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L’eremita (parte seconda) (Scena unica-parte trentatreesima)


Campo in Badia

L’eremita
E se io non volessi più uscire da questa chiesa?
Se volessi lasciare qui il mio cuore e la mia anima e portare via l’inutile resto, dici che Dio… che Dio potrebbe concedermelo?
Io sento una musica di violino molto intensa ed il mio essere si abbandona a quelle note con una commozione che racchiude tutto ciò che sono stato e che ho sempre voluto essere…mi sta passando davanti tutta la vita, ma non c’è niente che mi possa distogliere da queste note…è bello essere proteso finalmente insieme alla mia ombra completamente verso il mistero della celebrazione che tutto annulla e che a tutto supplisce… lasciami rimanere qui in questa luce che non vedo, ma che sento… ti prego!

Abelardo
Ci sarà tempo per danzare con la musica che non finisce… ma ora tu non conosci nemmeno i passi e non hai soprattutto il fiato necessario… te l’ho già detto che ti farebbe bene un po’ di dieta, anche se non a base di menzogne…quelle sono anche troppe e ormai fai fatica anche a camminare.
Ma a parte le facili battute… anche per il bene ci vuole allenamento… immagina di essere in un prato immenso sotto il sole e senza un’ombra…se ti guardi intorno vedi soltanto verde ed ancora verde ed il sole scotta… come sopravvivere? L’unica soluzione è diventare parte del prato, almeno per come la vedo io… tu invece stai correndo in ogni direzione e quando sei stanco ti fermi e guardi il sole e guardi il prato: subito ti paiono belli e ti sembra quasi di non averli mai visti, ma poi il sole e la sete ti ricordano che hai un corpo e vorresti liberartene… ma non puoi.
Diventa prato amico mio, accetta di morire e di rinascere e allora non ti sentirai nemmeno più solo nello spazio infinito…

L’eremita
Ma come pensi che ci possa riuscire? Se non riesco neppure ad essere uomo…se sono solo un essere ridicolo che vive della carità altrui e non fa che dimenticare il bene ricevuto?

Abelardo
Diventa prato…ed un giorno potrai essere anche sole o almeno potrai partecipare dei raggi senza paura di bruciarti…la paglia talvolta si incendia e onora la luce in una luce ancora più trasparente e la cenere poi concima la vita che una nuova vita respirerà…non aver paura di morire… c’è sempre dietro uno scopo più nobile dello scopo stesso…anche se ti sfugge… anche se diventare prato può sembrarti come cadere nell’anonimo… in realtà, più non ti distinguerai e più diverrai speranza, più ti abbasserai e più troverai la vita nella terra, perché vieni dalla terra e anche là ci deve essere il Dio che ti ha fatto nascere e che ti farà ripartire dopo ogni caduta…e se verrà la siccità accontentati di essere una crepa perché tutto prima o dopo ha il suo senso e la sua funzione…e Dio può aver bisogno di calarSi come un rivolo nel cuore della terra.

P.s. Per chi volesse scaricare la seconda parte dell’Eremita basta cliccare qui sotto.

eremita seconda parte

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  1. Visto che sono stata fraintesa devo precisare che l’inizio del mio commento non allude ad Abelardo ma bensí al commento n. 2, quando ho iniziato a scrivere non c’erano altro che due commenti, nel frattempo sono dovuta andare a prendere mia figlia a scuola e quando finalmente sono riuscita a spedire ho visto che i commenti erano aumentati di gran numero, devo ancora leggerne alcuni, spero di non aver ripetuto concetti giá scritti. Scusate, ma devo scrivere quando posso e a volte faccio gran pasticci. Alberta

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  2. la musica del violino mi fa venire in mente il mare e l’onda e forse è questo che voleva dire l’eremita, affidarsi alla vita, alla musica, alla luce che sente vibrare come corde di violino è affidarsi a Dio o a chi Dio ci manda per farci prendere per mano farci compagnia in questa vita…e noi siamo un bel girotondo. Grazie a tutti! Luciano

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  3. non so…forse è più facile questa gratuità per chi è mamma, come dice Paola, ma so che è comunque concesso a tutti di imparare ad amare e sono comunque molto grata a Carlo e a Giulia per come ci dimostrano tutto ciò ogni giorno…loro ci credono, pur nella fatica di ogni giorno, loro ci credono e non si stancano di testimoniarlo. Rossana

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  4. tutto l’amore che hai celato per sopravvivere al prato ed al sole, al Bene e a Dio…è davvero un paradosso ma tutti facciamo questo errore…veniamo prima noi e poi il nostro prossimo. Solo una mamma ama gratuitamente e non ha paura di morire per i suoi figli. Paola

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  5. la paura di annegare in se stessi è la paura di amare, ma quando si è disposti ad amare allora si impara a morire e ci si stupisce perchè si rinasce sempre. Marta

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  6. Affidati al mare
    abbandonati all’onda
    ti porterò
    alle divine spiagge
    della luce
    ti stupirai di
    tutto l’amore
    che hai celato
    per timore
    d’annegare
    oltre il piacere
    oltre il dolore
    in te stesso

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  7. se non vi spiace ci terrei a fare domani lezione mettendo in relazione la lirica di Giulia ed il passo dell’Eremita: sono certa che ne verrà fuori una lezione importante per ciò che riguarda l’amore e la gratuità…riprenderei in classe il cantico delle creature di san Francesco e metterei in relazione i vostri scritti. Ho dei ragazzi assai ricettivi esono certa che ne verrà fuori un lavoro splendido. Vi ringrazio di cuore per avermi offerto ancora una volta l’opportunità di poter parlare in classe dell’amore di Dio pur non insegnando io religione ma solo letteratura italiana. Grazie amici miei. Enrica F.

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  8. a questo punto dico la mia: io credo che Abelardo giochi con le metafore. Il prato è l’Amore ed il sole è Dio. Vedete, diventare parte del prato significa in realtà diventare parte dell’Amore di Dio, significa diventare noi stessi Amore e per far ciò il corpo è solo un ingombro, esso rappresenta solo il nostro egoismo, quello che ci spinge a correre in ogni direzione per dimostrare a noi stessi chissà che cosa, quando in realtà l’unica cosa che dovremo un giorno dimostrare è di aver imparato ad amare…e mi spiace contraddire Alberta, ma Abelardo qui vuol proprio dire che nessuno sa a priori amare come Dio…nel corso della vita ci esercitiamo a questa gratuità, ma non è scontata! purtroppo…non lo è! Accettare di morire e rinascere significa accettare di amare, ma anche di farsi amare, perchè anche un gesto di carità a volte è difficile da accogliere ed è facile mortificare chi l’ha compiuto. Il segreto è farsi prato, farsi amore, partecipare della gioia che Dio prova in sè amando la sua creatura, partecipare della gioia che ha provato un fratello nell’istante in cui ci ha teso una mano. Abelardo dice chiaro:non aver paura di morire, non aver paura di amare ed è per questo che Emilio faceva riferimento alla lirica di Giulia, perchè il significato di quei versi e di questo passo è assolutamente il medesimo: non aver paura di amare, perchè significa morire, ma è allo stesso tempo una rinascita, per amare devi farti piccolo ed umile, devi farti filo d’erba e crepa e gioire della tua funzione di esssere erba, di essere crepa, perchè tutto ha un senso nel disegno divino. E Dio è lì, nella crepa, come lì nell’arcobaleno, nel buio come nella luce. Con affetto commosso. Paolo

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  9. Non credo che ci sia nessuno capace di amare da subito perché la vita continua a metterci alla prova e solo dopo aver vissuto possiamo diventare Amore. Personaggi come S. Francesco, S. Patrick…, e Gesú Cristo per primo, si sono isolati nella contemplazione piú pura e piú atroce per poter diventare prato, vento, acqua, crepa…. Mi viene per l’appunto in mente la figura dell’artista, viste le poesie precedenti, quando un artista dipinge le sue mani diventano pennello, il suo intero essere diventa colore, diventa l’immagine che sta creando abbandonandosi all’impeto.
    Come si fa a conoscere e accettare il proprio ruolo spirituale se non si arriva a tale contemplazione?
    Carlo sei grande e leggendoti a pezzettini ti gusto ancora di piú, leggendoti posso accontentarmi di riuscire a respirare il colore del prato e per ora mi accontento. Alberta

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  10. forse dietro agli alberi noi celiamo l’amore che abbiamo dentro e che tiriamo fuori a fatica…belli questi versi e questa prosa che si inseguono giorno dopo giorno. Alice

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  11. in effetti è vero: ci sono analogie tra i due testi: l’invito ad abbandonarsi forse non è altro che quell’invito a diventare prato e se uno non impara ad andare oltre il corpo, oltre il dolore, oltre il piacere non imparerà mai ad amare con gratuità. Lucia

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  12. si dimentica il bene ricevuto qualora non si dà importanza a tale bene….qualora non lo si intende come bene. Non è facile vivere della carità altrui, bisogna farsi piccoli ed umili e solo poche anime ci riescono, quelle dei santi

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  13. il problema sta nel capire che cosa significa diventare parte del prato: forse solo accettare il proprio destino, con rassegnazione, come se fosse il meglio per noi…e non è certo “facile”

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  14. il problema è immaginare di essere in un prato tutto verde sotto al sole…spesso ci sembra di vivere in una caverna, al buio…ma FORSE L’EFFETTO è LO STESSO PERCHè SI SENTE SEMPRE LA PESANTEZZA DEL CORPO…BISOGNA LIBERARSI DEL CORPO LO DICEVANO ANCHE I FILOSOFI ANTICHI, LIBERARSI DAL PROPRIO EGOISMO

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  15. anche per il bene ci vuole allenamento…sembra un paradosso ma non è scontato saoper voler bene, saper accogliere il bene….è un passo molto complesso questo, ma se me lo permettete vorrei consigliarvi di leggere una lirica postata giorni fa , dias in luminis oras, perchè troverete straordinarie analogie di nesso!

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  16. ci sarà tempo per danzare…come dice Ecclesiaste, c’è tempo per ogni cosa e bisogna imparare ad amare per gradi…c’è chi lo sa fare da subito, c’è chi necessita di allenamento

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