L’eremita (Parte seconda) (Scena unica – parte quarantanovesima)

Albero su ponte Negrone


L’eremita
Gli Angeli soffrono per le nostre privazioni? Voglio dire…come reagisce  l’Angelo custode quando si rende conto che la nostra vita è in pericolo oppure che la stiamo buttando via…oppure che so…che stiamo patendo la fame o la povertà…che ogni nostro sforzo è vano…che siamo depressi e soli… vecchi ed abbandonati…malati e agonizzanti…

Abelardo
Te l’ho detto… gli Angeli pregano Dio con un fervore che non può rimanere inascoltato…

L’eremita
Sì…ti ho sentito…ma il mio cuore è rimasto sordo e perplesso, dato che i risultati delle Loro preghiere non mi sembrano poi così clamorosi…scusa il sarcasmo, ma a me pare che il mondo sia composto da tanti piccoli Giobbe…anonimi però, perché di Giobbe lodiamo ancora la pazienza, di loro invece…mi sembra che siano tanti steli secchi tutti uguali, tanto uguali che nemmeno il vento riesce a distinguere…

Abelardo
Da una persona come te mi aspettavo davvero meno luoghi comuni…dei luoghi comuni hanno bisogno coloro che non credono… per illudersi di essere sulla strada giusta…ma senza Dio non può esistere una strada giusta…senza Dio c’è il buio…anche se ci sono le stelle e la luna…anche se conoscessimo tutte le rotte del’universo ed avessimo astronavi così potenti da raggiungerle…non potremmo aggiungere un solo secondo alla nostra vita…ma Dio lo può…ecco di che cosa si interessano gli Angeli, della nostra Vita…quella eterna…non pregano di certo per le nostre necessità terrene… sarebbe ridicolo visto che esse durano lo spazio della vita di una farfalla di fronte al Tempo che conta… non è questo il Loro compito…Dio è stato chiaro nel Paradiso terrestre, dolorosamente sincero con l’uomo e non ha inviato gli Angeli a mutare il destino dei figli di Adamo… semmai ha inviato Cristo che ci ha insegnato a morire in santità, non certo a soddisfare i bisogni del corpo che in Lui non è mai stato così maltrattato e fragile…Cristo ci ha chiesto di perdonare e gli Angeli pregano Dio di infonderci la forza…la forza di staccarci dalle esigenze effimere e di perdonare chi ci ostacola nel percorso terreno…anche perché spesso, seppure inconsapevolmente, non fanno altro che il nostro bene…ma non è facile comprenderlo… ci vogliono dei traduttori celesti che sappiano riportare a Dio il linguaggio delle cose per quel che è… per quel che veramente ci sta facendo…non è facile interpretare i fatti per chi non si sente un destinatario privilegiato…per chi si sente un escluso… e così gli Angeli pregano Dio quasi per ricordare a Lui che c’è un progetto…
Ed il progetto è soprattutto condivisione… gli Angeli pregano l’umano ed il Divino affinché condividano la Salvezza…perché Dio non può salvarci se non lo desideriamo dal profondo del cuore…ed ogni nostra preghiera fa da eco in un certo qual modo a quella celeste… c’è l’armonia tra le corde, il suonatore e la cassa armonica…così nasce la musica, la melodia che vince la morte.

L’eremita
Insomma mi vuoi dire che avremo un Angelo custode anche in Cielo e che questa è solo una breve ed insignificante tappa?

Abelardo
Pensa di essere sul ponte di una grande nave in mezzo alla tempesta… e che il sole non stia più nel Cielo…che non esistano le stelle…né le carte di navigazione,  e nemmeno le bussole o i sestanti…se ti accadesse di trovarti in una situazione simile che cosa faresti? Ti lamenteresti con Dio o cercheresti di sopravvivere? Io credo che ti ingegneresti per sopravvivere pur avendo la sensazione che il tuo destino non dipenda da te… che la nave insomma non debba affondare per non pregiudicare definitivamente i tuoi sforzi…
Se ben ti ricordi all’inizio dei Tempi c’era il buio…il buio circonda ancora la luce… e la luce ha bisogno di una nave solida per sorreggere chi ha intrapreso il cammino luminoso…la nave si muove in questo percorso infinito e la Salvezza non può certo dipendere da un breve tratto di mare e dalla nostra caparbietà… ci vogliono dei marinai capaci che sappiano eseguire gli ordini del comandante con sollecitudine ed il massimo zelo… questi sono gli Angeli, mentre noi siamo solo fragili passeggeri di un eterno viaggio. Non possono certo evitarci il mal di mare se abbiamo bevuto e mangiato troppo… possono solo indicarci il pane secco e le acciughe sotto sale… ma sta a noi credere e vivere nell’impossibile semplicità.

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Ca’ di Zembi

Talvolta le cose che gettiamo via ritornano sulla nostra strada e ci salvano la vita… Carlo

Ci impiegano tre giorni! Lì per lì senti solo male, il colpo è violento, ma poi il dolore passa….tutto passa. E dopo tre giorni ecco il livido: una striscia lunga 15 centimetri, bluastra, duole ancora se ci passo il dito sopra per seguirne il profilo. Del resto era praticamente una caduta annunciata…per farci strada tra rovi fitti e irti siamo passati in bilico su un tronco di pino, come due ginnasti su una trave, la smania di arrivare almeno a intravedere qualche mattone, neanche fosse il podio delle Olimpiadi! Ma poi ci si rialza, un po’ ammaccati, la caviglia slogata, ma poche storie! Bisogna andare! E infatti qualche metro più giù, arrampicata su un masso, butto l’occhio su qualcosa che sa di famiglia e  la casa appare, così come in questa foto. Un’epifania storica! Quasi una visione, dopo tutto quel rotolare a naso verso una meta solo fantasticata.

 casa e terreno zembi
“Ma allora esiste veramente!” – ho esclamato con l’entusiasmo di una mamma che finalmente ha tra le braccia un frugoletto appena nato e immaginato per nove mesi!  La casa era là, a un palmo da noi, ancora qualche ruzzolata tra le spine e poi l’avremmo visitata. E’ in quel momento che ho sentito dentro come una sorta di religiosità, ho avvertito come se il silenzio che ci circondava si facesse ad un tratto musica, note che come linfa dalle radici salgono su verso i rami. E a pochi metri dalla soglia, col pretesto di fotografare, me ne son rimasta indietro, pochi passi più indietro, perchè potessi tu varcare la soglia e salutare i tuoi Lari e i tuoi Penati col rispetto e la devozione dovuta…come uno sposo che porta nella nuova dimora la sua consorte, tu avevi tra le braccia la gioia di poter entrare nella casa dei tuoi avi.

Il tetto ormai non esiste più, solo le quattro mura, austere e severe con quella finestra che guarda solenne sul golfo…cosa hanno visto quelle tegole che ora fanno da pavimento, cosa hanno ammirato quelle pietre, quella quercia che come una sentinella sta a guardia della porta di casa priva di un battente! La nascita e la morte del nonno di tuo padre, la guerra, il sudore di tuo nonno, i canti di tuo papà, la trepidazione dei partigiani, la speranza tenace delle donne di casa, l’odore dolce del fieno e quello acre dello sterco delle mucche…quanta vita, Carlo, là dentro…quanta storia abbiamo respirato…la memoria ritrovata, le radici che recidive ancora affiorano su un suolo che da tempo nessuno più calpestava…le tue radici, la tua storia. E’ stata un’emozione grande per me aver condiviso questo momento commovente, mi sono trovata come per incanto dentro un album di famiglia, un album vivente, fatto di luci ed ombre, di suoni, di un vociare… c’era l’odore della fuliggine e quello del sangue che da secoli scorre nelle vene di una stirpe. In bilico sull’architrave ho rubato al panorama poche istantanee che potessero testimoniare ai tuoi genitori che c’è ancora in quel bosco una casa di famiglia e che il cielo lassù è sempre terso come un tempo e si sente vigoroso il ruscello cantare in lontananza.

 

Ho rubato al sole qualche raggio tiepido che in futuro mi accompagnerà quando ripenserò alla fatica fatta per raggiungere quella casa, alla gioia di averla trovata…per sempre mi porterò nel cuore il tepore di una storia che ognuno di noi ha alle spalle, il calore dei racconti dei nostri nonni e li narrerò ai miei figli affinchè le maglie di una catena non si spezzino, perchè essi capiscano il dono grande di avere alle spalle una storia da raccontare a loro volta ai loro figli…anche Ulisse lo ha fatto con Telemaco: dopo tanto viaggiare è bello ritornare a casa, perchè è là che il nostro cuore trova il coraggio di farsi nudo e autentico! Mi rimarrà qualche cicatrice sulle gambe, ma non me ne preoccupo perchè sono il segno di una lezione di vita che con gioia trasmetterò a quanti sul mio cammino incontrerò. I lividi ci impiegano tre giorni ad affiorare sulla pelle…la nostra storia ci mette anni ad affiorare con prepotenza nella nostra memoria..ma poi non se ne va più! E ci portiamo dentro un tesoro grande ed un patrimonio ricco di vita, quella vita che hanno vissuto i nostri avi e che noi abbiamo il dovere di vivere con la dignità che essi ci hanno trasmesso. Giulia