Achille ed Ettore/Il fiume luminoso

rio Cu

Spesso penso che tra noi ci sia una “telepatia poetica”  molto accentuata: non riesco proprio a comprendere… da versi decisamente criptici come sono stati gli ultimi siete riusciti a disegnare esattamente la mia intenzione ed ispirazione. Ringrazio Dio per avervi incontrato e vi propongo un altro scambio “epico”.

Dalla poetessa…

Achille ed Ettore

Tocco il tuo grido di sangue
Ora che muto
Urli alla vita il tuo addio
Rendi alla terra
L’ultima parola
Come un seme che nel solco rotola
Nel gorgo scricchiola

E da me…

Il fiume luminoso

Achille sorride
e ci divideremo
le mense
nel fiume luminoso.

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L’eremita (Seconda parte) (Atto unico-seconda parte)

tramonto in montagna


L’eremita
Vuoi dirmi che la sera in cui sono stato concepito, mi hanno voluto la brezza ed il tramonto?

Abelardo
Qualcosa del genere. Il piacere e la mitezza si sono dati la mano per spingerti verso il destino.

L’eremita
Un destino già scritto, a quanto pare, e che non mi sembra nemmeno un lontano parente di quelli che lo hanno generato.

Abelardo
Ma tu che ne sai della vita?  La vera vita intendo, non quella che hai sotto gli occhi malati e presbiti… tu vedi lontano… è certo, ma distorci le immagini che gli altri non possono vedere… e così non ti serve poi a molto questo dono…

L’eremita
Credevo che solo gli dei pagani fossero così capricciosi da donare qualcosa di inservibile…

Abelardo
Poco spirito… la malattia è certamente divina, ma si può correggere con un po’ di volontà, mentre tu ti affanni a rimescolare nell’otre già gonfio della tua anima e non fai progressi… a volte anche l’anima può diventare angusta, se la si costringe ad un lavoro che non le appartiene

L’eremita
Non ti capisco, sai, mi sembri così astratto… e come sai io non ho studiato filosofia

Abelardo
Tu non hai studiato l’amore… ed io non posso insegnartelo… devi impararlo da solo.

L’eremita
Non sapevo che l’amore si potesse studiare… credevo che fosse l’unica cosa che sfugge ad ogni tentativo organizzativo della mente

Abelardo
Studium è una parola latina, sai che significa?

L’eremita

Credo che abbia diversi significati…

Abelardo
Ma tu non ne conosci nemmeno uno… studium significa amore, passione, devozione e studiare l’amore significa provare amore per l’amore

L’eremita
Io non ho amore per l’amore, ma solo per me stesso, tanto mi odio quanto mi amo… hai ragione!

Abelardo
E l’anima sai… è fatta di amore: se la vuoi riempire di altre cose… di odio e di menzogne, finisce che la ingolfi senza costrutto.

L’eremita
E allora protesta…

Abelardo
Protesta perché il vento e la sera che ti hanno aiutato a venire al mondo sono entrati nel tuo spirito e  soffrono di tutti gli ingombri… ed il peccato è assai ingombrante

L’eremita
E l’amore non è entrato nel mio spirito?

Abelardo

Non ne sarei così sicuro… scherzo… i tuoi genitori si amavano molto… e lo dimostra il fatto che ti hanno allevato con molti sacrifici

L’eremita

Anche quando il loro amore è finito…

Abelardo

L’amore non finisce, ma si trasferisce, talvolta apparentemente, su un altro oggetto… l’amore non può finire… e anche se ti poteva sembrare che non si amassero, attraverso te… si sono amati di un sentimento ancora più puro… perché non li riguardava più reciprocamente… ci hai mai pensato?

L’eremita

Sotto quest’ottica non l’ho mai guardato… mi vuoi dire che la reciprocità si è ribaltata verso l’esterno, verso di me e che quel che conta in fondo… è solo che mi amavano entrambi?

Abelardo

Io non sarei stato così contorto ma… il senso è quello… allontanarsi in te è servito a loro a riavvicinarsi nel tempo… tanto che ora tu ti chiedi spesso come fanno ancora a stare insieme… e non lo capisci

L’eremita

Perché l’amore non si  capisce, ma si impara… ma come faccio a studiare un libro incomprensibile?

Abelardo

Come fanno i ciechi, con un alfabeto che possono percepire solo le dita, l’alfabeto della natura che nessuno ha mai decifrato, per quanto molti ci abbiano provato.
Tu sei più fortunato dei ciechi, perché lo puoi anche osservare, ma non comprendere.
Questo non vuol dire che le parole non entrino profondamente nel tuo cuore, ma se pretendi di capirne il senso interrompi il flusso della vita che scorre nel tuo sangue, poni un limite che poi non esiste, ma che ti rende comunque infelice.

(continua)

L’eremita (Seconda parte) (Atto unico-prima parte)

S.Galgano-cielo


È passato un anno e l’eremita torna nella chiesetta di Cluny: lo attende una bella sorpresa…

Abelardo
Sei tornato…

L’eremita
Sì… ma tu che fai qui?
Non eri volato in cielo lasciandomi di stucco davanti ad una pietra?

Abelardo
Non avevi più bisogno di me ed ho pensato che volessi iniziare una nuova vita

L’eremita
Sì… ma adesso sei tornato… come facevi a sapere che…

Abelardo
Non lo sapevo infatti… sono qui perché altre persone hanno necessità di conforto… non sei da solo in  questo mondo…

L’eremita
Hai ragione…  mi credo unico in tante cose… sarebbe meglio che cambiassi mentalità

Abelardo
Ebbene sei tornato… ti vedo bello paffuto… vuol dire che le cose non sono andate poi male eh?

L’eremita
Fai prima a dire grasso, con l’alitosi, la schiena curva, e non solo per i peccati ed i rimorsi…
Soprattutto… con le mani vuote

Abelardo
Devi pur invecchiare no?

L’eremita
Ci sono tanti modi…

Abelardo
Io ne conosco uno solo…

L’eremita
Cosa vuoi dire?

Abelardo
Che l’involucro è soltanto un’apparenza trascurabile… è la mente che invecchia e allora si guarda intorno… e quel che vede normalmente non le piace

L’eremita
Non mi dire che invecchia anche lo spirito… mi togli la speranza

Abelardo
Ho detto la mente… non lo spirito… la mente è fatta di atomi come il corpo e quindi è destinata a decadere lentamente

L’eremita
E quando ti sembra che il fisico si stia degradando in realtà è la mente che… perde dei colpi… condensa meglio il tempo da cui trarre insegnamenti… ma per il resto lo spazio a disposizione si riduce…

Abelardo
Vedo che mi segui sempre… vuol dire che l’anno trascorso non ha fatto poi tanti danni… sia lode a Dio!

L’eremita
E che mi dici dello spirito?

Abelardo
Lo spirito c’è.

L’eremita
E che risposta è questa?

Abelardo
È l’unica possibile… credimi sulla parola

L’eremita
Sì… ma non mi basta… sembra quasi una minaccia… scherzo

Abelardo
Pensa ai meli in fiore… li hai mai visti?

L’eremita
In questo momento non ho presente…

Abelardo
Il fiore dei meli è bianco, ma generalmente non facciamo molto caso al colore …. quel che ci importa è di mangiare i frutti rossi o gialli… vero o no?
Il colore dello spirito è un po’ così… passa inosservato… ma genera la vita che noi godiamo in tutte le sue sfumature.

L’eremita
E non finisce mai?

Abelardo
Nessun uomo può vederlo finire… la morte c’è perché qualcuno può sperimentarla, se al mondo non ci fosse essere umano… non si porrebbe problema.
Lo spirito è infinito e si distingue dalla morte, proprio perché esiste di per sé.

L’eremita
Non si può provare la morte dell’anima?

Abelardo
No… è sempre la mente che invecchia e fa confusione.

L’eremita
Non ti capisco. Un anno fa mi sembravi più alla mano…

Abelardo
L’anima non muore mai… è la mente che col tempo arranca e proietta le difficoltà all’esterno… vede le cose distorte e comanda al corpo di provare sensazioni sbagliate.

L’eremita
Ed il corpo si adegua e si distorce fino a raggrinzirsi… le ossa si deteriorano fino a spezzarsi…

Abelardo
La mente sa che è la cosa migliore per combattere dignitosamente contro la fine… assecondare le idee è l’unica soluzione.

L’eremita
Quindi se noi pensassimo di essere eterni… non moriremmo, né invecchieremmo?

Abelardo
Sì.
Ma non è possibile in questa vita… la natura vuole che l’assecondiamo e non farlo sarebbe una forzatura insostenibile…

L’eremita
È per questo che di vita ce ne siamo immaginati un’altra, per aspirare di potere essere un giorno in armonia con l’eternità…

Abelardo
Di vite ce ne sono molte… mi pare di avertelo già accennato a suo tempo… ma non l’abbiamo certo immaginato noi; semmai è la vita che ci immagina e così nasciamo, viviamo e moriamo.

(continua)

Senza maschera (prima parte)

Veduta porto di Genova

Ed ora amici inizio per Voi la pubblicazione di un romanzo dal titolo “Senza maschera” che ho scritto in gioventù. Perdonate le tante ingenuità che ritroverete nel testo, ma l’attrazione, specie quando si manifesta nell’età che va dall’adolescenza a quella adulta, è spesso “estrema” ed è sicuramente incurante di tutti comportamenti e le malizie che potrebbero in qualche modo portare ad un coronamento.

 Lo dedico a tutte le persone che non sono ricambiate e che soffrono per amore: con  gli anni potrei dire che la sofferenza si attenua, forse perché diviene più difficile innamorarsi veramente; ma questa non è per niente cosa bella: meglio soffrire e percepire la sacralità del sentimento, piuttosto che morire nel raziocinio che si alimenta in fondo solo di materialità…

                                                                                                              

Chi è giovane e bella
deh, non sie punto acerba,
ché non si rinnovella
l’età, come fa l’erba:
nessuna stia superba
all’amadore il maggio.

 

Angelo Ambrogini detto Il Poliziano

 

                                                                                                                         I 

 Alle cinque mancano soltanto tre minuti eppure so che saranno di estensione incerta e dolorosa.
Verrai o non verrai, forse dovrei scendere e suonare; no, preferisco l’attesa, non voglio sia l’asettica voce di un citofono a dirmi: <<Francesca è uscita… quando la troverà? credo… domani pomeriggio.>
Le cinque meno un minuto, ormai dispero: tento di consolarmi con il pensiero che in fondo, la settimana è trascorsa in un volo e lo stesso potrebbe accadere alla prossima, perché tutto questo è sicuramente frutto d’una banale dimenticanza.
Si, lascerò passare un po’ di tempo, poi chiamerò e senza dubbio risponderai: <<Scusa la sbadataggine… il fatto è che ho talmente tanti impegni… vedrai che la prossima volta andrà meglio…>>
Allora chiederò con voce malferma un altro appuntamento, tratterrò il respiro negli istanti della tua immancabile riflessione e una volta uditi il nuovo giorno e l’ora, riporrò la cornetta e mi cullerò in una nuova, lacerante e dolcissima attesa.
Sono le cinque in punto, alzo gli occhi dal quadrante e tu compari: mi vieni incontro con la sicurezza di un miracolo di carne sotto al cappotto e ondeggi i fianchi con la naturalezza del sorriso appena accennato.
Non trovo parole per esprimere ciò che provo e soprattutto quel che vedo: i tuoi occhi e le labbra, i dentini meravigliosi e la splendida sagoma dei seni che, tra un passo e l’altro, l’apertura del cappotto lascia intravedere.
Una breve ma intensa occhiata: mi osservi…  Che emozione sentire questo sguardo sui vestiti e azzardare, dalla sua profondità, almeno una possibilità che tu possa gradirmi.
Mi trovo in totale stato di confusione e si capisce dal momento che cerco di farti entrare dalla parte del guidatore.
Te ne accorgi ironica: <<Se vuoi… posso anche guidare… >> ed io: << Ah… scusa, sono proprio un imbecille…>>
Riesco a malapena ad aprire la portiera e a cercare con un goffo bacio le tue guance,  poi il rapido sguardo che consente la comune timidezza ed entriamo in macchina.
Quanto sei affascinante! la luce invernale riesce magicamente a disegnare i contorni delle labbra fantastiche; i capelli fanno capannuccia sul grande e profondo braciere degli occhi, così magici e penetranti; il tuo corpo è allo stesso tempo teso e rilasciato: teso e un poco contorto, nell’appoggiarsi il più possibile alla portiera; rilasciato perché le ginocchia danno vita con l’anca ed il petto ad una esse armoniosa e accogliente, almeno per i miei occhi.
Sei ancora più bella di quanto potessi ricordare, anche se dalla consueta, innegabile fierezza, traspare un po’ di tensione, come la neve ammucchiata ai lati della strada, gelo che non pare cedere il passo al dissolvimento.
Così resti deliziosamente incastonata tra il cappotto e gli splendidi capelli, giustificata da un freddo che oggi è davvero pungente; inizi a parlare dei tuoi studi mentre imbocchiamo l’autostrada ed io preferisco non anticipare la nostra meta per l’ingenuo timore di un rifiuto.
Così domando l’ora del rientro e poi, con il fiato chiaramente sospeso, chiedo il permesso di condurti in un posto a te sconosciuto, ma già stabilito ed in un certo senso vissuto dalla mia fantasia.
Acconsenti senza particolari perplessità o comunque non lo dai a vedere e prosegui tranquillamente a raccontare programmi e speranze. <<Ho dovuto scegliere l’iconografia della follia; avrei gradito un altro tema però… probabilmente andrò dal professore di Storia del pensiero scientifico: ha una cultura infinita ed è disponibilissimo… saprà sicuramente indicarmi qualche argomento per la tesi.>>
<<Ma è il professore di quel famoso esame?>> sollecito io e tu rispondi in senso affermativo, ma parecchio deciso e frettoloso, quasi per terminare una discussione che sai potrebbe approdare a temi scontati e inopportuni.
Già, quel famoso esame dove tutto cominciò con un sorriso che per chiunque altro sarebbe stato forse un comune segno di amicizia o di simpatia, ma non per me.
L’aula era molto affollata: si stava svolgendo un seminario di Storia della magia ed io sentivo tutto l’imbarazzo nel trovarmi in mezzo a tanti visi interessanti, visi che raramente si possono incontrare in città durante il giorno, visi variopinti che animano di solito la notte con gli occhi ricchi di mistero e di matita; storie che avrei voluto conoscere senza distinzione, nonostante sfuggissero ogni sguardo in virtù di chissà quale superbia, indifferenza o più semplicemente titubanza.
In quarta fila sedevi tu, coinvolta dal serrato dialogo che spaziava tra i temi più vari: dalla letteratura si passava con estrema facilità alla pittura, dalla pittura ai processi alle streghe, dai processi alle streghe all’elementare bisogno dell’uomo di recitare almeno una piccola parte sul palco dell’esistenza.
Girarti e sorridermi fu un gioco davvero diabolico anche se, in tutta onestà, per qualche tempo ne saresti rimasta ignara.
Per me, al contrario, accadde tutto in quel fatidico istante in cui alzammo gli occhi e ci incontrammo, quasi che per quell’attimo la sala si fosse zittita e una musica irresistibile mi avesse invitato a guardarti.
Avevi nelle pupille lucenti tutte le promesse estive e i malinconici richiami dell’autunno: per me furono davvero pugni nello stomaco, o meglio manate di piacevole calore che s’aprivano in fretta per lasciare i messaggi d’una vita; codici dell’intuito che nessun elaboratore, per quanto potente, avrebbe potuto tradurre in modo più rapido di quella sensazione.
Mi è parso subito di amarti da un tempo indefinibile e indefinito, ma nello stesso istante ho avuto pure la fulminea impressione che non ti avrei mai raggiunto: appartenevi ormai da troppo tempo alla città illuminata e ai suoi ritmi sofisticati e frenetici.

(Continua)

 

Un sorriso Atto unico (Scena unica-parte quarta)

casa diroccata


Una donna

La domanda è mal posta: chiedere alla natura è in generale dannoso, ma lo è ancora di più nella sfera dei sentimenti.
Meglio sarebbe interrogarsi su cosa offrirle perché si mostri benigna.
Ma “il dare” in amore è irto di ostacoli: si realizza, a pensarci bene, solo nel rapporto tra la madre ed il figlio.
E anche qui il  risultato può non soddisfare. La madre non sempre otterrà dimostrazioni d’amore e può accadere che il figlio non si senta amato.
Eppure l’amore esiste, perché c’è una vita che cresce e si sviluppa a prescindere poi dalla direzione che prenderà; l’amore però cammina da sé, chi lo dona non se ne giova più di tanto; in questo senso è “un dare alla natura”.
È arduo concepire un tale tipo di sentimento tra due innamorati, a meno che non venga inteso reciprocamente: la vita allora, anche se non è sicuro, potrà fare bene ad entrambi, ma di fatto difficilmente si instaurerà un rapporto diretto.
Non a caso si dice che la più alta forma d’amore è quella del Creatore; soltanto quest’ultima si può considerare senza intermediari, ed è per questo che spesso non la si comprende; è troppo elevata per uomini che hanno l’esigenza di proiettare al di fuori i loro sentimenti e di ricevere amore dall’esterno.
Un amore diretto non ha effetti percepibili dall’esterno e non proviene dall’esterno, non deve necessariamente dipendere da una natura su cui rimbalzano i nostri desideri.

Un uomo

Se ho capito bene, per te l’amore umano non ha alcun valore e non potrà mai rendere l’uomo felice.

Una donna

Non dico che non abbia valore, ma solo che è diverso dall’amore di Dio, ma sono d’accordo con te sul fatto che non sia appagante nella maggior parte dei casi.

Un uomo

E allora perché la natura ha voluto che gli uomini si unissero tra di loro? che senso ha procreare qualcuno che sai a priori non poter trovare felicità o appagamento?

Una donna

Nell’universo nulla accade per caso, nemmeno il caso, anche se il significato sfugge.
Perciò non si dovrebbe cadere nell’errore di attribuire alla natura le giustificazioni umane; la natura non conosce motivazioni, ma solo necessità e queste si sottraggono alle motivazioni anche come concetto logico: la necessità è  ragione di sé stessa, è significato e significante.
La vita è a sua volta necessità e non ha senso attribuirle un fine ed una motivazione, e tanto meno il fine e la motivazione che gradiremmo noi.
Ancor peggio poi è interromperla, abortire in base alle nostre personali valutazioni; una morte ne comporta sempre almeno due,  anche se si resta in vita.
L’esistenza continua “di necessità”, ma quanta angoscia può contenere il cuore di chi ha negato la vita; è un pozzo senza fondo che si autoalimenta di rimorsi ed oscurità.
A tratti si ritrova la speranza, ma è qualcosa che sta fuori, a cui non si riesce pienamente a partecipare e allora si diventa a poco a poco fatalisti e rassegnati.
Ci si butta sul lavoro magari con tenacia e ferocia, ma il vuoto della vita negata resta sempre lì come una fessura; col tempo può diventare uno spiffero da cui però continua ad entrare un vento freddo, impetuoso e desolante.
Anche questa è vita, una vita più rarefatta, forse paragonabile all’acqua ossigenata su una ferita profonda: disinfetta ma non cicatrizza, brucia e lascia il cuore infiammato. 

Un uomo

Ma tu come fai a descrivere queste sensazioni con tanta precisione? le hai forse vissute? allora la vita non è stata poi benevola come mi hai fatto credere…

Una donna

E chi ha mai detto il contrario? Comunque una delle cose fondamentali che ho imparato è certamente ad ascoltare.
Non ti puoi aprire alla vita se ascolti solo te stesso, per il semplice fatto che devi ancora vivere.
Certo che ho sofferto, ma ho anche ascoltato con attenzione, ed è soprattutto per questo che conosco il dolore di negare la vita.
A volte per capire è sufficiente percepire il silenzio, la freddezza che scende nell’animo di chi ha compiuto un passo irrevocabile, la disillusione di chi non trova più illusioni da disilludere, perdona il gioco di parole, ma credo sia purtroppo così.
Ci sono esperienze che fanno riflettere ed allo stesso tempo incutono timore, anche se sono state vissute dagli altri: basta possedere un pizzico di sensibilità per farle proprie; se ti rendi conto che non le devi necessariamente provare, che comunque puoi intravedere gli elementi essenziali per trarre un insegnamento, allora puoi raggiungere almeno la consapevolezza delle ferite altrui.
E già per il fatto di non esserne coinvolto direttamente puoi gioire e consolarti e nello stesso tempo trovare la forza di convincere chi incontri a non andare contro natura.

Un uomo

Non sono d’accordo. In questi anni mi sono persuaso che l’uomo non è assolutamente in grado di fare tesoro delle esperienze degli altri; è pacifico che abbiamo imparato poco o niente dalla storia e gli errori si ripetono ciclicamente ed instancabilmente.

Una donna

Non mi sono spiegata: non volevo sostenere che l’esperienza delle persone può farti evitare gli sbagli; sarebbe auspicabile, ma nei fatti non accade quasi mai.
Desideravo soltanto parlarti dell’ascolto, perché con esso è possibile imparare e consolare, ma non è detto che dopo aver ascoltato ed imparato si diventi immune dall’esperienza; se fosse così probabilmente la vita sarebbe ben più breve di quello che già risulta.
C’è chi soffre, chi fa un certo cammino senza comprendere il cammino e le sofferenze altrui né le proprie e c’è chi se ne rende conto e riesce a lasciare la propria strada per accompagnare qualcuno, senza peraltro abbandonarla definitivamente.

(continua)