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Il conto/La conta


pecora irlandese<<…Così non può dirsi poesia, semmai solo uno scherzo letterario, un momento di lusus durante il quale si gioca, si scherza con le parole, dando comunque sempre importanza al contenuto, sia esso di riferimento biblico, piuttosto che dantesco o mitologico. C’è anche un minimo di labor limae che non guasta mai, ma rimane a parer mio un dialogo alessandrino! La poesia del resto può vantare diverse sfaccettature ed è bello scoprire che sempre molteplici sono i modi in cui l’animo può esprimere qualcosa di profondo, richiamando magari alla mente qualche immagine che pensavamo nascosta nei meandri dei ricordi. >>
Così scrive la poetessa… E voi che cosa ne pensate?

Da me…

Il conto

Quando Sinone
morì sorrisero
le Parche.

E da Giulia…

La conta

Per la perduta
pecora il pastore
piange

Comments

  1. è proprio una bella idea…domani mostro questo post in classe proprio a dimostrazione di cos’è la poesia alessandrina…siete forti, davvero! Enrica F.

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  2. un accenno a Dante, che colloca Sinone nella decima bolgia in mezzo ai falsari:lì però chi si divertiva era Dante che sorrideva al diverbio acceso tra Sinone e Maestro Adamo, tra insinuazioni e accuse…qui sono le parche ed il messaggio è chiaro e rimanda al giudizio universale…per fortuna non saranno le parche a giudicarci e troppo non si riderà di noi, ma sarà un Dio che piange ed è delicatissima quest’immagine di un dio in lacrime:Lo si vede asempre immortale, onnipotente, nel Suo iperuranio, nelle sfere celesti…qui è disarmantemente umano…un uomo che piange è un’onta…figuriamoci un dio…ma visto il paradosso insito nel cristianesimo, chissà che la poetessa non abbia ben inteso l’umanità intrinseca al nostro Dio!! Ho apprezzato molto la breve introduzione che credo sia importante per gli studenti che terminate le feste leggeranno questo originale dialogo! Una buona serata. Nicola P.

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  3. renatoscrepis says:

    Bellissime la parole di Alberta su quest’aspetto dell’attualità, nei confronti della quale tutti ci dobbiamo interrogare. La figura di Sinone risale alla genialità omerica, quando i Greci costruirono il cavallo di legno scelsero Sinone per persuadere i Troiani che quello era un voto a Pallade da introdurre in città e tutti sappiamo come andò a finire la storia…caro avvocato, sarà mica la sua professione ad averla spinta ad associaree la sua persona a quella di Sinone? Bella questa ripresa mitologica associata al tema biblico per rimanere sulla stessa lunghezza, per far sì che anche in lingue diverse il dialogo possa essere sempre possibile, fecondo e illuminante. Grazie per questa nuova perla! Renato

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  4. Scusate, ho dimenticato dinuovo di firmarmi, Alberta, commento n. 7

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  5. Alle parole scritte oggi non posso aggiungere gran che perché tutto é stato detto fin dal primo commento che ho letto con gran piacere. Vorrei soffermarmi un attimo sulla figura della pecora e del pastore in una visione molto semplicistica e supponendone una lettura al di qua della simbologia del peccato. Gesú non parlava a banchieri, architetti, ingegneri… parlava a pastori e credo che nella semplicitá delle parole ci sia ben poco di simbolico, per lo meno per il mondo di allora. Per un pastore le sue pecore sono la vita, l’unico contatto in un mondo di solitudine senonché l’unica fonte di sussistenza e il pastore sa bene il valore di ognuna perché ne dipende e le ama perché sa che esse dipendono da lui. Quella che si perde é probabilmente la piú intellegente o meglio la piú intraprendente ma é pur sempre pecora e il pastore sa che il deserto non avrá pietá di lei. Nel giorno d’oggi abbiamo la stessa paura per i nostri figli e la nostra responsabilitá é ancora piú grande di quella del pastore perché dobbiamo insegnare ai nostri figli ad andare pur sapendo che il deserto si fa sempre piú ampio e ingannevole… poveri noi, che Dio ci aiuti!! Perdonate la mia deviazione ma visto i miei limiti culturali devo aiutarmi co l’attualitá della mia vita. Auguro a tutti una buona giornata

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  6. alessandrarisso says:

    …perchè siete l’uno per l’altra come la malattia e la cura nello stesso tempo, siete dovunque e comunque intorno l’una all’altro….il conto e la conta…Vi abbraccio. Alessandra

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  7. emilioconte says:

    Ricordo come Giulia ha scritto del peccato, la sua ecchimosi esistenziale e ora leggo Carlo, così metaforico, così aggrappato alla lezione dei classici, quasi per lui fosse l’unica consolazione dinza a una macchia indelebile che gli deturpa l’anima…e penso alla precedente risposta di Carlo a Giulia, a quella veste di immortalità che le aveva regalato, a quell’aspetto angelico che lo trascinava fino al culmine del calice divino…era stata una bella consolazione, come del resto è questa replica di Giulia, una filastrocca allitterante, un balbettio di Dio, quasi a dire con tutte quelle “p”..”Perchè? Perchè mi fai ciò?…ricorda che non ti abbandonerò mai!…mai!”…E toccate sedmpre il cuore,anche con la lirica alessandrina. Un abbraccio. Emilio

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  8. alberossia says:

    vorrei fermarmi sul senso secondo me profondo , celatissimo, proprio come i canoni alessandrini richiedono, che sta alla base di queste due liriche. Il poeta è un traditore, come per antonomasia lo è Sinone, ed in cuor suo sa benissimo che la nemesi divina si scaglierà contro di lui…ma non ha fatto bene I CONTI (gioco un po’ anche io sulle parole! mi avete contagiato!) e glielo ricorda in modo tenerissimo e dolcissimo la poetessa che per mano lo fa riflettere non con ottica pagana bensì cristiana e gli ricorda che Dio non lascia mai che le sue pecore si smarriscono…Paolo da questo punto di vista ha già spiegato tutto accademicamente…solo un plauso a come Giulia ha saputo raccogliere la fragilità di Carlo donandogli una speranza, una FEDE…oltre l’aspetto formale credo sia questo il vero significato che il dialogo intende far emergere. Che dire? Effetti speciali atti a stupire anche oggi. Una buona festa…Alberto

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  9. Io vivevo bene anche senza Sinone, ma è chiaro che in realtà la parola è proprio come un pastore che va in cerca della pecora smarrita, da un suono parte un ricordo e affiorano alla mente quadri che solo apparentemente avevamo messo in soffitta! Ance in questo risiede il senso di questo post, non solo divertimento e gioco di parole, ma riflessione sulla parola pura, la parola che è in grado di rievocare, la parola che proprio per questa sua forza si fa poesia. Costanza

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  10. carlocuppi says:

    assolutamente esauriente nonchè illuminante il commento di Paolo. Io trovo molto interessante l’introduzione alle liriche perchè ben spiega il senso ed anche il valore della poesia alessandrina che non tutti amano proprio per quel motivo eziologico e quel lusus ad essa sottesa. Questo è un post di studium, marcatamente studiato, anche se forse l’intento non era quello, forse il poeta ha scritto e Giulia ne ha creato un divertissement non senza un intento didattico. Già dal titolo, apparente paranomasia, appare chiaro lo scherzo e lo scopo di giocare con il lessico così come era diletto per i poeti del III a. C.Ed è pur vero che la parola ancora una volta ci sorprende con la sua forza, con la sua capacità di mutare i significati e i significanti ed in questo suo burlarsi di noi fa emergere nella nostra memoria immagini che davero pensavamo dimenticate….Sinone, ad esempio! Quant’era che non pensavo a Sinone!!

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  11. Solo una considerazione di carattere teologico, sulla differenza che c’è nel vedere la divinità nel mondo pagano e nel mondo cristiano, e mi pare che le due liriche mettano in luce molto bene questa tematica. Nel mondo pagano la divinità è vista come un qualcosa di superiore e irraggiungibile, come un’entità astratta che giudica perchè forte della sua potenza, che giudica e si vendica anche dell’uomo, che è superiore all’uomo e se ne compiace, quasi gode dell’inferiorità umana (e molti sono i miti in cui questo aspetto viene messo in luce). Ecco, pensando a Il conto è facile vedere come dinanzi al cattivo comportamento di Sinone ci sia un piacere da parte delle Parche nel veder finalmente trapassare un mortale così ignobile che non rendeva certo rispetto agli dei! Ne La conta invece c’è una visione assolutamente cristiana, in cui Dio appare in tutta la sua misericordia e paraddossalmente è antropomorfizzato come una divinità greca, perchè piange, appare sotto le sembianze di un pastore:è bella quella risposta evangelica, perchè qui viene fuori il senso della misericordia divina contrapposta alla mentalità pagana che ne era completamente avulsa. Il termine misericordia si compone di “miser in corde”, che significa misero nel senso di povero,vuoto nel cuore, perchè per perdonare bisogna prima svuotare il cuore di tutti i preconcetti, di tutte le nostre debolezze:solo allora si può piangere per una creatura che vive nel peccato, lasciare alle spalle la rabbia a andare a cercarla nel tentativo di redimerla prima che sia troppo tardi. In questo sta la differenza tra il pastore e le parche: due piccole immagini per trattare un argomento vasto come il mondo. Ancora una volta bravissimi! Paolo

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