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Orfeo/Canto d’amore


Orfeo

Accordato con la pioggia
non suono più
se non la vita
di un legno imbarcato
anche per il fuoco.
Ma vinsi d’amore
la triste Proserpina
e conobbi i misteri
di Zeus e di Altri.
Cosa mi servì
non so dire
se non a scrivere
la fine
di questa melodia

Canto d’amore

Esametri d’amore
canterò per te
sulla cetra di Orfeo
sull’arpa a dieci corde
imenei innalzerò
fino al Cielo
ma tu rispondi
presto
chè breve è
il giorno la notte
è eterna

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  1. Ci vuole passione e curiosità, studio serio e costante…ci vuole che si tocca il fondo dell’umanità, spesso si vedono cose aberranti ed allora ci si rifugia nei classici per trovare conforto oltre che risposte…e più leggi più ti vien voglia di leggere, il cerchio della conoscenza si allarga ogni volta che un testo entra nel tuo bagaglio culturale e ciò che è bello è che il cerchio non si restringe ma si estende ad altri cerchi, spesso le circonferenze diventano tangibili e gli scambi arricchiscono come in questo caso!

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  2. sono io che ringrazio perchè sto imparando un mare di cose e stimolate il mio cervello a farsi una cultura…ma quanto bisogna leggere per imparare tutto quello che sapete voi? Teatro, prosa, letteratura..ci vuole una vita intera! Marta

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  3. Perdonate l’intrusione – non è nostro costume! – ma l’emozione nel leggervi è stata così immensa che non posso tacere. Innanzitutto nessuna scusa! Si parte dalle nostre modestissime produzioni per arrivare a rivangare il nostro patrimonio culturale:penso che senso più bello a questo blog non potevate donarlo! E’ stato davvero magistrale ciò che tutti voi oggi avete creato e non abbiamo parole per ringraziarvi della bellissima lezione che ne è venuta fuori. Non credo che nella mente di Carlo ci fosse un’aspettativa simile quando ha scritto i suoi versi, nè tantomeno la mia replica mi pareva degna di alcunché, ma ora che leggo le vostre riflessioni mi vien voglia di ricordare a tutti gli studenti che ci seguono anche altri autori che hanno, per così dire, indugiato su Orfeo. Penso a Shelley, che dedicò ad Orfeo un’ode, a Hugo, che in Dieu, fece del poeta un simbolo della libertà contro l’oppressione della tirannide, penso a Cocteau ed alla sua commedia Orphèe, nella quale il mito viene rimaneggiato fino a passare dalla dimensione eroica a quella del quotidiano (processo che a me e a Carlo è molto caro!). E poi mi viene in mente l’Eurydice di Arnouilh, l’Orpheu negro di Camus, quello descending di Tennesse…fino a Gesualdo Bufalino (che consiglio ai nostri giovani amici di leggere) autore di Il ritorno di Euridice, racconto nel quale il crudele Orfeo, tenacemente avvinto alla propria arte, recita un falso dolore, voltandosi, in realtà, apposta…chissà quanti altri ne abbiamo dimenticati, ma ciò che importa questa sera è che la coralità del nostro canto ha fatto nuovamente rivivere un mito e la cetra di Orfeo oggi ha suonato talmente in modo sublime che dall’Ade Proserpina di certo ancora una volta si è commossa. Grazie a tutti voi dal profondo dei nostri cuori! Giulia

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  4. Vede, figlia mia, la melodia è talmente bella e sublime che finisce solo nel momento in cui giunge a Dio! Chiunque quando scrive scrive per questa tensione, per riuscire a raggiungere qualcosa di immortale…Orfeo cantava per vincere la morte! E’ questo il senso del mito:vincere la morte con l’eternità del canto…ho compreso bene il suo punto di vista ma volevo specificarle il mio perchè temo di non essere stato sufficientemente chiaro in precedenza e di questo vi prego di perdonarmi tutti. Chiedo scusa anche a Giulia e Carlo perchè di fatto questa nostra chiacchierata ci ha portato a parlare del mito più che delle loro liriche, ma del resto dal mito siete partiti, dalla Bibbia siete passati, affiancando l’epica e la lirica antica. Scusateci, ma è stata credo anostr modo un a maniera per rendervi maggiormente lode! Il mito racchiude le origini della religione e delle storia di un popolo, pertando pur narrando il verosimile possiede alla base una sua verità, perchè esso fa riferimento sempre a realtà esistenti. Esso viene tramandato di generazione in generazione, dapprima in forma orale, poi per iscritto senza subire modifiche dall’archetipo originario. Ma ciò che più di tutto conta è che il mito è patrimonio di tutti i popoli antichi ed ancora oggi ha molto, molto da insegnare e tutti noi riceviamo sempre una lezione dal mito…ed anche se non ha un lieto fine poco importa…continuiamo a narrarle per secoli perchè sono parte delle verità a cui siamo giunti.

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  5. Ma come si puó cantare una melodia se non la si finisce? Io il finire l’ho inteso come un adempimento, per lasciare una pagina di noi a quelli che verranno cosí da restare in vita anche dopo la morte ma credo il messaggio sia diverso, almeno da quanto mi pare di capire dai bellissimi commenti. Ragazzi, siete proprio fortunati ad avere professori cosí appassionati, spero che ve ne rendiate conto!

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  6. come capita infatti in Pavese, dove Orfeo al cospetto di una baccante spiega il significato della sua catabasi, che altro non è che il riconoscere il suo passato, al fine di un ritorno catartico sulla terra.

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  7. In epoca rinascimentale poi il Poliziano scrissse la Favola di Orfeo, primo esempio di letteratura drammatica con argomento profano. >E qualcuno mi pare che abbia già fatto riferimento al Romanticismo che fece di Euridice il paradigma dell’amore sublime ed eterno

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  8. A proposito di Orfeo dobbiamo anche ricordare che esso viene citato da Dante e da Petrarca che ne sottolineano la forza persuasiva ed educatrice del canto, quell’intento paideutico che già Virgilio aveva messo in rilievo.

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  9. …dipende a parer mio dalla sincerità e dall’autenticità dell’affetto che abbiamo nutrito in vita..dopo la morte continua il diaogo tra padre e figli, tra madre e figli, tra moglie e marito…se il rapporto, se la relazione da viva è stata autentica relazione, sincero amore, questo dialogo non può che continuare ad essere fecondo anche per i posteri…la qual cosa dona a tutti noi una certa speranza! Furio

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  10. Nel dialogo di Carlo e Giulia invece si sottolinea proprio il contrario…il dialogo deve esserci da vivi e continuare anche da morti…come se un filo sottilissimo non si spezzasse mai…ma sarà poi possibile? Lidia

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  11. ceto, ma con una grande differenza: che in Virgilio Euridice partecipa con intenso pathos al momento dell’addio, mentre in >Ovidio resta solo un’ombra, come separata da Orfeo e questa assenza di dialogo tra i due coniugi sembra sottolineare la barriera invalicabile tra mondo dei vivi e quello dei morti. Enrica

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  12. Proviamo a vedere se riusciamo a partire dall’idea del mito per indicarne tutte le sue possibili evoluzioni. Abbiamo parlato di Platone e Virgilio…chi parla di Orfeo in seguito? Enrica f.

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  13. Per entrambi gli aspetti Orfeo è colui che è in grado di sovvertire l’ordine stabilito delle cose:con la poesia e la melodia del suo canto piega a sè gli elementi della natura ed infrange le leggi inflessibili dell’oltretomba, salvo poi andare incontro al fallimento della sua missione. Nel nostro dialogo, c’è l’idea del fallimento (il legno imbarcato) ma c’è anche la pinta a infrangere la leggi di natura, con questa ascesa che è però consapevole di una notte perpetua…fortissima è la tensione che abbiamo al Cielo, e dobbiamo credere di raggiungerlo questo cielo, perchè se invece pensiamo che è qualcosa di irraggiungibile e che di noi tutto sparirà allora la nostra vita non ha davvero senso. E raggiungerlo significa terminare la melodia terrena, una melodia che si innalza a Dio, non fine a se stessa, una armonia che innalzi l’uomo stesso ad un sentimento di purezza che lo avvicici e che lo facia riconoscere in Dio stesso…l’amore terreno può portare a ciò, magari sotto forma di sublimazione, ma può innalzare al Cielo.

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  14. sì, ma qui bisogna fare riferimento ad un altro passo del Simposio, quello in cui Platone parla primo di Orfeo e afferma che l’eroe non ebbe il coraggio da dare la propria vita in cambio di quella dell’amata – come invece aveva fatto Alcesti nei confronti di Admeto – e volle scendere da vivo nell’Ade, ma si mostrò troppo debole e venne punito dalle Baccanti. Da questo passo emergono due caratteristiche fondamentali del personaggio: l’esercizio dll’arte, poesia e musica, ed il legame col mondo dei morti.

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  15. più o meno vanitas…perchè Virgilio pur riconoscendo la caducità delle cose e degli uomini eterna la poesia a canto immortale…e quel “TE” della seconda lirica ha proprio questa funzione:esaltare in eterno qualcuno che si è amato! Amare in eterno chi ha rappresentato la nostra metà.

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  16. Da una parte mette in luce la virtù animatrice della poesia che ha il potere di ridestare a nuova vita gli esseri insensibili, dall’altra sottolinea l’impossibilità dell’uomo di realizzare i suoi ideali che spesso svaniscono e si dissolvono proprio nel momento in cui stanno per essere raggiunti.

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  17. non saprei..la mia ignoranza mi ha richiamato alla memoria solo il Cantico dei Cantici che celebra appunto la vittoria dell’amore sulla morte…aiuto!! Marta

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  18. Direi che questo è sacrosanto…altrimeti la scuola e l’istruzione perderebbe davvero il suo valore intrinseco. Virgilio si serve di questo mito per testimoniare senza dubbio la forza dell’amore che vince persino i confini della morte, ma assume anche un duplice significato simbolico…sapete indicare quale?

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  19. Circa il mito vorrei solo ricordare un passo di >Epicuro:” Nulla di nuovo avviene nell’universo rispetto a quanto è già accaduto nel tempo infinito”. Mi pare che sia proprio questo il messaggio sotteso al dialogo dei nostri due amici.

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  20. proprio perchè la vita non si dissolva in se stessa la melodia non deve finire, cara Alberta…almeno, così io percepisco questo dialogo. Orfeo muore ma non il suo canto:i gorghi del ruscello (quel ruscello che potrebbe essere quello del post di ieri!) risuonano del nome di Euridice. Bisogna lasciare qualcosa, fosse anche solo la flebile eco, che possa essere memoria di noi, canto imperituro…lei ha due splendide figlie:sono il suo canto, unito a quello di suo marito…non è bellissimo portare dentro al cuore questa consapevolezze e poter dire a suo marito:”Guarda che creature abbiamo accanto a noi.Io canto, rispondi al mio canto, coinvolgiamo anche loro e quanti amiamo!” Io lo trovo straordinario!

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  21. Anche io purtroppo non só molto di mitologia e sicuramente non sono in grado di spaziare nei riferimenti come state facendo tutti voi, leggo la pagina e cerco di soffermarmi su ció che mi colpisce…ció che mi colpisce é proprio il poter finire la melodia, perché poi é questo il senso della vita, é questo che fa si che la nostra vita non si dissolva nel vento, fine a se stessa ma continui a vibrare per le generazioni future, come le corde dell’arpa, come una tela impregnata di vissuto, di vita di morte, di quei colori che sono stati l’espressione di quanto piú divino e umano c’é in noi…cosí che da quella finestra di cielo minaccioso i nostri figli possano riuscire a scorgere sempre, e sottolineo il sempre, un raggio di sole, cosí che possano rendersi conto che in effetti il sole é ancora piú mozzafiato se visto attraverso il nero delle nuvole. Vedo tanta speranza in questi versi, piú che speranza, la consapevolezza che le traccie dell’umanitá sono un mezza per innalzarsi, per innalzare il nostro canto a Dio che ci da l’opportunitá e il talento per finire la melodia. Alberta

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  22. “Certo l’ira di un nume ti perseguita;tu sconti gravi colpe!”…così inizia Virgilio il suo racconto di Orfeo nelle Georgiche, che non a caso è un poema didascalico giusto in esametri! Il mito di Orfeo conclude il IV libro delle Georgiche e si innesta sull’episodio di Aristeo, un agricoltore che vede improvvisamente morire le sue api. Virgilio volle che tanto fosse l’amore di Orfeo per la sua donna che anche dopo che il capo era stato staccato dal collo la sua lingua continuasse a pronunciare il nome di Euridice. Continuasse, in futuro, per sempre, a sugellare un qualcosa di imperituro…non si ferma Orfeo, il suo canto non ha fine, nè oggi nè mai. Il mito ha una precisa motivazione didattica..lascio ai ragazzi libera espressione! Lancio solo un amo! Bellissimo post! Emilio

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  23. “Non suono più” e poi “Canterò, innalzerò”…solo un presente “Ma tu rispondi”…la cultura, la storia, come dice Paolo, parla, ci parla, ci forma, ci plasma. Questo dialogo parte dalla constatazione della nostra fragilità, del poco che siamo per risollevare queste stesse nostre peculiarità innalzandole ad una sfera che eterna la nostra humanitas. Lo si fa attraverso un gioco di tempi verbali, attraverso richiami testuali che alternano vittimismo e titanismo, forze dicotomiche che ci offrono la misura di quanto siamo ma anche delle potenzialità che sono state messe a nostra disposizione. La stessa dicotomia è presente nel chiasmo che chiude il dialogo:siamo un incrocio di umano e divino, la nostra mente è capace di spaziare ovunque…va oltre lo spazio ceruleo di quello splendido cielo, supera lo strato delle nubi e si pone domande, si dà risposte…questo è essere coscienti delle nostre fragilità ma anche delle nostre potenzialità ed è questo che i giovani devono apprendere dai vecchi! Con rinnovata stima. Nicola P.

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  24. Canterò per te…anche dopo la morte…non è vero che ci si ritrova nello specchio come un legno imbarcato, ciò che conta è che si è avuta la possibilità di cantare, di alzare a qualcuno il nostro canto…Dante lo fece con Beatrice e poi cantò Dio…siamo di passaggio su questa terra…cantiamo angeli che ci fanno conoscere note celestiali e ce le lasciano in eredità! Salvatore

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  25. Quello che sempre mi colpisce e stupisce è la capacità di inserire in pochi versi richiami a più testi, a testi anche tra di loro così diversi:Virgilio, Catulllo, i Salmi…si parte da un mito, lo si fa proprio, lo si attualizza, l’esperienza dell’eroe diventa la nostra e in tal modo si attua una catarsi…è bello il vostro dialogare, è fluente e mi fa cogliere quanto di bello c’è nell’humanitas che Cicerone andava prendicando e che i luminari del quattrocento hanno ripreso…l’educazione si fa sul passato, attualizando il passato. Con immensa ammirazione e stima. Enrica F.

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  26. Non rimane che il canto, il canto che non è più rivolto alla terra o al regno di Proserpina, ma al Cielo, un canto che è melodia della nostra coscienza, armonia della nostra anima che entra in sinergia con l’anima universale! E seppure sia un canto triste perchè siamo privati dell’oggetto del nostro amore esso rimane comunque CANTO, frammenti di esametri ed imenei, capisci?, un canto che è fatto di STORIA, la nostra STORIA, DI CULTURA, quella che negli anni ci ha formato, un canto che è la melodia del nostro cuore, di ciò che abbiamo provato, della gioia vissuta, dello sconforto provato, della tenacia nel continuare a cantare…questo è l’uomo, bimba mia, così celebriamo l’umanità fragile che ci tesse come un velo, pronto ad esser spazzato via dal solo buio della notte…ma credo che valga la pena, quella pena di cui ha fatto esperienza Orfeo, di vivere per poter almeno impare a comporre un canto d’amore nel quale la nostra anima canti se stessa celebrando un’anima che le abbia fatto fare esperienza di Dio…Giulia ha messo davvero tanto nella sua lirica, Carlo prende spunto dal mito, Giulia prende spunto da più “miti” quasi a voler sottolineare che il canto è uno solo e come qualcuno ha già detto non conosce la diversità dell’idioma, ma ha un solo linguaggio, quello puro, PURO, DELL’ANIMA.

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  27. Ma una volta privati di ciò che amiamo, una volta soli, quale speranza? Quale canto? Si cerca di afferrare l’attimo proprio perchè si è consapevoli della morte, ma quando essa ci strappa dalle braccia chi amiamo come possiamo sopravvivere? Alice

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  28. Per Sua bontà è assai misericordioso e ci dona sempre una possibilità…ecco perchè all’amarezza ironica di una visione pagana della vita si contrappone una fiduciosa speranza prettamente cristiana…che il nostro destino sia la morte non è una riflessione banale, ma un punto di partenza per le più importanti filosofie ellenistiche, che avevano come punto di arrivo proprio la felicità umana!

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  29. E’ Catullo, Federico, che nel carme V esorta Lesbia con queste parole: Vivamus atque amemus! Vita ed amore sono nel primo lirico del mondo latino associato, ma di fatto la vita per Catullo non è altro che canto ed una volta cessato il suo canto, una volta che il suo canto rimane senza eco, per il tradimento di Lesbia, egli non iù ragione di vita, proprio come non ne vedeva più Orfeo ivato della sua Euridice. Nella letteratura romantica il canto ha ragione di esistere se è ispirato da qualcuno, quello stesso qualcuno che ci dona la forza di sopravvivere ad una vita che spesso ci copre di umiliazioni…

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  30. Chi è che ha scritto quest’ultimo verso? Non riesco a ricordarlo, mi aiutate? C’è tantissimo di ciò che ho studiato a scuola in questo post! Un gran “volo” (mi riferisco alla bella foto) nel passato! Federico

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  31. Le due liriche sintetizzano con diversi approcci una delle più commoventi storie di amore e morte. Mi pare di fondamentale importanza sottolineare che in entrambi i testi c’è sottesa questa verità: contravvenendo alla precisa disposizione divina Orfde la sua sposa per sempre. Tutto ciò che rimane è solo la morte, tempo per la morte, perchè la vita, che altro non è che canto, alla fine sparisce, come se tutti fossimo destinati a rimanere afoni, èidola, come ben affermava Achille ad un commosso Ulisse in visita nell’oltretomba! L’amarezza sta nel constatare che la nostra fugacità non permette omissioni e tantomeno distrazioni…l’eremita si crede eterno e così facendo pecca di presunzione. Eterno è solo l’amore di Dio verso i Suoi figli…non siamo nnati a perpetua nox dormienda!

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  32. a me pare che la prima lirica sia molto “eremitica” e la seconda più “abelardesca”, il tono e lo stato d’animo rispondono bene all’ultimo post dell’eremita! Vedo la disperazione di un uomo o di una donna che hanno investito la vita in qualcosa, l’hanno data per un ideale…quante volte va male, eppure non ci si arrende:ci si può ripiegare su se stessi e constatare che si è legno imbarcato e si può incitare una risposta, ma anche se l’atteggiamento è profondamente diverso credo sia fondamentale credere nel valore di ciò che è stato il nostro canto, di ciò che esso ha dato a noi, se non altro una ragione di vita e d’amore! Corrado Fadda

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  33. nella foto i contrasti sono forti:azzurro, bianco e nero, danno l’idea di una spaccatura, di una dicotomia. Questo mi ha fatto pensare all’uomo ed alla donna, alla diversità che tra loro intercorre, alla cesura che c’è stata tra Eloisa ed Abelardo, tra Orfeo ed Euridice…eppure queste coppie sono state unite da un amore senza fine, che è andato oltre la morte. Cosa c’è oltre la vita? Spesso mi piacerebbe sapere se all’interno di quello spicchio azzurro ci sarà spazio anche per me ed i miei cari…poi penso che dovrei sempre tendere a quello spicchio invece che infognarmi tra le cose di questa terra che sono pure talvolta un po’ fangose…oggi volgerò più di sovente gli occhi al cielo e a modo mio cercherò di cantare. Grazie. Rossana

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  34. Io non conosco bene il mito, ma i Salmi sono quasi il mio pane quotidiano e quindi vi riporto il 92, il Cantico del giusto, che così recita:” E’ bello dar lode al Signore/ e cantare al tuo nome, Altissimo/ annunziare al mattino il tuo amore/ la tua fedeltà lungo la notte/ sull’arpa a dieci corde e sulla lira/ con canti sulla cetra./ Perchè mi rallegri Signore con le tue meraviglie/ esulto per l’opera delle tue mani”.
    Ecco…voi direte che con Orfeo c’entra poco e niente, ma la seconda lirica parla dell’arpa a dieci corde, del giorno e della notte ed ho pensato che come Orfeo cantava per amore di Euridice, così ogni cristiano canta per amore di chi ama e per amore di Dio. Il primo canto da innalzare all’alba è quello per Dio, l’ultimo, a tarda sera, pure! Il cristaino è soprattutto un uomo che canta, canta nella gioia e nella disperazione, trae forza dal suo canto e infonde forza a chi gli sta accanto…vedete poi che è semplice passare dal mito alla Bibbia! Quell’angolo di azzurro è lo squarcio che apre in Cielo il canto del figlio verso il Padre! Una buona notte a tutti. Filippo

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  35. il mito di Orfeo mi ha sempre fatto arrabbiare:uno riesce a vincere gli dei, a commuoverli con il prorpio canto, la propria arte, riesce a piegare la loro volontà grazie a un sublime dono e poi viene privato della felicità per una distrazione, per una premura, per essersi girato per assicurarsi che lungo quel percorso accidentato la sua sposa lo seguisse…com’è umano Orfeo, con quella sua premura di innamorato e come sono spietati gli dei greci!Non ha vinto la sua debolezza, pover’uomo, temeva per Euridice e così gli è stata tolta per sempre…ed allora che facciamo noi? Non perdiamo tempo, non lasciamo andare le occasioni preziose per amare, per mettere al servizio altrui i nostri talenti…perchè si fa presto a far del nostro legno un pezzo di cenere…la pioggia scende e con essa la notte, ma l’eco del nostro canto, se sincero e veramente ispirato, non tramonta mai. Buona notte a tutti e che domani ci sia uno sprazzo di azzurro per tutti gli amici, proprio come quello di questa bellissima foto! Alessandra

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  36. servì, eccome! Il canto di Orfeo servì ai posteri, la lezione che duramente egli apprese ancor oggi è attuale…solo la morte chiude tutte le porte, ma l’amore è più forte della morte, e dopo la perdita di Euridice ad Orfeo non rimane che la sua cetra…ma questa ancora oggi ispira un canto d’amore, universale e sulla sua cetra mitologica si inseguono esametri ed imenei nella gioia quasi dionisiaca di un rinnovare la vita per sfuggire alla morte…perchè questo rappresentava Dioniso:la gioia sfrenata, l’impulso, la passione, l’affermazione egocentrica dell’uomo sulla morte…l’uomo che moriva ma solo per la passione che lo sopraffaceva…questa è la morte degna di un uomo, una morte che giunge dopo aver molto e ben vissuto…si rimane legni imbarcati, ma il legno ha amato, ha vissuto e anche nel fuoco farà fiamma…il canto d’amore lo cantano universalmente tutti, in tutte le lingue, in tutto il mondo, con o senza strumenti sempre celebriamo con la musica chi amiamo, con le note e coi versi, con versetti di salmi piuttosto che con gli esametri virgiliani…Orfeo muore…non muore il suo canto!E se prestate attenzione al cielo vedrete anche voi nei giorni di vento le nuvole rincorrersi formando buffe sagome di ovatta…talvolta una cetra disegnano! (Foto splendidamente eloquente!) Carlo

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  37. Che il canto sia sempre d’amore, come quello di Orfeo per riportare in vita Euridice…che il canto non sia mai fine a stesso, ma trasmetta una lezione per ogni ascoltatore…che la poesia si faccia canto, il mito si faccia verità…la poesia è in grado di far rivivere verità che credevamo solo per gli antichi, ma nulla è cambiato dai tempi di Zeus…l’uomo vorrebbe sempre trattenere la vita, l’amore e sfuggire il più a lungo possibile quella eterna notte. Buona notte a tuttti. Riccardo

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  38. sto guardando la foto…vedo le preghiere che Orfeo rivolse al cielo, la luce della speranza che nutrì prima di scendere giù da Proserpina, la selva minacciosa che dovette attraversare prima di poter rivedere la luce con la sua amata al fianco…che nere quelle nuvole…che ristezza mi trasmettono, nera ed eterna notte senza Euridice…a che servono i nostri talenti se non li mettiamo a disposizione di chi amiamo? Con affetto…un abbraccio a tutti e due. Costanza

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