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A mio fratello/Timoniere stanco


VelaChe bella e virtuosa gara!

Amici miei siete davvero unici!

Ecco un’altra occasione per rinnovarla.

Fateci sognare ancora.

Dalla poetessa…

A mio fratello (sulla stessa barca)

Su questo mare
ricco di povertà
sto a decifrare onde
di un ignoto linguaggio
profondità celate
a noi ciechi
e sulla prua
divido con te
la mia sera
come l’ultimo
tocco di pane

E da me…

Timoniere stanco

Nel buio
ti bastò
un sorriso
e gli dei
si commossero
per un timoniere
stanco di ricercare
nell’onda
le stelle riflesse

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  1. ha ragione Marta:Palinuro che sopravvive a Nettuno, grazie a Venere, a quel sorriso che solo una donna che rappresenti e incarni la Bellezza può donare in modo salvifico…un po’ alla Dante. Alice

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  2. un saluto pieno di sole da tutto il laboratorio di genetica (nAPOLI)…queste due liriche assai significative sul mare di vivere ci hanno resi attori di una vivace discussione sul senso del galleggiare con accanto un fratello…e guardandoci intorno abbiamo amaramente constatato che sono ben pochi i fratelli che sorridono nell’atto di dividere con noi l’ultimo pezzo di pane rimasto. un abbraccio forte da tutti noi. Rossana

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  3. quel sentirsi fratelli va sicuramente ad una dimensione ungarettiana, ma nella prima lirica invece della parola è la vita ad essere stata scavata dei suoi significati, è la vita ad essere povera, nuda e quasi inaccogliente…l’unica consolazione per l’uomo sta nel dolore, nella condivisione del dolore di un suo fratello: liricissima e potente questa lirica. Mario S.

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  4. c’è dolore in quel decifrare parole che non si riescono a leggere…è come se l’uomo fosse condannato a soffrire a priori a causa di un dio beffardo e sadico che alla fine però non può che commuoversi dinanzi a cotanta umanità rivelata sotto i suoi occhi: sono sì ciechi, ma pur nella cecità hanno imparato cos’è l’amore…e di ciò si stupiscono pure gli dei implacabili. Grazie per queste parole. Costanza

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  5. a parer mio non è un caso che la parola CIECHI sia proprio al centro della prima lirica e venga ripresa così bene da quel BUIO di cui parla il timoniere: i protagonisti, privati della vista, non possono sopravvivere in alto mare e diventano l’uno la guida dell’altro. Davvero un inno alla fraternità. Carlo

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  6. nel buio di un linguaggio ignoto e di profondità nascoste, nonostante la stanchezza del dirigere la nave, c’è una luce che dona un senso a tutto, la donna ed il suo sorriso, il suo accogliere l’uomo come un fratello: è ilporto più dolce che si possa raggiungere! Un caro saluto e complimenti da tutto il dipartimento di fisica che insieme a me oggi vi ha letto! Salvatore

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  7. appare abbastanza studiata la prima lirica con quella metafora iniziale che richiama la similitudine finale, con l’ossimoro ed il chiasmo che stanno a sottolineare senza dubbio la sofferenza del vivere attraverso un linguaggio dimesso e dai toni bassi, come quel tocco che è sermo familiaris…catulliana questa splendida lirica, come catulliani sono gli dei che si commuovono per quel foedus che lega i due naviganti in mezzo al salmastro…trovo questo dialogo più profondo di ciò che appare, perchè dietro a determinati termini, dietro a precise scelte lessicali c’è celato il vero messaggio che il lettore deve cercare. Nicola P.

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  8. …basta forse il sorriso di chi spezza il pane e ce lo porge, in silenzio, nel buio ed allora lì, in mezzo a quelle due anime, c’è una presenza, Dio, commossa perchè si è riconosciuta nel dolore di due naviganti ciechi e stanchi. Bellissimi versi davvero

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  9. …anche io vorrei svegliarmi una mattina e leggere certe parole che in fondo commuovono pure gli avversi numi tanto sono sincere … e sono certo che gli dei omerici sarebbero invidiosi di tale relazione umana!Alberto

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  10. ossimoro incisivo a connotare metaforicamente un’esistenza fatta di stenti e sopravvivenza, ma ci si aggrappa poi ad una comunione di amorosi sensi, ad un sorriso per sopravvivere a quel chiasmo (ignoto e celate) che ben connota il nostro peregrinare nel salmastro. Renato

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  11. due liriche toccanti in cui davvero trionfa l’agape, un’ Afrodite vista dalla poetessa in modo francescano, è la personoficazione di Povertà di cui piena è la vita (in quella metafora del mare su cui si dipana il filo conduttore di entrambe le liriche), mentre il poeta la identifica in quell’unico sorriso che dona senso e sollievo alla stanchezza di un timoniere stanco di vegliare su profondità celate

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  12. forse non ha senso ricercare stelle riflesse quando accanto si ha qualcuno che non si stanca di condividere con noi la sua sera, metafora della vecchiaia a parer mio…una vita intera insieme tra i flutti sulla stessa barca è il mio augurio per voi! Cris

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  13. è l’agape a prevalere sui flutti, così come alla fine della vita, in vecchiaia…è l’agape a contenere in sè l’eros e la philia ed i fratelli sono come i figli…legati a noi indissolubilmente. Questa donna che divide la sua sera come un tozzo di pane è la stessa che dona il sorriso al nocchiere che, appagato e confortato dalla sua presenza, trova le stelle riflesse non più nelle onde ma in colei che lo ama.

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  14. cos’è la vita se non un mare ricco di povertà?E’ solo grazie a questa povertà che scopriamo la ricchezza di un sorriso ed il valore di poter condividere con chi si ama l’ultimo tocco di pane rimasto, prima che cali la notte e ci si lacsi avvolgere dal sonno…buona notte a tutti e due, sublimi come sempre. Daniele

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  15. è davvero commovente immaginare di dividere la sera con chi ci è più caro con la stessa semplicità e umiltà con cui si divide un pezzo di pane!…c’è un’aria di casa, di famiglia in questi versi, anche il sorriso che l’uomo stanco dona alla “sorella” e placa gli dei ha l’odore del pane…sono parole dolcissime. Lucia

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