L’eremita (Seconda parte) (Scena unica – parte ottantunesima)


L’eremita
Mi aiuti a trovare in me quella parte di Dio che non demorde… credo di averla perduta come una fiamma spenta irrimediabilmente. Mi capita di vivere in un altro mondo nel quale non esistono valori e forse non sono mai esistiti…e mi sento padrone di un nulla a cui non so rinunciare…sapessi almeno di che cosa si tratta! E invece gioca con me a nascondino…quante speranze, quanti pensieri sprecati inutilmente… cerco un porto che non esiste, un porto che mi faccia dimenticare il desiderio di andar per  mare…anche se in mare poi… alla fine sento tutta la stanchezza del mondo…non ho voglia di guardare né il sole, né il mare…mi sento sempre fuori luogo…e non cerco le vele per andare più lontano, non ho una rotta e non so riconoscere le stelle…mi sembrano tutte uguali e vuote come le promesse mai avverate. Solo il sale nella gola mi dice che sono vivo ed il caldo insopportabile, è un inferno anticipato e sempre eguale a se stesso…calma piatta! Almeno mi prendesse la tempesta una volta per tutte, quella tempesta di cui ho un profondo terrore, ma che è radicale e definitiva. Affogare finalmente o almeno sbattere le braccia nel tentativo di sopravvivere, di sentire la vita finalmente preziosa… anche se per pochi istanti. Forse sarei pronto per morire allora e dimenticherei tutto, il male e l’incertezza, l’incapacità di guardare nello specchio e di trovare almeno un altro me stesso. Così mi sento brocca, come un fiume di eventi che non portano certo il sangue di Cristo, nemmeno il mio a pensarci bene; è un dolore esangue ed immotivato che non porta amore, non è una strada che cerca di congiungersi al cuore, si perde in un deserto di libertà effimere e solitarie…non c’è bivio, non c’è bivio, così non posso che perdere me stesso…

Abelardo
Hai mai osservato un gregge di pecore?

L’eremita
Sì, infondono una certa tranquillità

Abelardo
Le pecore sono miti e si fidano del pastore. Hanno paura di tutto quel che non conoscono. Per esse la vita è molto semplice, è fatta di erba ed acqua corrente, di abitudine ai comandi. Loro sanno che il pastore le ama perché la vita del pastore dipende dalla loro sicurezza e dalla loro salute. Può capitare che qualcuna si allontani o si smarrisca, ma quando accade è quasi sempre involontario, sono circostanze che si impongono a scelte di fondo chiare. Così dovrebbe essere anche la tua vita: ricerca in primo luogo la semplicità. Non è una cosa facile perché le pecore sono a servizio dell’uomo mentre tu servi il Padre che è nei Cieli.  Ci vuole maggiore impegno per capire ciò che è utile alla salute della tua anima e che nel contempo ti fa gradito a Dio, ma non è un compito impossibile e Dio è un Pastore previdente: a secondo della tua spiritualità ti dona il terreno più fecondo. Impara la mitezza prima di chiedere al  Padre, la mitezza cambia il volto delle cose, la mitezza è un ponte su cui corre la fiducia; senza fiducia non puoi né vivere, né sopravvivere, cosa che talvolta richiedono le circostanze… la fiducia è una scelta di fondo imprescindibile…Cristo la provò anche nei confronti dei suoi carnefici, quando uno degli apostoli staccò l’orecchio al servo del sommo sacerdote… Gesù intervenne non tanto e non solo perché aborriva la violenza, ma perché desiderava che gli apostoli si fidassero del disegno di Dio, per quanto doloroso e orribile potesse sembrare. E se aveva fiducia un condannato a morte… la puoi nutrire anche tu… che sei destinato a vivere e a cantare le lodi del Signore. Osserva i comandi di Dio perché sono stati dati per la tua salute e sicurezza, sono comandi disinteressati. Il signore non si ciba delle carni delle sue pecorelle, né si appropria del frutto delle tue fatiche. Cristo ti offre  al contrario il Suo sangue ed il Suo corpo immacolato, perché il tuo sacrificio quotidiano fruttifichi sempre di più nella direzione dei fratelli e del Padre. La Parola di Dio fu scolpita nella pietra perché fosse chiara e immutabile nei millenni, perché potesse ingenerare l’abitudine ad un bene che non muta, ad una promessa che si coltiva in terra e trova assoluto compimento in Cielo.

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tieniinmanolaluce

Sono attualmente avvocato, mediatore civile e commerciale, formatore di mediatori e mediatore familiare socio Aimef. Per undici anni sono stato docente di letteratura italiana e storia antica al liceo classico. Sono accademico dell'Accademia Internazionale di Arte Moderna. Scrivo da sempre senza privilegiare un genere in particolare. Ho pubblicato diversi libri anche in materie tecniche. Tra quelli letterari ricordo da ultimo: Un giardino perfetto, Poesie 2012-2016, Carta e Penna Editore, novembre 2016. La condizione degli Ebrei dai Cesari ai Savoia, Carta e Penna Editore, aprile 2017 La confessione, Dramma in quattro atti, Carta e Penna Editore, aprile 2017 Ho iniziato questo blog nel febbraio del 2006 e mi ha dato grandi soddisfazioni. Spero continuino anche su questa piattaforma. Tutto ciò dipende fondamentalmente dalla interazione con tutti voi, cari lettori.

22 pensieri su “L’eremita (Seconda parte) (Scena unica – parte ottantunesima)”

  1. Vi lascio queste poche righe di don Tonino Bello, caro amico e sicuramente uomo di grande mitezza.
    ” Vocazione è la parola che dovresti amare di più perchè è il segno di quanto tu sia importante agli occhi di Dio. E’ l’indice di gradimento presso di Lui della tua fragile vita. Si, perchè se ti chiama, vuol dire che ti ama. Gli stai a cuore, non c’è dubbio (…)e ti affida un compito su misura per Lui. Sì, per Lui, non per te. Più che una “missione” sembra una “scommessa” (…), una scommessa sulla tua povertà. Ha scritto “ti amo” sulla roccia. (…) E accanto ci ha messo il tuo nome.

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  2. senza fiducia non puoi vivere nè sopravvivere. Il ponte di cui parla l’eremita è la fede, questo risponde Abelardo. Il porto è Cristo, il faro è la Parola, l’uomo senza fede sarà sempre un infelice, un ramingo in cerca di qualche senso da offrire alla sua esistenza, un senso che possa renderlo eterno, immortale. La fiducia è una scelta di fondo…non so se sia una scelta. Credo che non si scelga, ma forse soprattutto sia uno stile di vita, sia un moto dell’anima e del cuore la fiducia. E non bisogna tradirla, questa fiducia, perchè il rimorso è insopportabile, una volta tradita puoi chiedere e ottenere perdono, ma hai tradito…devi ricominciare daccapo a riconquistarla. Questo è sicuramente difficile. Ma Dio non abbandona i Suoi figli, aspetta sempre che tornino le sue pecore smarrite, pecore miti, che sanno chiedere perdono, che sanno capire dove hanno sbagliato e non vogliono errare più. La mitezza è sinonimo di umiltà, quell’umiltà che non ci fa mentire, ma ci fa chiedere perdono. Nicola P.

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  3. non me ne voglia l’eremita se lo riprendo su un particolare: egli non ha perso nessuna parte di Dio, non c’è fiammella divina che Dio permetta che si possa spegnere nel cuore dei Suoi figli. Sempre rimane in noi il desiderio di Lui e se l’eremita non lo percepisse non sarebbe qui a dialogare con Abelardo. Il porto è Cristo,è la Sua Parola, il faro, lo ripeto, sono quelle anime speciali che Dio ci pone accanto come una luce. Abelardo lo è per l’eremita, lo è per noi. Giulia lo è per Carlo. Carlo lo è per Giulia. Ed insieme stanno facendo sì che si progredisca anche noi, giorno dopo giorno verso Dio. Non è facile, lo dico per l’anonimo che ha lasciato il messaggio, non è facile trovare il porto, ma c’è. Non deve mai abbandonarci l’idea, la fede che esso esiste. E ci attende nelle braccia grandi di un Padre che ci ama immensamente e che tutto perdona.

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  4. il messaggio di Gesù e questo passo di Abelardo promuovono la non violenza. I Padri della Chiesa che hanno commentato molto questo passo delle beatitudini, hanno visto nella mitezza proprio la rinuncia alla violenza, alla vendetta, allo spirito vendicatico. Non vemesi, ma philìa.

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  5. Con la beatitudine dei miti Gesù condanna allora ogni forma di prepotenza. La prepotenza non paga ed i prepotenti, che si ritengono felici in questo mondo, in realtà sono solo degli sventurati.

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  6. Quale senso allora dare all’aggettivo mite? Indica forse una situazione sociale sfavorita oppure un atteggiameto del cuore? Credo, come ben ha spiegato Giulia interpretando in modo davvero personale e profondo il passo di Abelardo, che sia la seconda ipotesi la interpretazione più giusta. Forse per mitezza si deve intendere la capacità di distinguere la sfera della materia, dove opera la forza, dalla sfera dello spirito, dove opera la persuasione e la verità.

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  7. ricordo ancora cosa si dice nella prima lettera di Pietro parlando delle donne “Il vostro ornamento non sia quello esteriore….cercate di adornare il vostro cuore con un’anima incorrutibile piena di mitezza e di pace:ecco ciò che è prezioso davanti a Dio.” La mitezza viene considerata da Pietro come un ornamento importante per la persona, più che gioielli e pietre preziose, è la mitezza, per le donne, il migliore e più gradito a Dio degli ornamenti.

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  8. Nella lettera agli Efesini (4,32) e in quella Colossesi (3,12) la mitezza è uno dei comportamenti derivanti dalla vocazione cristiana, questa vocazione è il porto a cui deve tendere l’eremita…anche se difficile..ma cosa che abbia valore e importanza è facile da ottenere e raggiungere?

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  9. Nella Lettera ai Galati (5,22) la mitezza è compresa nel frutto dello spirito santo nella vita del cristiano e significa qui mansuetudine, moderazione, benevolenza, dolcezza verso il prossimo.

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  10. Nel Nuovo Testamento è soprattutto San Paolo a ricordare la mitezza come atteggiamento del cristiano perfetto, anzi di Cristo stesso, uomo perfetto. Infatti nella Seconda Lettera ai Corinzi (10,1) l’aostolo esorta i fedeli “alla benignità e alla mitezza di Cristo”

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  11. al capitolo 21, raccontando dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme, l’evangelista riprende la profezia di Zaccaria “Ecco, il tuo re viene a te mite” (V.5) In realtà Zaccaria afferma “ecco viene a te il tuo re giusto, vittorioso e umile (mite)”. Dei tre aggettivi Matteo riporta solo mite perchè pensa che anzitutto questa qualità vada applicata a Gesù.

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  12. Quindi ha ben ragione Giulia a dire che è difficile definire con precisione il termine “miti” proprio in virtù della specificità della lingua ebraica. E solo con l’aiuto dell’Antico Testamento non riusciamo a comprenderne bene il senso. Dobbiamo rivolgere lo sguardo anche al Nuovo e in primis a Matteo. Oltre alle beatitudini, nel discorso della Montagna, Mateo usa il termine mite al capitolo 11 “Imparate da me che sono mite e umile di cuore” (v.29) Gesù attribuisce a sè in modo particolarmente pertinente la caratteristica della mitezza. Chi è mite è a Sua immagine e somiglianza.

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  13. I miti vengono ricordati e descriti come persone felici, benedette, amate da Dio, fortunate e contrapposte a quelle persone che al contrario sono maledette e sfortunate. Con i miti vengono citati i miseri, gli indigenti, i giusti e i fedeli; all’opposto stanno i malvagi, gli empi e i peccatori.

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  14. Riprendo il discorso di sabato…la domenica è una giornata dagli infiniti impegni per un sacerdote! Dicevamo che solo in Matteo si legge del vocabolo “mitezza” e questo crea problemi di ordine esegetico. Vediamo allora che accade nel Vecchio Testamento. Prendo in esame il salmo 37, un salmo che ha ogni versetto che inizia progressivamete con le lettere dell’alfabeto ebraico. Alla lettera vau si legge: “Ancora un poco e l’empio scompare cerchi il suo posto e più non lo trovi. I miti invece possederanno la terra e godranno di una grande pace” (v.10)

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  15. qui sta il bivio:o io o Dio. O io ed allora vivo per me stesso, o Dio, ed allora vivo per il prossimo, e attraverso il prossimo arrivo a Dio. Cristallizzato in me stesso faccio poca strada, vado poco ontano…annaspo in un dito d’acqua in cui desidero di affogare, ma in realtà è solo il mio gretto egoismo a dover affogare, per rinascere poi persona nuova! Per essere mite!

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  16. cerco un porto che non esiste…il problema dell’eremita è che non ha occhi per vedere il porto! Il porto c’è , eccome! Un porto di quiete, foscolaniamente parlando, un porto a cui si giunge forse solo perdendo se stessi, donando a Dio e al prossimo tutti noi stessi.

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  17. vi ringrazio molto, Carlo e Giulia, per questa bella pagina e per il commento veramente illuminante che vi segue. La mitezza non credo sia più una qualità praticata in questo mondo e sono d’accordo nel penasare che spesso abbia,l’aggettivo mite, una connotazione negativa. Ma credo che, come dice Giulia, Abelardo voglia portare l’eremita, e noi tutti, su questa strada, impervia e ben nascosta, piena di rovi, una strada che però porta alla salvezza, che è la carta del Regno, la carta che più ci avvicina a Chi si è fatto mite per lasciarci la Sua lezione di vita! Grazie di cuore. Veramente di cuore.

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  18. impara la mitezza…anche questo è il segreto per giungere alla serenità. Tre propositi per essere miti: non voler avere sempre l’ultima parola nelle discussioni; non rispondere al male col male; fare attenzione a coloro che soo più deboli, miti perchè incapaci di difendersi!

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  19. non credo sia difficile, credo che basti aprire il Vangelo e seguire quei comandaMENTI che il Signore ci ha donato per essere felici. E’ più facile di quel che si possa credere. La felicità non si costruisce da soli, ma in due, in tre, in molti, ciascuno porta i suoi talenti, ciascuno fa ciò che può al meglio che può. L’unica felicità in questa nostra vita è imparare a voler bene.

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  20. Ho letto ieri sera questa pagina e sono rimasto in silenzio. Ho fatto spazio nel cuore, per far scendere le parole ed ho avuto la stessa impressione di Giulia:non aver parole di commento, perchè già tutto è stato detto, qualunque altra aggiunta sarebbe stata banale e inconsistente. Ma Giulia ci prova, ci prova a far parlare il cuore, per fare eco ad Abelardo e forse è questo il senso di tutto:fare eco, far risuonare forte questo messaggio d’amore e di speranza, di mitezza, dinanzi al quale rimaniamo attoniti. Non mi dilungo sull’esegesi etimologica perchè più esaurienti di così non si può essere. Quella pecora ha degli occhi che parlano da sè. Dobbiamo comprendere a quale atteggiamento si riferisce l’aggettivo “mite”. Il termine mitezza è abbastanza inusuale nel nostro linguaggio, ma quando lo usiamo spesso gli attribuiamo una sfumatura negativa, confondendolo spesso con debolezza, arrendevolezza….Giustamete dice Giulia, non è così. Almeno nelle scritture. Torno appena possibile a fare un breve excursus sul termine all’interno del Vecchio e Nuovo Testamento, per mostrare il senso della mitezza (che concordo e condivido in pieno con quello espresso da Giulia) per esplicare meglio ciò che Abelardo cerca di indicare all’eremita, un uomo veramente nella crisi, un uomo veramente alla ricerca della sua identità antropologica, morale e religiosa.

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  21. Di difficile impatto questa pagina! Le parole di Abelardo sono così esaustive, così dogmatiche che francamente non è necessario alcun commento…non rimane che seguire il VANGELO. E basta. Ogni altro commento è superfluo, ma provo almeno ad esprimere cosa ha suscitato ,solo in parte, in me questo passo. La prima immagine che le parole dell’eremita mi hanno per così dire regalato, è l’immagine dei luoghi della crisi. Come diceva Buber, ci sono nella storia di ogni uomo momenti in cui egli possiede una sua dimora e momenti in cui egli ne è privo. Nei primi l’uomo abita il mondo come se dimorasse in una casa, nei secondi invece l’uono vive in aperta campagna, nel deserto, in uno spazio desolato senza possedere neppure picchetti di fortuna per innalzare una umile tenda. Non ha casa l’eremita, il suo cuore non è abitato da Dio, a dir il vero nessuno lo abita, e le sue parole sono per me solo la testimonianza che egli ha smarrito una sua – presunta o reale – verità, che è sfrattato e si trova dunque per l’ennesima volta ad interrogarsi. “Che cosa posso conoscere? (metafisica) Che cosa devo fare? (morale) Che cosa mi è consentito sperare? (religione) Che cosa sono io? (antropologia). Ecco, credo che Abelardo si trovi dinanzi a un uomo del genere. E si ritrova a dare delle risposte, a fornire almeno una tenda all’eremita, facendo riferimento ancora una volta al Vangelo, e in modo particolare a Mt 5,1 ss. L’immagine che Abelardo mi ha regalato è quella delle Beatitudini, mi rifaccio soprattutto alla terza, “Beati i miti, perchè erediteranno la terra” (e dunque la terra sarà la loro dimora!) La paola greca praeìs viene tradotta con “miti”, ma si potrebbe dire “beati quelli che non sono violenti perchè Dio darà loro la terra promessa” E quanto si riallaccia alle parole dell’eremita questa seconda traduzione! Il problema è che la lingua ebraica non ha un vocabolario tecnico, ma è un idioma che possiede unaricchezza di sinonimi, associati gli uni agli altri, più per dare una impressione globale che una definizione rigorosa. Proprio per questo noi comprendiamo genericamente che cosa si intende per miti, ma non possiamo spiegare il termine con chiarezza. Io penso che per mitezza si debba intendere la capacità di cogliere che nelle relazioni personali non ha luogo la prepotenza o la costrizione, ma è più efficace la passione persuasiva ed il calore dell’amore. L’uomo mite è colui che, nonostante le prove della vita, rimane duttile, sciolto, interiormente libero, non possessivo, è un uomo sempre rispettoso della libertà ed in questo estremamente imitatore di Dio che nel rispetto dell’uomo lo muove all’obbedienza e all’amore senza mai usargli violenza. L’uomo mite è un uomo affabile nei confronti del prossimo, un uomo che opera avendo come modello Gesù, mite ed umile di cuore. Non è altro, la mitezza, che una forma di carità, paziente ed attenta nei confronti di chi ci sta accanto. Questa mentalità evangelica della mitezza matura con grande lentezza nel cuore di ogni singolo cristiano:bisogna passare per molte prove, affrontare delusioni, amarezze, sconfitte per comprendere che la violenza, sia morale che ideologica e fisica, è sempre perdente, alla fine!
    Giulia

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