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Senza maschera (prima parte)


Veduta porto di Genova

Ed ora amici inizio per Voi la pubblicazione di un romanzo dal titolo “Senza maschera” che ho scritto in gioventù. Perdonate le tante ingenuità che ritroverete nel testo, ma l’attrazione, specie quando si manifesta nell’età che va dall’adolescenza a quella adulta, è spesso “estrema” ed è sicuramente incurante di tutti comportamenti e le malizie che potrebbero in qualche modo portare ad un coronamento.

 Lo dedico a tutte le persone che non sono ricambiate e che soffrono per amore: con  gli anni potrei dire che la sofferenza si attenua, forse perché diviene più difficile innamorarsi veramente; ma questa non è per niente cosa bella: meglio soffrire e percepire la sacralità del sentimento, piuttosto che morire nel raziocinio che si alimenta in fondo solo di materialità…

                                                                                                              

Chi è giovane e bella
deh, non sie punto acerba,
ché non si rinnovella
l’età, come fa l’erba:
nessuna stia superba
all’amadore il maggio.

 

Angelo Ambrogini detto Il Poliziano

 

                                                                                                                         I 

 Alle cinque mancano soltanto tre minuti eppure so che saranno di estensione incerta e dolorosa.
Verrai o non verrai, forse dovrei scendere e suonare; no, preferisco l’attesa, non voglio sia l’asettica voce di un citofono a dirmi: <<Francesca è uscita… quando la troverà? credo… domani pomeriggio.>
Le cinque meno un minuto, ormai dispero: tento di consolarmi con il pensiero che in fondo, la settimana è trascorsa in un volo e lo stesso potrebbe accadere alla prossima, perché tutto questo è sicuramente frutto d’una banale dimenticanza.
Si, lascerò passare un po’ di tempo, poi chiamerò e senza dubbio risponderai: <<Scusa la sbadataggine… il fatto è che ho talmente tanti impegni… vedrai che la prossima volta andrà meglio…>>
Allora chiederò con voce malferma un altro appuntamento, tratterrò il respiro negli istanti della tua immancabile riflessione e una volta uditi il nuovo giorno e l’ora, riporrò la cornetta e mi cullerò in una nuova, lacerante e dolcissima attesa.
Sono le cinque in punto, alzo gli occhi dal quadrante e tu compari: mi vieni incontro con la sicurezza di un miracolo di carne sotto al cappotto e ondeggi i fianchi con la naturalezza del sorriso appena accennato.
Non trovo parole per esprimere ciò che provo e soprattutto quel che vedo: i tuoi occhi e le labbra, i dentini meravigliosi e la splendida sagoma dei seni che, tra un passo e l’altro, l’apertura del cappotto lascia intravedere.
Una breve ma intensa occhiata: mi osservi…  Che emozione sentire questo sguardo sui vestiti e azzardare, dalla sua profondità, almeno una possibilità che tu possa gradirmi.
Mi trovo in totale stato di confusione e si capisce dal momento che cerco di farti entrare dalla parte del guidatore.
Te ne accorgi ironica: <<Se vuoi… posso anche guidare… >> ed io: << Ah… scusa, sono proprio un imbecille…>>
Riesco a malapena ad aprire la portiera e a cercare con un goffo bacio le tue guance,  poi il rapido sguardo che consente la comune timidezza ed entriamo in macchina.
Quanto sei affascinante! la luce invernale riesce magicamente a disegnare i contorni delle labbra fantastiche; i capelli fanno capannuccia sul grande e profondo braciere degli occhi, così magici e penetranti; il tuo corpo è allo stesso tempo teso e rilasciato: teso e un poco contorto, nell’appoggiarsi il più possibile alla portiera; rilasciato perché le ginocchia danno vita con l’anca ed il petto ad una esse armoniosa e accogliente, almeno per i miei occhi.
Sei ancora più bella di quanto potessi ricordare, anche se dalla consueta, innegabile fierezza, traspare un po’ di tensione, come la neve ammucchiata ai lati della strada, gelo che non pare cedere il passo al dissolvimento.
Così resti deliziosamente incastonata tra il cappotto e gli splendidi capelli, giustificata da un freddo che oggi è davvero pungente; inizi a parlare dei tuoi studi mentre imbocchiamo l’autostrada ed io preferisco non anticipare la nostra meta per l’ingenuo timore di un rifiuto.
Così domando l’ora del rientro e poi, con il fiato chiaramente sospeso, chiedo il permesso di condurti in un posto a te sconosciuto, ma già stabilito ed in un certo senso vissuto dalla mia fantasia.
Acconsenti senza particolari perplessità o comunque non lo dai a vedere e prosegui tranquillamente a raccontare programmi e speranze. <<Ho dovuto scegliere l’iconografia della follia; avrei gradito un altro tema però… probabilmente andrò dal professore di Storia del pensiero scientifico: ha una cultura infinita ed è disponibilissimo… saprà sicuramente indicarmi qualche argomento per la tesi.>>
<<Ma è il professore di quel famoso esame?>> sollecito io e tu rispondi in senso affermativo, ma parecchio deciso e frettoloso, quasi per terminare una discussione che sai potrebbe approdare a temi scontati e inopportuni.
Già, quel famoso esame dove tutto cominciò con un sorriso che per chiunque altro sarebbe stato forse un comune segno di amicizia o di simpatia, ma non per me.
L’aula era molto affollata: si stava svolgendo un seminario di Storia della magia ed io sentivo tutto l’imbarazzo nel trovarmi in mezzo a tanti visi interessanti, visi che raramente si possono incontrare in città durante il giorno, visi variopinti che animano di solito la notte con gli occhi ricchi di mistero e di matita; storie che avrei voluto conoscere senza distinzione, nonostante sfuggissero ogni sguardo in virtù di chissà quale superbia, indifferenza o più semplicemente titubanza.
In quarta fila sedevi tu, coinvolta dal serrato dialogo che spaziava tra i temi più vari: dalla letteratura si passava con estrema facilità alla pittura, dalla pittura ai processi alle streghe, dai processi alle streghe all’elementare bisogno dell’uomo di recitare almeno una piccola parte sul palco dell’esistenza.
Girarti e sorridermi fu un gioco davvero diabolico anche se, in tutta onestà, per qualche tempo ne saresti rimasta ignara.
Per me, al contrario, accadde tutto in quel fatidico istante in cui alzammo gli occhi e ci incontrammo, quasi che per quell’attimo la sala si fosse zittita e una musica irresistibile mi avesse invitato a guardarti.
Avevi nelle pupille lucenti tutte le promesse estive e i malinconici richiami dell’autunno: per me furono davvero pugni nello stomaco, o meglio manate di piacevole calore che s’aprivano in fretta per lasciare i messaggi d’una vita; codici dell’intuito che nessun elaboratore, per quanto potente, avrebbe potuto tradurre in modo più rapido di quella sensazione.
Mi è parso subito di amarti da un tempo indefinibile e indefinito, ma nello stesso istante ho avuto pure la fulminea impressione che non ti avrei mai raggiunto: appartenevi ormai da troppo tempo alla città illuminata e ai suoi ritmi sofisticati e frenetici.

(Continua)

 

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