sappiamo della Sua volontà…tentiamo di interpretarla…idioti! Interpretare e non accettare! E’ nell’accettare che emerge la fede. L’interpretare è solo segno di razionalità…e credo che saremo giudicati sulla nostra capacità di piegarci alla volontà di Dio con fiducia e speranza, con gioia…

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  21. L’espressione di appio Claudio Cieco sottesa nella seconda lirica dà vita alla teoria dell’homo faber, secondo cui l’uomo è l’artefice del proprio destino. Solo lui ne è l’artefice. Questa teoria piacque molto soprattutto agli umanisti e agli uomini del Rinascimento. Nel Medioevo infatti l’uomo era considerato succube del destino, ma in seguito egli si riscatta, diventa un essere intelligente, che grazie alla gnome agisce, opera, fa! E’ in grado di progredire e capace di sfuttare al massimo ciò che la natura gli offre per essere dunque veramente artefice del proprio destino.

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  22. Faber est suae quisque fortunae! Questa celebre frase attribuita ad Appio Claudio Cieco, viene qui presa in considerazione insieme ad altri luoghi comuni forse per smantellare il senso di fortuna e dare maggior spazio al progetto divino…tra l’altro così a ridosso del giorno della memoria viene da pensare alla fortuna di tutti coloro che sono scampati all’olocausto e a quale senso si debba attribuire allo sterminio di tante anime….quale progetto? quale fortuna? Le domande rimangono come appese ai fatti, a quello scuro sentiero che è la nostra storia. Voi ci stimolate a riflettere, a prendere una posizione, la televisione invece in questi giorni ci passa immagini di orrore…io riesco solo a vedere lo scuro sentiero, poi per fortuna mi aggrappo a quel raggio di sole che è la fede e cerco di interpretare la Stori CON GLI OCCHI DELLA FEDE…COSì CREDO CHE I SANTI ABBIANO FATTO, COSì io non riesco, tra mille difficoltà a scorgere talvolta dei segni di speranza…rimane l’immago di un Cristo e della Sua passione, l’icona di un homo homini lupus…artefice di che?

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  23. rimangono i fatti, quelli solo parlano, quelli fanno sì che ci possiamo sentire in perenne movimento, un movimento però che non è dettato dalla sorte, per un cristiano almeno è così, ma dal disegno di Dio. Dei fatti siamo noi gli artefici, su questo non si discute. Il libero arbitrio per fortuna ancora ci appartiene, ma bisogna saper leggere i fatti…ecco, tante volte siamo proprio bendati, questo è il limite umano, quel limite che non ci fa decifrare il senso dei fatti, il perchè dei fatti, illusi come siamo a sentirci sempre e solo noi gli artefici del nostro destino…

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  24. Siamo sempre cosí impegnati a dare una spiegazione, una ragione, alla vita, cerchiamo parole come fortuna, fato, destino… siamo cosí impegnati da non vedere il visibile nell’invisibile, il segno concreto nel buio. Sono i fatti della vita a fare di noi ció che siamo? Forse, forse ci definiscono solo per ció che siamo per gli altri, per la societá in cui viviamo. Ci armiamo di questi fatti per affrontare il domani, ma tutti questi fatti trovano un senso quando scopriamo il nostro vero essere, il nostro respiro come parte del respiro del mare, il nostro io come parte dell’immenso e allora non resta che gratitudine, onorati di essere e basta.Bellissima pagina, bravi! Alberta

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  25. E’ alterna la fortuna, la dea bendata, che ora sorride ora è spietata…ma forse bendati siamo noi, illusi siamo noi a non comprendere che a tutto c’è una spiegazione, c’è una eziologica in ogni evento. Spesso siamo audaci, è bello esserlo, essere tenaci nel perseguire un fine, nel credere in qualche ideale per cui valga la pena sacrificarsi, ma poi ne rimaniamo talvolta delusi, lo sforzo non è stato ricompensato a dovere…sfortuna? o forse c’è un motivo più serio e imperscrutabile alle spalle? E sempre così difficile riuscire a decifrare i segni sullo scuro sentiero che talvolta non vogliamo illuminare in nessun modo, tantomeno con la luce della fede…siamo artefici della nostra fortuna, ma più ancora, caro Appio Claudio Cieco, siamo artefici del nostro paradiso!

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  26. sì…davvero complimenti! Due bellissime liriche colme di musicalità, richiami alla classicità e sicuramente stimolanti circa la riflessione su ciò che è sorte e ciò che è invece disegno divino…la progettualità divina non va a braccetto con la moira degli antichi greci…proprio no! Quasi una sferzata ai luoghi comuni, a quel “la fortuna aiuta gli audaci!” e alla celebra sentenza ripresa da Cicerone. C’è un’essenza invisibile, c’è un progetto di Dio su ogni figlio qui sulla nera terra, scuro sentiero illuminato però dalla mano e dall’occhio del Padre, dalla presenza di chi ci ama e ci fa luce…quanto del senso della vita è racchiuso in questi versi!
    Un abbraccio da Nicola Pertinace (preoccupato per il lungo silenzio!)

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