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La mia città/Estraneo


Arenzano dal Curlo

La mia città

La mia città
si sporge in un amplesso
verso il mare
si spande nella spuma
della risacca
profumata di resina
e nel vociare
dei vicoli
che nella notte
scivolano giù
lungo muri
secchi di pietra
lucidi, schivi
e generosi
come i pescatori di sogni
che anche oggi
nell’alba rosa
vanno a tingere
speranzosi
le sudate reti.

Via Bocca ad Arenzano

Estraneo

In questa sera
vibra d’amore il cielo
e Giunone incontra Venere.
Dicono che queste pietre
appartengono a me
come la malinconia.
Tintinna la notte
per un brindisi alla luna:
Selene mi volle estraneo
a questa terra.

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  1. Voglio ancora sperare, ora piú che mai, che quando tutto sará finito, intendo le elezioni, che quel tempo, in grado di curare ogni ferita, riesca a sciogliere la malinconia e risanare Carlo, tra i pescatori di sogni…spero che le cicatrici non siano troppo profonde, spero che oltre a nemici, falsi amici e ipocriti, che Carlo abbia conosciuto anche nuovi amici, altri come lui. In fondo la politica non é molto diversa dal gioco della vita quotidiana, il tempo, il mare stesso, leniranno le ferite…lo spero. Alberta

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  2. grazie per questo scorcio di liguria che mi avete regalato..da noi il mare è solo un ricordo estivo, ma i versi, oggi, rendono viva la memoria e sembra quasi che il libeccio soffi anche da queste parti.

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  3. io purtroppo cara Alberta vedo solo un’impotenza legata all’esperienza elettorale, vedo solo la delusione di chi ha capito di non poter fare molto per il suo paese di origine…non credo sia una malinconia legata al paesaggio, quanto veramente l’accettazione rassegnata di essere una tra le tante pietre…Giunone incontra Venere non per bere un caffè, ma per motivi politici! E la politica , quando ne respiri la puzza, non ha molto di poetico!

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  4. Eppure io leggo molta realtá anche nella seconda lirica, forse perché mi sfugge il significato del mito, che non conosco, forse perché ho provato quella malinconia, fa parte della mia cittá e non é negativa, é una malinconia molto dolce che si respira tra la salsedine e la resina… e quel tintinnare, se chiudo gli occhi lo sento, sono le barche allacciate al porto che si dondolano brindando alla luna. Tanto la prima foto quanto la seconda sono bellissime, sono parte di uno stesso presepio, hanno la stessa poesia e la stessa malinconia. Alberta

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  5. si pensi solo a quelle pietre….dapprima lucide, schive ma generose e poi melanconiche…nella prima lirica dalle pietre si passa ai pescatori, mentre nella seconda lirica le pietre stanno quasi a chiudere ogni rapporto con la natura (e la foto lo dimostra) quasi per sottolineare che non si è in grado di vivere fuori dalla situazione di cui si è vittima

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  6. Io so solo che quei versi, i primi versi mi consolano e sono una carezza al cuore:peccato! Peccato che il poeta così non li colga perchè la consolazione naturalistica potrebbe essere un rimedio contro l’angoscia del vivere. Questo è un indimenticabile scorcio della vostra splendida Liguria. Molti l’hanno immortalata…peccato che Carlo non riesca a godere di tutto ciò e che solo nel mito egli possa trovare rifugio. Solo il mito. Non la realtà, bella, bellissima, che lo circonda e di cui anche lui è parte!

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  7. Quando cammino lungo i vicoli della mia cittá con mio marito, mentre le luci della sera si accendono come in un presepe, o mentre le persone si raggrumano come formiche all’uscita di quel negozio che tutti conoscono, per salutarsi una volta ancora perché un nuovo giorno é ricominciato… o quando cammino sul lungomare, mentre le mie bimbe giocano con la semplicitá del sole (che da queste parti é un pó piú raro)… amo la mia cittá perché la vedo attraverso i loro occhi. Che cosa amo della mia cittá?…amo l’odore del mare, ha un’odore particolare, particolare perché lo conosco bene e perché per me é riconoscibile tra tanti mari. Ma sebbene questo cielo vibri d’amore, le pietre non appartengono neppure a me o forse sono io a non appartenere alle pietre. C’é un filo molto sottile che lega gli abitanti di un piccolo paese che si affaccia al mare, cosí sottile da non poterne trovare il capo. Sia io che mio fratello non sappiamo una parola di dialetto, non é mai stato parlato in casa perché mia madre é toscana…mia madre é toscana e per quanto abbia vissuto ad Arenzano da cinquant’anni e piú, é tutt’ora trattata come una straniera.
    La mia cittá é odio e amore, é un vincolo di sangue che si confonde nel brusio di volti che sembrano familiari ma che non conosco affatto e che si accende come un faro sul molo che invade il mare cosí che io possa vedere meglio le luci delle lampare. Alberta

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  8. ed oserei dire che nella prima lirica arriva il “miracolo”, c’è un miracolo che si ripete ad ogni alba, il miracolo della vita che il poeta nella seconda lirica non è in grado di cogliere, purtroppo:nessun aroma pungente, nessun prodigio anima il poeta, solo pietre.

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  9. non appartiene il poeta a quelle pietre:egli prende coscienza della propria inesistenza e trova ripiego solo nella malinconia. Non diventa più scontato allora il rapporto conoscitivo con il mondo e con gli uomini, cosa che invece è sottesa a tutta la prima lirica.

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  10. nella seconda lirica c’è tutto il dolore di chi si vede come un manichino, pedina di un gioco di cui non ha capito ancora le regole:troppo impegnato è il poeta per rispondere a tono alla prima lirica. Quasi fa finta di essere estraneo alla propria terra, come se si scusasse, come se chiedesse venia per non riuscire a viverla come vorrebbe

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  11. sono versi in cui si riproduce una musicalità, una musica “ingorgata”, come se il poeta volesse penetrare proprio nell’essenza della sua città, ma non solo…il poeta desidera farsi portavoce della sua gente, esprimendo la loro natura generosa legata al mare e ai monti.

    E’ infatti un mare che sa di resina:mare e monti rappresentano un’unica cornice per arenzano, esprimono il radicale attaccamento alla terra ma esprimono anche il tema del viaggio, la speranza di chi pesca, di chi parte ma che sempre vuol tornare…ed in questo la poesia è davvero espressione genuina ed alta di chi sente e vive con amore la propia terra. Nicola P.

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  12. è tutto uno scorrere la prima lirica, dai monti, giù, verso il mare. E’ uno sguardo, quello del poeta, che parte dall’alto, dal cielo, dalla sommità dei pini e che scende fino alla profondità del mare dove le reti si tingono di rosa, laggiù dove cielo e mare sono un tutt’uno.

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  13. e su questa Arenzano accesa di luci e colori l’alba sorge come una catarsi grazie alla quale i sogni diventano speranza seppur tinte di sudore…ed il sudore dà forma e concretezza ai sogni!

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  14. forse è un viaggio verso il basso, nel senso che si scende verso le radici della propria terra, verso le proprie radici. Le radici della propria storia. Fabio

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  15. Caprono aveva celebrato una Genova in salita, qui si celebra un Arenzano in discesa:non si sale, non c’è nulla di troppo elevato e irraggiungibile, ma il poeta si china verso il basso e vi si immerge in quel mare, in quel vociare, in quei vicoli come in un bagno ristoratore.

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  16. per me la prima lirica rappresenta un’icona splendida:Arenzano è segnata da vichi notturni, dal profumo del mare e dei pini. Sono versi che sprimono religiosità e voluttà allo stesso tempo.

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  17. e non coglie il poeta di Estraneo quella bella conclusione de “La mia città” che sta nel senso dell’abbandono e della speranza che la poesia può ancora riservare a chi si affaccia a quella finestra sul mare e sui monti.

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  18. Il discorso lirico è di grande suggestione, ricco di immagini e percorso da una vena di contenuta commozione. La città – nella prima lirica – è vista come simbolo di un ritorno alla natura che permette il recupero di quel minimo di risorse sentimentali la cui assenza porta a quella eccessiva assenza di affettività della seconda lirica.

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  19. Come in Saba qui c’è uno sforzo di innalzare una misera cronaca esistenziale…forse mi sarei aspettata una replica più frizzante, visti i primi versi carichi di vitalità. Costanza

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  20. La seconda lirica affronta un tema tipico di Saba (vedi Trieste; non a caso prima Renato accennava a Caprono, Sbarbaro, Montale, Campana…), quello dell’io separato che guarda da lontano gli oggetti:qui c’è una separazione dolorosA, IL POETA SI SENTE ESTRANEO, NON APPARTIENE ALLA SUA CITTà. Al contrario nella prima lirica il poeta si allontana solo un poco dalla città ma con lo scopo di poterla vedere in tutta la sua interezza, per poter gettare su di essa uno sguardo amoroso e benevolo.

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  21. Nella seconda poesia invece leggo i versi di chi si sente attratto ed escluso, impossibilitato a vivere fuori dal suo ambiente ma anche incapace di immergersene completamente.

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  22. La prima lirica vede versi liricissimi di chi ama la propria terra, si sente in essa radicato, ha in essa i suo nido e ne conosce e ne ama la natura e le persone.

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  23. penso a tutti coloro che hanno raccontato la loro terra…qui si avvertono i profumi, le luci e i rumori di Arenzano…una terra che non conosco, che non è neppure la terra di Giulia…eppure l’ha descritta con un amore che sa di viscere e di radici,come se fosse una mamma adottiva!

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  24. niente amanti….è solo un pretesto! Siamo in clima elettorale e Carlo forse vuol solo sottolineare che gli inciuci tra Giunone e Venere non sono poi così distanti dal mondo umano, come non è distante l’atteggiamento di Venere che accetta di buon grado sapendo che la volontà del fato non può essere nè frenata nè vinta. E’ una poesia sconsolata quella di carlo, la poesia melanconica di chi si sente sconfitto ed estraneo dal poter fare qualcosa per la sua città…io la leggo così. La prima poesia invece è davvero toccante e bella, io credo che Giulia l’abbia scritta per dire a Carlo:”Guarda che bello il luogo dove vivi, il luogo per il quale ti stai adoperando, guarda quanto val la pena di lottare in questi giorni ed in futuro per tutto ciò!” Forse è un incitamento…quel tingere di rosa le sudate reti è un atteggiamento comunque che sottolinea la speranza…senza speranza appare invece Carlo, che trova consolazione solo nel mito, ma non nella politica.

    Chiedo cento volte scusa se ho interpretato male i vostri versi.

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  25. è una citazione virgialiana, nel canto IV dell’Eneide Giunone chiede a Venere di favorire l’amore di Enea per Didone, in modo tale da proscrastinare l’arrivo di Enea in italia e la fondazione di Roma che sarebbe diventata nemica di Cartagine

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  26. Il dolore che è però nella stessa gioia di appartenere alla propria terra, di essere parte di essa, di essere fiero di essere nato e vissuto in quella terra. fabio

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  27. Le pietre della città appartengono al cittadino come la malinconia, come uno stato d’animo di impotenza, di rassegnazione, come se si sapesse da sempre che la città non è mai solo nostra, non la si conosce mai così bene..forsre non si conosce neppure la sua gente…Giulia

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  28. lucidi di sudore che brilla al sole o alla luna, schivi perchè dal mare non ci si può mai aspettare tanto, mutevole e cangiante com’è, generosi, come le loro reti…bellissma questa similitudine tra paesaggio e paesani. Alberto

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  29. …e questi vicoli che scendono giù, che scivolano vocianti nella notte nera…sembra che il poeta scivoli nella notte insieme a loro, che scivolando comprenda meglio le pieghe, gli angoli ancora sconosciuti della sua terra. Carlo

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  30. mi colpisce come questa città possa sporgersi verso il mare, in un abbraccio, come se volesse cullarlo, come se al mare dovesse la sua stessa vita…le città di mare sono così devote al mare proprio perchè da esso ricavano mezzi di sussistenza. Elisabetta

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  31. bellissima descrizione della città, mobile, volubile, la città sembra scivolare coi suoi rumori e profumi sotto gli occhi esterefatti del lettore. Una città che nella prima lirica si vive, si ascolta, nella seconda la si guarda, impotente…

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  32. la città come uno stato d’animo, la città come qualcosa di cui ci si sente parte e che non si può possedere nella sua totalità, la città come radici, come identità…la città che vibra, che pulsa…bellissimi versi, di un lirismo sconfinato. Nicola P.

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